
Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Le prime trenta pagine, ma in realtà sono almeno sessanta, perché il testo è impaginato con un’interlinea che è almeno la metà di quella abituale, Javier Marías le utilizza per far viaggiare «verso il suo sfumare» Marta Téllez. Víctor, che era con lei al momento del suo sfumare, «tienimi, per favore, tienimi», descrive minuziosamente tutto ciò che si trova nella camera da letto che avrebbe dovuto essere l’alcova di quella notte inaugurale e che, invece, inaugurale non è stata. Con la stessa minuzia descrive la condizione mentale di chi assiste al trapasso di una persona. Ciò a cui, presumibilmente, pensa chi sta per morire.
«Non sopportiamo che i nostri congiunti non siano al corrente delle pene, non sopportiamo che continuino a crederci più o meno felici se a un tratto non lo siamo più, ci sono quattro o cinque persone nella vita di ognuno che devono essere informate all’istante di quanto ci succede, non sopportiamo che continuino a credere quello che non è più, non un minuto oltre, che ci credano sposati se rimaniamo vedovi o con i genitori se rimaniamo orfani, in compagnia se ci abbandonano o in buona salute se ci ammaliamo. Che ci credano vivi se siamo morti».
La sostanza di questo romanzo è tutta qui e nel titolo, “Domani nella battaglia pensa a me” (Einaudi), che, come citazione o parafrasi compare tre volte nelle prime trenta, o sessanta, pagine e altre sei volte nel prosieguo della narrazione.
Sono pagine lunghe, ancor più lunghe perché scritte con periodi altrettanto lunghi e poca punteggiatura. Marías conosce e frequenta come pochi altri una scrittura di attesa. Non lenta,
ma di attesa. Ricca di dettagli, sempre utili a comprendere meglio le circostanze in cui si verificano gli avvenimenti. Una scrittura ricca di dettagli, ma mai barocca.
Poi le cose accadono e ci si rende conto di quanto importanti, ai fini di una comprensione consapevole, siano stati quei dettagli che attraversano molte pagine. La precisione dei dettagli è pari, se non superiore, all’importanza degli avvenimenti stessi.
Marías scruta l’animo umano e restituisce sulla pagina un flusso pressoché ininterrotto di sensazioni e pensieri che riconosciamo perché ci appartengono o ci apparterranno in un tempo a noi prossimo.
È una letteratura che rende intellegibili, puntuali e precise, le situazioni e le descrizioni, quasi si stesse guardando un film. Una capacità di penetrare nell’animo umano, nei dubbi e nelle certezze che, ogni volta, finiscono per rivelarsi sempre meno tali.
Una straordinaria precisione lessicale, fatta di aggettivi che si rincorrono e trovano ogni volta la misura necessaria per raccontare al meglio l’angoscia e le insicurezze di Víctor, che si trova protagonista di una storia che storia non lo era ancora, ma che lo è diventata per il precipitare degli avvenimenti.
«Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale; e cada la tua lancia», scrive Marías per introdurre un nuovo flusso di parole e condividere, svelandolo, lo stato di agitazione mentale di Víctor, indeciso sul da farsi.
«La letteratura è più intelligente della psichiatria. La letteratura dice la condizione del tuo modo di essere al mondo molto più efficacemente di quanto non ti dicano le definizioni psichiatriche», ha detto il professor Umberto Galimberti. Marías sembra condividere e avvalorare questa tesi con trentadue anni di anticipo.
Il suo scrivere è così esatto da distogliere da tutto, persino dalla trama, dal racconto generale. Ci si
concentra sui particolari e sulla bellezza delle parole, messe insieme con maestria e sapienza.
Un periodare così lungo, con poca punteggiatura, è arduo per chiunque. Forse è anche uno dei modi più efficaci per trasmettere il pensiero che attraversa la mente di Víctor. Per condividere i suoi mille interrogativi senza risposta. Un pensiero che non vuole o non può più interrompersi.
Ed è incredibile come, assecondando questo flusso, Marías riesca a individuare e presentare molti dei
protagonisti di questa storia senza che alcuno di loro proferisca parola: semplicemente assistendo, da lontano e senza farsi notare, al funerale di Marta Téllez.
Maestria pura. Predisposizione innata, allenata con il lavoro, affinata e acquisita con il mestiere.
Maestria pura è la reiterazione di azioni e concetti. Leggere un’azione già letta, o un modo di essere e di pensare, da un altro punto di vista, stabilisce un rapporto di ulteriore vicinanza tra chi scrive e chi legge. In “Domani nella battaglia pensa a me” la reiterazione è il tessuto connettivo del romanzo e attraverso successive ripetizioni, sempre più ricche di particolari, si arriva all’epilogo. Flusso ininterrotto di parole e reiterazione sono gli elementi primari della costruzione di questa narrazione.
Maestria pura è saper dare voce e parola a tutti i protagonisti attraverso passaggi così armonici che non ci si accorge del cambiamento se non quando il centro della narrazione torna a essere Víctor.
Maestria pura sono le riflessioni sulla lingua e sul suo utilizzo. Sulla ricchezza e varietà di parole. Sulle sfumature.
Maestria pura sono le divagazioni all’interno del medesimo flusso di parole che stordiscono, affascinano e che, appena terminata la lettura, già mancano.
Di tutto questo Marías è consapevole. Tanto da far sapere al lettore che i protagonisti restano affascinati e storditi proprio come i lettori stessi: «Deán respirò profondamente quasi per riprendere fiato, o per placarlo un po’ dalla lieve veemenza in cui si era lasciato trascinare dopo la sua iniziale calma, come se le sue considerazioni gli fossero servite da antidoto contro la sua ira, o da
sostituto».
Una divagazione più divagazione delle altre si apre con una dissertazione sul valore dei nomi (e dei cognomi): «Che disgrazia sapere qual è il tuo nome senza conoscere il tuo volto domani», che trascende la storia e partecipa alla comprensione della vita privata di Víctor prima che incontrasse Marta Téllez. Oppure quella alle pagine 226 e 227 che inizia così: «Mi è stato ad ascoltare con un misto di ilarità e sorpresa…» e finisce in questo modo, «Ruibéniz indossava un soprabito con la cintura strettamente annodata come usano i presuntuosi…».
Ma forse sarebbe più giusto chiamarli frammenti piuttosto che divagazioni. Frammenti che si congiungono ad altri frammenti e che trovano un’unitarietà nel momento in cui incastrandosi scoprono l’arcano. Hanno una loro autonomia, ma hanno ragione di essere solo stando tutti insieme.
È letteratura ma, forse, anche altro. Credo, ci sia dell’altro.
Una introspezione che sa di bilancio di una vita e che parte da una domanda mai posta: ha senso vivere da soli? È stato un momento, il tempo di leggere questa frase: «era curioso vedere
la mia poltrona occupata da un’altra persona, una donna, era piacevole». Ho ripensato a tutto ciò che avevo letto e l’ho riletto partendo da questa suggestione. Se avessi avuto la possibilità di fare una sola domanda a Javier Marías, gli avrei chiesto proprio questo: ha senso vivere da soli?
A questo punto chi ha il libro in casa può cominciare a leggere. Chi non lo ha può decidere di comprarlo. Io, se vi può essere utile, vorrei essere al vostro posto e apprestarmi a leggere, per
la prima volta, “Domani nella battaglia pensa a me”.








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