le mie recensioni

i miei libri

Rivera Rivera Rivera Rivera

Il Campionato degli Italiani
Visit Us On FacebookVisit Us On TwitterVisit Us On PinterestVisit Us On YoutubeVisit Us On LinkedinVisit Us On Google PlusCheck Our Feed
Instagram

Il ritorno di Wim Wenders

ritorno-alla-vita-recensione-v4-24932-1280x16

Non fosse Wim Wenders scriverebbero tutti che Ritorno alla vita è un gran bel film, con una fotografia superba. Di più, scriverebbero che la pittura di Edward Hopper diventa film in una trasposizione che è insieme omaggio e citazione. In realtà è come se Wenders togliesse ai quadri di Hopper il sole e i colori e li sostituisse con l’oscurità, demandando alla figura umana e ai luoghi scelti per le inquadrature il ricordo di quell’arte. Un’operazione che vale solo per gli interni e che gli serve anche per assecondare il lungo e doloroso calvario che attraversa la vita di alcuni dei protagonisti. Una sorta di espiazione della pena che si accompagna alla presenza della penombra, a volte dell’oscurità.


Resta intatto il potere persuasivo e curativo della parola. Così come resta, inalterata, la fissità dei movimenti e il lavoro sugli attori per renderli il più possibile integrati ed aderenti con i paesaggi immaginati. Ancora una volta più un baluginìo che luce forte e diretta.
Non è il Wim Wenders de Il cielo sopra Berlino o de Fino alla fine del mondo. Non è nemmeno il Wim Wenders di Pina Bausch e de Il sale della terra. Così come non è il Wim Wenders di Lisbon Story o di Buena Vista Social Club.
È un Wim Wenders che cambia mantenendo inalterata la sua cifra stilistica. Come se il regista avesse compreso fino in fondo che non deve dimostrare più niente a nessuno e che la sperimentazione, costante di tutta la sua carriera artistica, non è più l’archè di tutte le cose. Il ritorno di Wim Wenders può essere un nuovo inizio che mette la persona umana al centro del suo universo e che promette bene. Molto bene.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Leave a Reply