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L’Abruzzo di Michael Kenna è il mondo


Approaching Clouds, Pizzoferato, Abruzzo, Italy. 2016. © Michael Kenna

Questo articolo è pubblicato anche su Resto al Sud

La natura dell’Abruzzo, quella più intima e perciò anche più difficile da scoprire e da narrare, ha molto a che fare con il rapporto indissolubile che lega questa terra alla persone che la abitano. Un rapporto antico che pur evolvendosi rimane, quasi, uguale a se stesso nel corso dei secoli.

Una «[…] natura impervia del territorio ritardò nell’antichità l’unificazione dei popoli di varia origine che l’abitavano, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Vestini, i Marrucini, i quali rimasero separati ed ostili anche dopo che Roma aveva già esteso le sue leggi a tutto l’Occidente. E le stesse cause fisiche contribuirono più tardi a sottrarre la vita abruzzese, almeno in notevole misura e con grave ritardo, al moto umanistico del Rinascimento, all’influenza giacobina delle armate napoleoniche, e alle stesse cospirazioni per l’unità nazionale…». Parole scritte nel 1948 da un acuto osservatore delle dinamiche sociopolitiche del nostro Paese, un grande scrittore, Ignazio Silone. E continuava scrivendo che «[…] gli Abruzzesi sono rimasti stretti in una comunità di destino assai singolare, caratterizzata da una tenace fedeltà alle loro forme economiche e sociali anche oltre ogni pratica utilità, il che sarebbe inesplicabile se non si tenesse conto che il fattore costante della loro esistenza è appunto il più primitivo e stabile degli elementi, la natura.».
La natura, quella stessa natura che è il tema più amato e fotografato da Michael Kenna, uno dei più importanti fotografi di paesaggio della sua generazione, nel suo più recente lavoro che s’intitola Abruzzo. Un lavoro lungo un anno, dal 2015 al 2016, in cui ha percorso quasi seimila chilometri, atteso infinite albe e dialogato con altrettanti tramonti. Un lavoro che ha partorito un volume e una mostra che resterà aperta fino al prossimo autunno a Loreto Aprutino, in Abruzzo appunto.
Io non so se Kenna conosca o abbia letto le parole di Ignazio Silone, certo è che dopo aver visto le foto esposte in mostra e aver sfogliato il catalogo, ho avuto la sensazione che in quelle foto fosse impresso su carta il pensiero di Silone. In realtà Kenna riesce ad andare oltre perché lega, attraverso i suoi scatti, le persone ai luoghi e alla loro trasformazione proponendo, di volta in volta, paesaggi riconoscibili e collocabili in una precisa posizione e paesaggi che invece diventano universali e collocabili ovunque. Luoghi di tutti i luoghi e di tutte le persone. Dietro questi scatti si riconosce un pensiero lungo e forte. La bellezza e la tranquillizzante forza statica di alcuni alberi, la leggera monumentalità delle montagne, le nuvole mai ferme e colte in movimento, la nebbia diafana, l’acqua portatrice di vita, rappresentano il nostro pianeta che si ri-propone uguale a se stesso indipendentemente dalla latitudine in cui sono ritratti i luoghi. In questo senso Giappone, Italia, Cina o Francia sono la stessa, identica cosa. La natura di questi territori può essere la stessa perché la materia con cui è fatta la terra è la stessa, basta avere occhi attenti per saperla ritrarre e proporre. Ovvero la non riconoscibilità dei luoghi rende tutti i luoghi ugualmente necessari e sottolinea, per i più distratti, che il pianeta che abitiamo è bellissimo e va custodito e preservato. Non ci sono luoghi più belli e necessari di altri quando la natura è la protagonista dello scatto, il lavoro di Kenna lo dimostra in maniera inequivocabile.
Le fotografie di Kenna, infine, raccontano storie. Storie singole e storie collettive. Un fiore, un lago, una catena montuosa che per essere valorizzate ed identificate non hanno bisogno di essere collocate in un punto preciso della terra, sono storie singole. E non hanno bisogno di essere collocate perché la loro ragion d’essere risiede altrove. Nella grandezza stessa della natura per esempio e nella capacità dell’uomo di convivere con tale grandezza, non intervenendo per distruggere, quanto piuttosto per tutelare e conservare. E poi ci sono invece storie collettive che ritraggono paesi, case, un campo coltivato. Qui, oltre ad essere riconoscibili i luoghi, ci sono le persone anche quando non le vediamo ritratte. Perché un campo coltivato è una modificazione del paesaggio determinata dall’uomo. Un paese, un borgo, rappresentano modificazioni di paesaggi determinati dal lavoro dell’uomo. E quando più queste trasformazioni interagiscono in modo armonico con i luoghi più l’opera dell’uomo può dirsi efficace e compiuta.
La capacità di cogliere tutto ciò, così come la capacità di fotografare un porzione di mondo e saper rappresentare il mondo intero è, forse, la qualità migliore di Michael Kenna. Quando ciò accade l’Abruzzo è il mondo e il mondo è l’Abruzzo. Ovvero la rappresentazione reale di un mondo dove non esistono differenze. Dove tutto e tutti possono essere uguali, mantenendo nel contempo ognuno la propria specificità e la propria riconoscibilità.

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