Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Umberto di Roberto Cotroneo è un regalo dell’autore ai lettori, a chi avrà la curiosità di leggerlo. Un dono prezioso e intimo. Cotroneo scrive di Umberto Eco in concomitanza con il decennale della sua morte e racconta delle loro frequentazioni, ma soprattutto delle mancate frequentazioni. Più scrive più ricorda; più ricorda più si apre, e aprendosi conduce il lettore in spazi inaccessibili perché spesso sconosciuti allo stesso autore.
Nel raccontare per ricordare sembra prevalere la dimensione affettiva, il rapporto personale. Ma non è esattamente così. Nella ricomposizione dei ricordi emergono prima il modo di essere e le caratteristiche dell’uomo, e solo dopo la dimensione amicale.
Per questo il libro è «una scrittura, non un romanzo, non un saggio, non un memoir. L’unico libro possibile su di te, Umberto, è un libro di frammenti. Tu lo avresti capito…», scrive Cotroneo.
Forma narrativa e saggio si giustappongono e si sovrappongono fino a comporre una partitura percorsa da un ritmo febbrile. Una scrittura emotiva costruita per frammenti, uno dei modi più autentici per leggere la realtà contemporanea e chi la abita. Il frammento serve a raccontare lo scrittore Eco e l’uomo Umberto, a «trovare quello che c’è nei testi per capire un uomo difficilmente leggibile».
È una scrittura intima, privata, attraversata dal pudore e dal non detto. Si avverte una tensione positiva, una scintilla, un innamoramento perenne per un modo di essere e di pensare che affascina e attrae. Un modo di guardare il mondo, colto e inclusivo, capace di tenere insieme l’aulico e il pop, l’alto e il basso.
Allo stesso tempo emerge una vicinanza che viene messa in discussione dal modo in cui Cotroneo apprende della morte di Eco, in un passaggio centrale del libro tra le pagine più dolorose e rivelatrici.
Raccontare la vicenda letteraria e umana dello scrittore italiano più letto al mondo nel secondo Novecento, grazie soprattutto a Il nome della rosa, nel modo in cui lo fa Cotroneo, diventa anche una lezione di scrittura. Un progetto costruito attraverso corrispondenze e dimenticanze, che insegue un obiettivo chiaro: ricostruire una storia lasciando parlare i fatti così come si sono svolti. Il filo che li tiene insieme è un ordito invisibile che compone un disegno unitario. Un esercizio apparentemente semplice da comprendere, ma difficilissimo da mettere in pratica.
Alla fine, si comprende ciò su cui si è meditato per tutta la durata della lettura: non esistono segreti per conoscere davvero l’opera e la figura di Eco. Basta leggere i suoi libri.
«L’ho detto: camminava veloce Eco. Non so se come in un film ad alta velocità. Ma era qualcosa di simile. Era veloce ma non aveva fretta […] Umberto era una strana figura mitologica, un essere vivente in tutto e per tutto, ma anziché cellule, pelle, ossa, carne era fatto di pergamene, carta, legature, inchiostri e quant’altro: come il bibliotecario dipinto dall’Arcimboldo nel 1566».
Questo libro è, in fondo, una lunga e ininterrotta dichiarazione d’amore per la mente di un uomo che in queste pagine appare più vivo che mai. Una lettura febbrile, l’ho letta in modalità febbrile, che trasmette entusiasmo, allegria e voglia di vivere. Mi ha ricordato una figura a me molto cara, un maestro. Perché i libri si parlano, parlano tra loro.
E alla fine ho pianto.









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