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Donatella Di Pietrantonio, L’Arminuta



Questa recensione è stata pubblicata sul quotidiano La Città.

Nell’incipit è contenuto l’intero romanzo. Un’affermazione che è vera sempre quando si ha tra le mani una narrazione che appartiene alla letteratura. È il caso de L’Arminuta il nuovo lavoro di Donatella Di Pietrantonio che sancisce anche l’esordio della scrittrice di Arsita con la casa editrice Einaudi.
«A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre. Salivo a fatica le scale di casa sua con una valigia scomoda e una borsa piena di scarpe confuse. Sul pianerottolo mi ha accolto l’odore di fritto recente e un’attesa.»
Centottanta lettere che introducono la protagonista e descrivono il tema di tutta la narrazione. Si entra così direttamente nel cuore del problema e man mano che la lettura avanza ci trova immersi nel clima che si respira nella nuova casa de l’arminuta. Un contesto che esprime una povertà di sentimenti che è pari solo alla miseria materiale in cui è costretta a vivere quella famiglia.

La Di Pietrantonio utìlizza una scrittura scarna, essenziale, per descrivere questa condizione. I luoghi e i personaggi che li abitano sono figli di una tradizione letteraria che parte da Fontamara di Ignazio Silone del 1933 e arriva fino a Sud e magia di Ernesto De Martino del 1959. Non mutua profili umani o parole, ma proprio lo spirito che abita quei libri, il contesto in cui si nascono e si sviluppano.
Il termometro delle emozioni s’impenna di continuo. All’essenzialità di alcune descrizioni si alternano, con ritmo ben studiato e cadenzato, contesti e situazioni che spesso sono opposte.
«Alla quota più alta si toccava una specie di felicità, quello che mi era accaduto negli ultimi giorni era rimasto a terra, come una nebbia pesante. Ci passavo sopra e potevo persino dimenticarlo, per un po’.». Momenti in cui la scrittura concede una tregua alla ferocia dei sentimenti e una pausa, come a riprendere fiato.
Il ritmo, l’alternanza e la varietà di situazioni concedono al lettore la possibilità di orientarsi in una narrazione che attraversa tutte le forme di convivenza e insegue, senza fare sconti, l’animo umano fin nelle sue propaggini più profonde.
«Le vicine giravano intorno alla cassa sistemando accanto al corpo gli oggetti utili nell’aldilà […] pettine, rasoio, fazzoletti […] Spiccioli per pagare a Caronte il passaggio in barca.».
Il lutto e la sua elaborazione hanno qui i tempi lunghi che i luoghi di periferia sapevano concedersi. I suoi riti sono rispettati, così come le buone maniere. Una liturgia che si ripeta sempre uguale a se stessa e per tutti. E quando la giostra dei sentimenti sembra stia trovando un equilibrio in grado di accompagnarti, sereno, fino alla fine, ecco che ritorna ciò che già nell’incipit era presente: il dramma dell’abbandono.
«Io non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati. Il privilegio che portavo dalla vita precedente mi distingueva, mi isolava nella famiglia. Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. Invidiavo le compagne di scuola del paese e persino Adriana, per la certezza delle loro madri.».
La periferia in cui Donatella Di Pietrantonio ambienta “L’Arminuta” è la periferia dove si cresce e si diventa adulti senza le comodità della modernità. Luoghi arcaici in cui la convivialità si genera e si sviluppa soprattutto nelle occasioni meno felici. Dove il concetto stesso di felicità e, più in generale, di festa è quasi sconosciuto.
«Tu non hai conosciuto la miseria, la miseria è più della fame…», parole che restituiscono il senso e il clima che si vive e si respira in quella periferia dell’impero. Ma più che gli aspetti esteriori legati alla vergogna di vivere in quella condizione, che pure esistono, è il travaglio interno che agita la protagonista al centro della narrazione. La potenza e la forza, indimenticabile, delle parole della Di Pietrantonio descrivono magnificamente il disagio, l’attesa, la speranza e la rassegnazione che un essere umano può provare se costretto in quelle condizioni. Divisa tra due madri, all’oscuro della verità fino all’adolescenza, riesce a vincere la sua battaglia solo grazie alla conoscenza e alla consapevolezza di sé. L’arminuta resta attaccata alla vita e riesce a guardare al futuro grazie alla «coccia», come dice suo padre, quello naturale. Una narrazione che restituisce un mondo che non esiste più, anche se i fatti narrati non sono molto distanti dal nostro tempo.
I luoghi non sono indicati, non ce n’è bisogno. C’è il dialetto che identifica i luoghi con il cibo, gli usi e i costumi, la religione. Gli arrosticini, la Presentosa e San Gabriele.
Ci si chiede, leggendo queste pagine dove sia nascosto l’amore. Se e quando abbia mai attraversato la vita di queste persone. Perché qui si ben oltre il pudore dei propri sentimenti tipico di alcune comunità. Qui l’amore, è appannaggio solo dei più giovani, come se la fatica della vita e la cattiveria che spesso questa genera escludesse a priori tale condizione. Solo nei più giovani il bene vince sul male. Solo loro sono capaci di guardare oltre il grigiore di una quotidianità fatta di privazioni. Forse per questa ragione sanno portare, con classe, la loro ignoranza.
Non so se questo lavoro sia stato il risultato e la conseguenza di un flusso di parole piuttosto che un lungo lavoro per cercare le parole giuste. Non voglio nemmeno saperlo. Quello che so è che leggendo queste parole leggo e vedo storie di donne e uomini. M’incanto a guardare il viso e i capelli di Adriana e lo sguardo perennemente interrogativo dell’arminuta. Quello che so è che leggendo queste parole, leggo letteratura.

L’Arminuta, Donatella Di Pietrantonio (Einaudi, 2017, 164 pagine, € 17,50)

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