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Gli anelli del lago di Alessandro Baricco

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli 

The Baricco Book, a cura di Annalisa Ambrosio e Paolo Di Paolo, è il catalogo di una mostra che non esiste e che proprio per questo funziona

Mi ero già chiesto cosa potesse significare organizzare una mostra su una giornalista che era stata anche scrittrice, correva l’anno 2007, la risposta la trovai andandola a visitare e scrivendone. Intervista con la Storia: immagini e parole di una vita, il titolo della mostra che si tenne a Milano (Palazzo Litta) e a Roma (Vittoriano) per celebrare la figura di Oriana Fallaci. C’erano oggetti personali della scrittrice, materiali legati alla vita e alla carriera della giornalista, immagini e parole. Fu una bella esperienza che ricordo ancora oggi con grande piacere.

Figurarsi le domande che mi sono frullate per la testa quando ho avuto tra le mani The Baricco book. Questo è il catalogo di una mostra che non esiste. «Ci risiamo», ho pensato. Ma se la mostra non esiste questo catalogo cos’è? A cosa serve?

In realtà basta sfogliare, anzi far scorrere velocemente, le pagine dalla prima all’ultima o viceversa per comprendere che questo è il catalogo di una mostra che c’è come ci avverte fin dalle prime pagine Annalisa Ambrosio, «Ciascun visitatore avrà una rappresentazione mentale di com’è fatta una mostra, che viene inevitabilmente dalla somma di tutte le mostre che ha visitato: è proprio quello spazio sul quale facciamo affidamento durante la percorrenza e che gli proponiamo di riabitare per il tempo che si tratterrà su queste pagine».

E seguendo il consiglio della Ambrosio, mi piace pensare che la mostra sia stata realizzata a Venezia in uno di quei meravigliosi palazzi ritratti da Canaletto nel 1700.

Così come Alessandro Baricco ha creato mondi con le sue parole piuttosto che con le sue narrazioni orali, Di Paolo e Ambrosio hanno creato, attraverso la composizione e scomposizione di molti frammenti del suo lavoro, un universo immaginifico che va oltre la mostra e oltre la semplice esposizione delle sue trame e dei suoi lavori.

Paolo Di Paolo e Annalisa Ambrosio con The Baricco book compiono un’operazione culturale notevole nel rappresentare il mondo creato dal fondatore della Scuola Holden, scrivendo una dotta e popolare dissertazione sulla divulgazione della conoscenza che molto sarebbe piaciuta a Umberto Eco. Al semiologo mandrogno sarebbe piaciuta asseconda la volontà di portare la cultura laddove non c’è o non riesce ad arrivare.

Bravi dunque Ambrosio e Di Paolo, traghettatori di senso e contenuto per aver illuminato a giorno il lavoro intellettuale di una figura centrale della letteratura italiana contemporanea che, come scrivono nella prima pagina di questo libro utile, necessario e bello, «Alessandro Baricco (1958) è fra i dieci autori italiani di tutti i tempi più tradotti al mondo».

Pur in quella che, da osservatore esterno, appare come un’austera alterigia piemontese, tratto costitutivo dal quale è (forse) impossibile rifuggere, Baricco, lavora sulla materia culturale per renderla, pasolinianamente, popolare. Ha il dono di farsi comprendere anche da chi non ha gli strumenti per comprendere. Una sorta di Caronte che accompagna opere dell’ingegno umano laddove altrimenti non arriverebbero. Un’operazione colta e per tutti, e per questo democratica.

Scrive Paolo Di Paolo, «Il paesaggio in cui Baricco debutta era stato appena sgombrato dall’ipoteca delle vecchie divinità: scomparsi Calvino, Morante, Moravia, Bassani ridotto al silenzio dalla malattia; Tondelli aveva indicato una strada e se n’era andato in fretta…». Un bene per la letteratura italiana che subito dopo questi numi tutelari della quinta arte, l’arte della parola, trova in Baricco non un traghettatore, ma un produttore di senso capace di costruire nel tempo un universo letterario riconoscibile e nel quale potersi riconoscere. Personaggi e sguardo gli ingredienti con cui crea ogni volta un nuovo mondo.

Efficace la scelta di citare tutti i romanzi di Baricco, recensendoli con una sola riga, uno stratagemma che ha portato lo scrittore torinese ad una risposta esemplare dalla quale ho tratto anche il titolo per questa recensione, «il tempo, anche quello dei romanzi, non è affatto lineare, per cui è illusorio pensare che Castelli di rabbia sia il mio primo romanzo, al di là delle date. Si potrebbe dire, ad esempio, che tutto è in City, il resto va compreso come gli anelli sul lago, là dove hai tirato un sasso».

Attraversare la mostra, sfogliandola, regala un piacere impagabile che nessun biglietto d’ingresso potrebbe retribuire. C’è molto da vedere e da leggere, ciò che manca è il sonoro. Non si può ascoltare la voce di Baricco che parla di John Steinbeck e di Furore, così come non si possono ascoltare brani tratti da L’amore è un dardo e Pickwick – Del leggere e dello scrivere, la musica colta e la grande letteratura spiegata e resa accessibile a tutti, tra le più grandi produzioni della televisione italiana, destinate a fare scuola.

Peccato non averlo come Ministro della Cultura italiano, «smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente sa solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione. La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare».

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