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Avanti nella lotta, amore mio

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli 

Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti una vita al presente, il nuovo libro di Paolo Di Paolo

«Per entrare in questa storia, bisognerebbe essere giovani, o richiamare a sé l’intemperanza della propria giovinezza» scrive Paolo Di Paolo nell’incipit di questo libro. O, aggiungo io, innamorati. Meglio se giovani e innamorati.

Giovane come era, e resterà per sempre, Piero Gobetti. Innamorato della politica, del bene comune e di Ada. Ada Prospero, la sua giovane moglie, divenuta vedova troppo presto, con un figlio di sei mesi, Paolo, che crescerà senza il padre naturale.

Poche pagine dopo, in apparente ossimoro rispetto alla gioventù, compare «ripeness is all», la maturità è tutto: il mantra shakespeariano che Cesare Pavese ripeteva a sé stesso. Gobetti muore a ventiquattro anni, Pavese si suicida a quarantadue. Entrambi avevano fretta. Di studiare, leggere, scrivere, agire. Di tenere insieme gioventù e maturità. Voglia di vivere. Giovani di una giovinezza che suscita invidia nei più.

Giovane, giovanissima, anche Ada Prospero, che diventerà la moglie di Gobetti: «diciassette anni lui, sedici lei».

«Ricordi? Quando ci conoscemmo – ed eravamo due fanciulli – e io ti chiedevo ansiosa il grande perché di tutte le cose, ti chiedevo a che valeva soffrire, lavorare, lottare, se tutto doveva avere fine con noi: “Che importa la nostra persona? – mi hai detto – ciò che di più vero e alto è in noi continua a vivere nelle creature che abbiamo amato. Io vivrei in te”. E mi hai sorriso».

Un amore intenso e breve. Breve come la vita di Piero, oltremodo intenso come il suo impegno politico e il suo antifascismo.

Ada sarà protagonista della lotta partigiana per la liberazione dell’Italia dal nazismo tedesco e dal fascismo italiano. Così come Paolo, suo figlio e figlio di Piero Gobetti. Vicesindaca di Torino, Ada si occuperà di scuola, fondando Il giornale dei genitori, che sarà diretto, tra gli altri, da Gianni Rodari.

L’affetto, la simpatia e il trasporto di Paolo Di Paolo nei confronti di Ada sono palesi. Così si esprime su di lei: «È fra quegli esseri umani che darei molto per aver conosciuto. Non può essere un caso che la frase forse più romantica mai scappata dalla penna di quell’incredibile ragazzo torinese degli anni Venti sia scritta per Ada: “Una lettera di Didì è la vita, sai? Quindi mandami tanta vita”».

Di Paolo utilizza la prima metà del libro per trasmettere al lettore il clima politico in cui visse Gobetti e per raccontare il grande lavoro intellettuale costruito attraverso l’attività editoriale. Lo fa utilizzando anche sé stesso come protagonista della narrazione.

Nella parte centrale si concentra sulle vessazioni e sulle violenze subite dal giovane intellettuale torinese per mano dei fascisti, su esplicita richiesta di Benito Mussolini, evidenziando la dimensione e la valenza politica del Gobetti attivista. Racconta il contraccolpo seguito alla chiusura della rivista Rivoluzione liberale, anch’essa imposta dal regime. E riportando da cronista di vaglia una delle fotografie che meglio raccontano l’Italia, «Tabucchi m’incoraggia: “Pensi a che cosa scrisse Gobetti prima del delitto Matteotti! Scrisse che il fascismo è l’autobiografia della nazione”. Non so cosa rispondergli. Non so che cosa gli ho risposto allora. So che cosa gli risponderei adesso. Ma lui non c’è più».

Nella parte finale accompagna il lettore a comprendere la grandezza e la lungimiranza di Gobetti con foga e con una dovizia di riferimenti preziosi. Leggete con particolare attenzione le pagine 107, 108 e 109. Chissà cosa sarebbe stato capace di fare e di organizzare se non fosse stato colpito e annientato dai fascisti: «La giovinezza deve capire l’obbligo di pensare, soprattutto. La giovinezza deve capire l’esigenza di lavoro. Deve capire che l’esigenza attuale è proprio quella che notava Salvemini: vincere la pace».

La forza di questo libro sta nella capacità di interrogarsi sul proprio impegno politico. Paolo Di Paolo lo fa sollecitato dalle parole e dalla vita di Piero Gobetti, e dalle riflessioni di Antonio Tabucchi, Norberto Bobbio, Albert Camus. Una forza che si sprigiona pagina dopo pagina e che interroga continuamente il lettore.

Ci si chiede spesso, in questi ultimi tempi, che cosa debba fare un intellettuale per essere utile alla comunità a cui sente di appartenere. Una delle risposte è scrivere. E poi, forse, continuare a fare domande. «Lavorare sodo là, nel campo degli interrogativi – e alzare un po’ la voce quando si formula una domanda, tenerla più bassa proprio quando si azzarda una risposta».

In questo interrogarsi, a voler leggere bene, c’è una visione che condivido: l’impegno vero non è solo eroico, è quotidiano. «L’uomo di libri e di scienza cercherà dunque di tenere lontane le tenebre del nuovo Medioevo continuando a lavorare come fosse in un mondo civile». Così Gobetti, così Di Paolo, così chiunque voglia abitare il presente con la giovinezza nel cuore e la responsabilità nel pensare.

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