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Goffredo Fofi e la minoranza che cambia il mondo

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli 

La storia di Goffredo Fofi (Gubbio, 1937 – Roma, 2025) è, in parte, la storia di molti italiani della sua generazione: tra i primi, nelle rispettive famiglie, ad avere accesso allo studio. Una condizione che, per ragioni sociali e familiari più valide ieri che oggi, ha portato alcuni a non laurearsi, senza per questo renderli meno preparati. In ciò Fofi è in ottima compagnia: Alberto Moravia, Ennio Flaiano, Vasco Pratolini, Eugenio Montale, Elsa Morante, Umberto Saba, Elio Vittorini, Benedetto Croce, Gianni Rodari, Dario Fo. Tutti autori non laureati che hanno pensato e scritto alcune delle cose migliori pubblicate in Italia e all’estero.

Fofi apre il libro dichiarando questa condizione. Non è un dettaglio autobiografico secondario: in quelle pagine iniziali si coglie la sua idea di studio come strumento per comprendere il mondo, per orientarsi tra il bene e il male, il vero e il falso.

Fofi è interessato agli scrittori che assumono il cambiamento come stella polare. La letteratura fine a sé stessa lo annoia, non lo riguarda. Anche per queste ragioni ha apprezzato il lavoro di Alessandro Leogrande e, in modo diverso, i romanzi di Nicola Lagioia, in cui riconosce quella stessa tensione a comprendere senza giudicare, interrogando «quanto c’è di più radicalmente inquietante nell’uomo di oggi».

Nei ritratti raccolti in questo libro si dispiega un pensiero lungo sulla società a cui questi scrittori appartengono. Ne emerge una guida utile per orientarsi tra vocazioni, azioni e conflitti del pensiero italiano del secondo Novecento. E, soprattutto, per interrogarsi sul ruolo degli intellettuali: chi erano, e quanto incidevano nella loro società. «Le minoranze “intellettuali” di ieri erano fatte da coloro che lottavano per i diritti delle maggioranze […] quelle di oggi da coloro che agiscono per quelli di altre minoranze […] per una società più giusta. La minoranza dei critici di cui fidarsi è rara però come sempre; e peraltro non sono loro la minoranza che più ci interessa, ma quella che ha avuto in Silone un suo grande esempio, formata da intellettuali attivi per la liberazione di tutti».

Fofi privilegia gli intellettuali militanti. A questo proposito, per chiunque si cimenti con l’esercizio della recensione, è esemplare quella dedicata a “Uscita di sicurezza”, alle pagine 133 e 134: una lezione di misura, chiarezza e profondità.

La sua forza sta nella capacità di leggere la società e collocare ciascun autore dentro una rete di relazioni storiche e politiche. Alla competenza letteraria si unisce una consapevolezza civile che ne fa uno dei critici più importanti dell’Italia del secondo Novecento.

I ventisei ritratti – tra cui Elsa Morante e Anna Maria Ortese – non sono solo un esercizio di stile, ma l’inizio di una storia dell’impegno intellettuale in Italia. Una storia di cui abbiamo bisogno oggi, forse più che mai, per attraversare il fiume della vita collettiva: un corso d’acqua sempre più inquinato da guerre, discriminazioni e disuguaglianze, ma che può essere guadato con la consapevolezza e la curiosità che Fofi ha saputo trasmettere.

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