le mie recensioni

i miei libri

Rivera Rivera Rivera Rivera

Il Campionato degli Italiani
Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On PinterestVisit Us On YoutubeVisit Us On LinkedinVisit Us On Google PlusCheck Our Feed
Instagram

Dieci anni di Orsa Minore: una testimonianza di vicinanza

15x10_Orsa Minore

L’editoriale che ho scritto per il numero 15 dei Quaderni dell’Orsa, il periodico della libreria Orsa Minore di San Severo. Un numero speciale per festeggiare i dieci anni di attività della libreria di Gabriella de Fazio e Michele Piscitelli.

La libreria Orsa Minore compie dieci anni. Un traguardo importante, soprattutto se raggiunto in un piccolo centro del Sud. In una nazione come la nostra, in cui si legge pochissimo, chi decide di far vivere una libreria è un benemerito della Repubblica e meriterebbe un encomio solenne nella pubblica piazza nei giorni di festa.

Un mestiere difficile quello del libraio, ma un bel mestiere. Ti concede il lusso di conoscere il mondo pur restando sempre nello stesso posto. Di vivere tante vite quante sono quelle dei personaggi che popolano le pagine dei libri che abitano le mensole della libreria. In questo immaginario viaggio intorno al mondo, che il libraio compie ogni giorno, capita anche d’incontrare persone in carne ed ossa: i genitori di questi personaggi, le scrittrici e gli scrittori. E i lettori ovviamente.
Gabriella e Michele, i benemeriti proprietari dell’Orsa Minore hanno deciso che per festeggiare il decennale dell’apertura della libreria non ci fosse bisogno di fuochi d’artificio, ma dell’intelligenza e della riconoscenza degli autori dei personaggi che popolano i libri che vendono. E così hanno preso carta e penna e hanno scritto ad alcuni degli scrittori che sono passati per San Severo a presentare le loro opere e gli hanno chiesto di partecipare a questa festa con un proprio testo. Non un testo che parlasse della libreria o dei proprietari, ma una testimonianza di vicinanza. E la festa, possiamo dirlo, sarà, è, una bella festa perché i testi sono arrivati. Tanti e diversi. Ricchi di suggestioni e di amore per una terra, la Puglia, che è la protagonista di molte delle riflessioni e della prosa che i generosi autori hanno voluto regalare a Gabriella e Michele e ai lettori dei Quaderni dell’Orsa.

«In queste pagine ho cercato di spiegare, ribadendo alcuni concetti che ritengo particolarmente significativi, come rendere i libri materia viva sia l’unico modo per scatenare quel furore di possederli che farà grande una libreria. La fisicità, un tema sul quale tornerò più volte, è una caratteristica vincente per chi scelga di fare il libraio. Il piacere del tatto, di toccare i libri, è fondamentale per amare questo mestiere e quindi svolgerlo nel miglior modo». Le parole di Romano Montroni certo non suoneranno estranee ai nostri librai, ma al contrario familiari e appropriate. Perché per svolgere questo mestiere bisogna essere dei buoni lettori e amare i libri.
Bisogna saper parlare con loro, considerarli come membri della propria famiglia. Solo così si è in sintonia con i lettori, solo così si può pensare immaginari viaggi intorno al mondo. Solo così si possono intraprendere viaggi nella letteratura come quello che stiamo per iniziare nei testi che leggerete nelle prossime pagine, prezioso regalo degli amici scrittori a Gabriella e Michele.
Dalla Puglia e precisamente da Castel del Monte, Eraldo Affinati fa partite il suo Peregrin d’amore. Sotto il cielo degli scrittori d’Italia. Si accosta con rispetto al maniero di Federico II perché questo «brillante grezzo» collocato «in uno spazio senza tempo» incute davvero timore, e perché l’inizio di un viaggio rappresenta sempre un’incognita. Per superare questa difficoltà iniziale Affinati decide di dare del tu al gioiello architettonico pugliese e proprio come lui anche noi iniziamo da qui il nostro viaggio.
Scritti diversi sia per forma sia per contenuto. Tutti, ognuno a modo loro, necessari.
Nicola Lagioia scrive una dichiarazione d’amore per la Puglia, che è anche una verità senza tempo: andare via, significa restare per sempre in quel posto che si è lasciato. Se poi il posto che hai lasciato è la terra dove sei nato, dove ci sono le tue origini, dove hai iniziato a camminare, a leggere, a scrivere, ad amare, allora non puoi non portarla per sempre con te. Non è nostalgia, ma vicinanza. Vicinanza e riconoscenza.
Anche Pino Aprile canta la terra di Puglia. La descrive fin nelle sue più recondite pieghe e in questo canto che è denuncia ma nello stesso tempo esplicitazione di bellezza e di sapere accumulato nel tempo, mette in vetrina alcuni degli uomini che meglio hanno saputo rivendicare orgoglio di appartenenza e battersi per diritti universali. E dunque su un ipotetico tappeto rosso fa sfilare Nicola Sacco, Matteo Salvatore, Giuseppe di Vittorio come in una processione laica che ha come meta il recupero della migliore tradizione di Puglia per affrontare, ora e qui, le sfide del futuro.
La Puglia di Miguel Gotor è una finis terrae che ha saputo conservare «più a lungo che altrove alcune manifestazioni folkloriche in cui elementi magici e religiosi hanno convissuto insieme». La terra della Taranta, la cui origine Ernesto De Martino fa risalire al Medioevo e alle Crociate e che per Salvatore Quasimodo, nel 1961, continua a tramandarsi, e crescere «tra le spighe di grano e le foglie del tabacco».
Gaetano Cappelli, per la gioia di tutte le lettrici, si fa accompagnare da Rodolfo Valentino da Castellaneta. Una storia divertente che ha come protagonista Vittor Ugo Gabrielli guida e custode del museo dedicato al celebre rubacuori di Puglia che si trova nel convento di Santa Chiara. Una storia che scorre via veloce e che condurrà il nostro protagonista nel mondo luccicante del cinema.
Luca Bianchini racconta di quanto sia stata importante la Puglia per la sua carriera di scrittore e non solo per avergli “regalato” il romanzo Io che amo solo te. E da vero innamorato così la descrive: «Una bambina che però si sa ancora stupire per un complimento, si commuove per un applauso, sa ridere delle proprie debolezze e non è ancora del tutto consapevole della sua profonda bellezza».
E poi c’è Gabriella Genisi che scrive una storia potente. La storia di due amici, Michele e Gaetano, due piccoli uomini pieni di sogni e di futuro che vengono uccisi, per errore, dalla malavita organizzata. La mafia, la mafie sono tutte uguali, cambia il nome, cambiano le modalità di adesione, non cambia la cultura di morte di cui sono portatrici. La storia della Genisi ti fa respirare a pieni polmoni la bellezza possibile di Bari, ti fa sentire il profumo di una ruota di focaccia, ma nello stesso tempo spalanca le porte su una realtà che spesso fingiamo di non vedere. E fino a quando non si apriranno fino in fondo quelle porte non si riuscirà ad estirpare la mala pianta della mafia che imprigiona la bellezza del Sud e tiene sotto scacco le sue potenzialità di sviluppo.
E di sviluppo scrive il giovane ma già autorevole storico dell’economia Emanuele Felice che inserisce la Puglia nel contesto più ampio del Mezzogiorno e sottolinea l’incapacità di saper utilizzare le risorse a disposizione, ascrivendo il mancato sviluppo del Sud rispetto al Nord alla classe dirigente locale. Un ragionamento complessivamente negativo che lascia intravedere, però, una flebile luce in fondo al tunnel: «Nuove risorse insomma ma anche nuove regole, che premino la trasparenza e il merito: lungo queste coordinate il Sud si gioca le possibilità di sviluppo».
Figlio del Sud è stato Massimo Troisi di cui scrive Rosaria Troisi che ci ci fa piangere. Un pianto bello, liberatorio, che scalda e consola. Si rivolge a suo fratello esplicitando un’intesa che solo una sorella e un fratello possono condividere. Una sorta di grado zero dell’intimità, scevra da ogni superfetazione. Un’intimità, che seppur a un grado altro, abbiamo in molti con Massimo Troisi. Un diamante puro di bravura e di bellezza. Un diamante che è stato rubato troppo presto e che troppo presto è volato via.
Così come troppo presto volarono via tante giovani vite nel terremoto che sconvolse il Mezzogiorno nel 1980. Ne scrive Maurizio De Giovanni che ricorda i lutti dell’Irpinia e quel boato che si udì in tutto il Sud. Si sentì forte, molto forte, anche in Puglia. Quattro storie che corrono parallele tutte sincronizzate sullo stesso orario, le diciannove e trenta del 23 novembre del 1980. E mentre fotografa lacerti di vite spezzate dal grande bang, ha la capacità e la concentrazione necessaria per fermare sulla carta altrettante fulminee e nitide immagini di città. «Questa è una città di gente veloce […] Questa è una città di gente che i segni li sa interpretare […] Questa è una città di gente che si industria […] Questa è una città di gente che sa ricordare».
Alessandra Appiano e Lino Patruno ci portano in contesti altri.
Appiano racconta un breve tratto del percorso di vita di Lucia Lerro, per presentarci una storia tipica dei nostri giorni. La storia di tutte quelle ragazze, ma potrebbero essere tranquillamente anche dei ragazzi, che inseguono un successo tanto veloce quanto effimero che, certo, non porterà niente di buono e utile alle loro vite così come a quelle dei loro cari.
Lino Patruno utilizza questa occasione per presentarci l’autore aspirante suicida. Una riflessione esilarante, una sorta di biografia collettiva degli scrittori che non vendono migliaia di copie dei propri libri. Una riflessione che fa riflettere sul basso livello culturale dell’Italia che, però, non sembra preoccupare nessuno.
Il racconto di Luciana Castellina è invece strettamente legato alla libreria Orsa Minore e alla presentazione del suo libro Guardati dalla mia fame. Una bella storia racconta con maestria e grazia proprie dell’autrice. Di più non posso scrivere altrimenti vi rovino la sorpresa.
Così come strettamente legata alla libreria di San Severo è la storia di Francesco Leto che scrive di Pilù, il cane di Gabriella e Michele. Racconta, dalla parte del cane, la cena post presentazione del suo libro a San Severo. Lui, il cane, buono e silenzioso che ascolta i discorsi dei suoi padroni e dello scrittore. Una narrazione che sale di tono quando Pilù sale in cattedra e dispensa consigli per i suoi simili. «Bisogna fingersi mansueti e accomodanti. Far credere, ai padroni, che siano loro a decidere la lunghezza del guinzaglio. Che abbiano pure come certezza il loro comando su di me. Io intanto porto avanti la mia dolce monarchia. Sono un monarca accorto, ubbidiente, illuminato. Così, nel fingere che io risponda solo alle loro istruzioni, sono loro a seguire i miei capricci».
Siamo partiti da Castel del Monte con la poetica di Eraldo Affinati e chiudiamo il nostro viaggio interno alle parole dei nostri amici scrittori con i versi del poeta Franco Loi.
«Ero un vagabondo,
e mi piaceva camminare tra le case,
gironzolare con le ragazze
e poi sognarmi la vita come un continuo viaggiare…»

A proposito di Romano Montroni e del suo Vendere l’anima. Il mestiere del libraio, scrive Umberto Eco nella prefazione al libro. Montroni, che è stato un grande libraio, anzi secondo Eco il più bravo di tutti, «elabora una sorta di “filosofia” della libreria, credo che esso possa interessare a chi in libreria ci va come cliente. Per sapere che cosa attendersi e persino che cosa dovrebbe pretendere. E per capire quale lavoro complesso, quali competenze culturali, quanta sapienza diplomatica vi siano dietro a quella che, a prima vista, parrebbe soltanto un’esposizione di merci. Insomma, leggendo Montroni, si capisce che fare il libraio è una bella vocazione».
Vocazione che è alla base dell’impegno quotidiano di Gabriella e Michele ai quali faccio anch’io i miei complimenti per questo traguardo importante: dieci anni della libreria Orsa Minore.
Complimenti e auguri belli. Belli assai.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Leave a Reply