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Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista dal multiforme ingegno

Il 5 marzo del 1922 nasceva a Bologna, Pier Paolo Pasolini. Scrittore, poeta, regista cinematografico, giornalista. Un intellettuale con tante facce che ha saputo capire e descrivere la società che abitava come pochi altri. Lo ha fatto usando registri diversi e tecniche diverse. Per questa sua versatilità mi viene spontaneo associarlo all’arte di Pablo Picasso e in particolare ai quadri di Pablo Picasso. Pasolini ha la stessa capacità di saper “guardare” l’oggetto da tutti i punti di vista per poi darne, sempre, una propria interpretazione.

Sapeva guardare Pasolini e ascoltare. E sapeva ragionare con la propria testa. Per la sua consapevolezza politica, visibile e presente in tutta la su produzione artistica, ha incarnato in pieno la figura dell’intellettuale, figura oggi del tutto assente dalla scena politica e sociale del nostro Paese.
Ha senso perciò ricordare due interventi che furono al centro del dibattito politico italiano per lungo e tempo e che contribuirono a rompere pregiudizi, soprattutto a sinistra e nel pci in particolare, e a creare una coscienza collettiva su due questioni centrali nella vita italiana degli anni settanta.
Il primo è del giugno del 1968 è viene pubblicato in piena contestazione studentesca. La poesia “Il pci ai giovani” scatenò un mare di polemiche non ancora sopite a quarant’anni di distanza. Nella critica, spesso feroce e che proveniva sostanzialmente da sinistra, si volle leggere solo la superficie di quelle parole. Non si colse il significato altro e più profondo di quella denuncia.

«[…] Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. […]
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri […]»

Non era mai successo che un uomo di sinistra si schierasse platealmente con la polizia e soprattutto che lo facesse in un periodo in cui molte erano le ombre sull’operato delle forze dell’ordine. Quella poesia ha segnato uno spartiacque. Si infrangeva un tabù. Era un segnale di via libera alla libertà di pensiero e rivendicava per se, ma facendosi carico di un tema d’interesse generale, la possibilità di discutere in campo libero, senza steccati e soprattutto senza pregiudizi di qualunque argomento. E non fu una battaglia ideologica, quella poesia sollevò una grande questione di merito, quella che  Pasolini chiamava “l’entropia borghese”. Fu una provocazione che utilizzò strumentalmente gli studenti e la lotta studentesca per parlare a tutti i giovani, fu un modo per interrogarli e cercare un rapporto dialettico con loro. Era un attacco al “la borghesia che sta diventando una condizione umana” e in qualche modo una scialuppa di salvataggio lanciata in mare per tutti quelli che volevano abbandonare una condizione che stava per permeare l’intera società italiana. Una sorta di cura preventiva. Non fu capita e non fu capita soprattutto a sinistra.
Pochi anni dopo dalle pagine del Corriere della Sera, il 24 agosto 1975 in piena estate, un vero e proprio processo alla classe politica italiana. Un attacco senza precedenti a un sistema di potere che si fonda su arroganza e corruzione e che corrodono dal di dentro l’intero sistema politico italiano.
«Dunque indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione di denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia, Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali, e di ogni opera pubblica primaria. Responsabilità nell’abbandono selvaggio delle campagne, responsabilità dell’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità del decadimento della chiesa, e infine, oltre tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche. Ecco l’elenco, l’elenco morale dei reati commessi da coloro che hanno governato l’Italia negli ultimi trent’anni, e specie negli ultimi dieci anni, perché è appunto negli ultimi dieci anni che un modo di governare non solo tipico ma direi naturale, di tutta la storia italiana dall’unità in poi, si è configurato come reato o come una serie di reati.»
Un’orazione civile cantata in nome della verità e della libertà per un riscatto civile di una Società che si avvia a una deriva morale che la condurrà sull’orlo del fallimento.
Pier Paolo Pasolini l’intellettuale con tante facce, proprio come un quadro di Pablo Picasso, appunto. Ha saputo indagare la complessità della natura umana e guardare con tante facce, con tanti punti di visti. Sempre controcorrente. Proprio quello che manca oggi all’Italia. La capacità di saper guardare, ascoltare e non allinearsi al pensiero unico. Per questo Pasolini ci manca e per questo siamo più soli senza Pasolini. Ci manca la sua lucida analisi come le sue “profetiche” anticipazioni. Ci manca l’orazione civile. Ci manca la sua poesia. Ci manca la sua arte. Ci manca il suo anticonformismo. Ci manca la sua eleganza. Ci manca il suo italiano forbito. Ci manca la sua serietà.
Ha rappresentato la voce nemica del potere costituito.
Pasolini è stato ucciso all’alba del 2 novembre del 1975, aveva 53 anni. Era uno splendido visionario.

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