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«Trasparente e duro come un diamante», così Papa Francesco definisce Don Milani

Papa Francesco rende omaggio a Don Milani recandosi prima al piccolo cimitero in cui è sepolto e poi a Barbiana. «Trasparente e duro come un diamante», la bellissima definizione che coglie due aspetti essenziali della figura dell’autore di Lettera a una professoressa.
Per ricordare Don Milani vi propongo, qui per la prima volta, l’intervista a Eraldo Affinati pubblicata sull’Espresso il 3 marzo del 2016. Buona lettura.

Don Milani inviato nel presente.
La lezione della Scuola di Barbiana realizzata dai maestri di strada in Messico e dalle suore di Benares: Eraldo Affinati racconta il suo viaggio nell’eredità di un grande scrittore.

Tutti i libri di Eraldo Affinati sono dei viaggi, fisici e mentali. Un pellegrinare alla perenne ricerca di se stesso, da autentico viaggiatore che si fa attraversare dai luoghi e dalle persone che quei luoghi abitano. E lo è anche quest’ultimo libro: L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani.
Una narrazione che avanza per gradi. Sonda, crea presupposti. Prepara il terreno. Restituisce con dovizia di particolari il mondo che Lorenzo Milani ha vissuto. I luoghi che ha frequentato. Il clima culturale che si respirava in quell’Italia del primo dopoguerra, «terra nascosta dei monaci ribelli, degli scienziati fatti passare per pazzi, dei liberi spiriti incompresi […] Eterna perdente e mai veramente nata», come scrive in uno dei passaggi più emozionanti del libro. Un incedere che ha il compito di preparare il lettore alla scelta rivoluzionaria che Lorenzo Milani compirà.
Affinati sa raccontare perché sa stare in silenzio e, soprattutto, sa ascoltare. Lo fa anche durante questa intervista che si trasforma anch’essa in un viaggio alla scoperta dell’eredità di Don Milani.
Quando è nata l’idea del libro e quanto lunga è stata la sua gestazione?
«Questo libro viene da lontano: forse dal mondo senza parole della mia infanzia. Essere figlio di una donna sfuggita ai lager e di un uomo abbandonato dal padre credo sia stato decisivo. In casi del genere fare l’insegnante o lo scrittore potrebbe essere interpretato anche come una forma di risarcimento nei confronti dei propri genitori.».
Alla maniera di Italo Calvino, Affinati si carica sulle spalle la penna di tanti scrittori e attinge alla letteratura per creare e produrre nuova letteratura. Non fa sfoggio di cultura, semplicemente rende palesi ed evidenti i suoi riferimenti culturali. Rende fruibili gli studi e le letture, mettendoli al servizio della sua scrittura e del lettore. Non solo letteratura, ma anche cinema e architettura. Un lavoro che produce nuovo materiale su cui studiare, rileggendo parole già scritte, parole già studiate.
Hai scritto la biografia affettiva di un maestro che è, per certi versi, anche un’autobiografia.
«Ho sentito la presenza di don Lorenzo Milani, prima ancora di aver letto i suoi libri, nella rabbia di Romoletto, nella malinconia di Santino, nell’insofferenza di Valerio, i miei scolari degli istituti professionali, spesso ripetenti, ai quali ho dedicato un elogio. L’uomo del futuro è un reportage riflessivo sui luoghi che videro l’azione pedagogica di don Lorenzo: Firenze, Milano, Calenzano, Castiglioncello, Montespertoli, Barbiana. Questi capitoli sono scritti in seconda persona perché mi sono voluto staccare da me stesso, pur restando a breve distanza.»
Ancora una volta un viaggio, necessario per ritrovare i luoghi che gli sono stati cari, ma anche mentale perché intrattieni, con lui, un dialogo che dura per tutta la narrazione.
«Durante i miei viaggi nel mondo di don Lorenzo Milani ho provato forti emozioni. Come se gli spiriti dei luoghi che visitavo mi parlassero: per questo ho cercato di realizzare delle speciali ‘voci interiori’, caratterizzate dal corsivo, attraverso le quali entrare in rapporto con l’uomo che evocavo: una statua di Giuseppe Mazzini davanti alla casa di nascita del priore; un’iscrizione di Antonio Gramsci; i vecchi feudatari della villa di famiglia a Montespertoli; l’autoritratto dalle orecchie rosse di un quadro dipinto dal giovane Lorenzo; lo stesso protagonista che a un certo punto interviene: vuole che io mi assuma la mie responsabilità.»
Non è «finzione pedagogica», è insegnare anche questo modo di scrivere. Non perdi la vocazione all’insegnamento e lo fai riempendo il tuo narrare di nomi, libri, letture, storie e ancora viaggi.
«Ho recuperato dai miei diari di viaggio i ritratti di figure di educatori isolati i quali, insieme ai loro alunni, anche se non conobbero don Lorenzo, lo fanno rivivere ogni giorno: le suore di Pechino e Benares, i preti di strada di Città del Messico, i disertori russi, gli adolescenti arabi, i maestri di villaggio. Sono andato in Africa, negli Stati Uniti, in Cina, in India, però devo ammettere che l’ultima stazione dei miei viaggi è sempre la scrittura. Solo nel momento in cui scrivo ho la sensazione di rendere vera l’esperienza.»
Dalla tua biografia di Lorenzo Milani, insieme all’uomo di Chiesa, emerge con forza l’uomo di lettere che in molti non conoscono perché ci si sofferma, quasi esclusivamente, su “Lettera a una professoressa” e alle sue ricadute sui metodi educativi.
«Io credo che don Lorenzo Milani sia stato anche un grande scrittore: uno dei più misteriosi, nascosti e sorprendenti del Novecento. Uno scrittore epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana, pensando alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo. Con una differenza essenziale: che lui componeva di getto, senza ricopiare. Scriveva come viveva: a fondo perduto. Senza pensare al risultato che avrebbe potuto ottenere. Credendo nell’azione in cui era impegnato. E questa, secondo me, è la più bella lezione che ci ha dato perché può aiutarci, soprattutto oggi, a uscire dalla gretta logica retributiva nella quale siamo soffocati.»
Il progetto educativo resta però un caposaldo della sua eredità. Scrive Don Milani «Se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi dell’età dell’obbligo…».
«Educare significa ferirsi. Opporre resistenza rispetto all’adolescente lanciato verso la realizzazione dei propri desideri. Guardare negli occhi chi hai di fronte. Mettere le mani là dove sai che ti fa male. Nella consapevolezza che uno scolaro o un figlio ti conduce sempre in un luogo che tu non prevedi, una zona pericolosa, impervia, difficile da praticare. Ecco cosa ci insegna, ancora oggi, don Lorenzo Milani, il quale per arrivare a tanto dovette fare una rivoluzione innanzitutto dentro se stesso, buttando alle ortiche il privilegio economico e sociale da cui proveniva. Questo voleva dire quando scrisse, in un passo famoso di Lettera a una professoressa: ‘Le maestre sono come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere. Il mondo è una famiglia immensa. C’è tante altre creature da servire.».
Questo libro è anche un’autobiografia perché dentro ci sono la Città dei Ragazzi di Roma e la scuola Penny Wirton. Una scuola che accoglie e non respinge. Scuole che sarebbero piaciute a Don Milani.
«Oggi i ragazzi di Barbiana vengono dall’Afghanistan, dalla Nigeria, dal mondo slavo. Hanno alle spalle detriti, macerie e relitti, eppure quando ridono sembrano aver dimenticato tutto. L’esempio di Barbiana torna a imporsi in chiave multiculturale per favorire una vera integrazione, che dovrebbe combattere anche la fragilità degli adolescenti italiani spesso inebriati dai miti del successo e della bellezza. La Penny Wirton è una scuola gratuita di italiano per immigrati che prende il nome da un romanzo di Silvio D’Arzo. L’abbiamo fondata otto anni fa io e mia moglie, Anna Luce Lenzi, entrambi appassionati di questo grande scrittore. Non ci sono né classi, né voti. Accogliamo tutti, in qualsiasi momento dell’anno scolastico. Ad ogni studente diamo un insegnante e il materiale necessario: penne, quaderni, dizionari. Lavoriamo, quando possibile, in un rapporto uno a uno. La sede principale è a Roma dove, in questo momento siamo un centinaio. Abbiamo una dozzina di altre postazioni didattiche sparse in tutta Italia, nate dall’iniziativa di persone appassionate. Recentemente, grazie a Laura Bosio, abbiamo aperto una sede a Milano. Ad insegnare ci sono molti pensionati, non necessariamente ex docenti, diversi studenti universitari e, cosa a cui teniamo davvero, ragazzi italiani che insegnano la nostra lingua ai loro coetanei immigrati.».
Eraldo Affinati ci dice che c’è un’Italia altra e più bella di quella che ci propongono i mass media. Un’Italia che si assume responsabilità nuove in modo gratuito e assolutamente spontaneo, senza nessuna dimensione economica. Un Italia con la testa rivolta al futuro proprio come Lorenzo Milani.
«Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso, Non significa forse questo essere padri?»
Essere padri e uscire dall’eterna adolescenza in cui siamo immersi è uno dei lasciti di don Milani. Scrittore, politico, educatore.

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