le mie recensioni

|

Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ic
Per parlare a lungo di una persona, della sua vita amorosa, lavorativa, politica, bisogna che muoia. Letteralmente. È un espediente eccellente: è più facile stare dalla parte di chi non può difendersi. Un morto, appunto, non può farlo. Per questo è la vittima perfetta. Lev Tolstoj lo sa bene, e confeziona un capolavoro con La morte di Ivan Il’ic. Un morto perfetto.
«Il morto giaceva, come sempre giacciono i morti, colle rigide membra pesantemente abbandonate sulla lettiera della bara, colla testa ormai in eterno reclinata sul cuscino, e mostrava, come sempre mostrano i morti, la fronte gialla e cerea, calva sulle tempie infossate, e un naso prominente che quasi premeva sul labbro superiore».
Eppure, in quella fissità, Tolstoj fa vivere un intero mondo: la Russia della seconda metà dell’Ottocento. Il lavoro, la casa, le ingerenze politiche, la noia in famiglia e sul lavoro. I decori, gli arredi. In poche parole: la vita. Per raccontarci tutto questo, Tolstoj s’inventa un morto.
È o non è un fuoriclasse?
Continue reading La morte di Ivan Il’ic: la vita secondo Tolstoj

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
* Qui è pubblicato in una versione più lunga che include alcune citazioni
Nel 1963, l’anno in cui principia il romanzo di Giovanna Casadio, Arrivammo a destinazione, sono stati 183.000 gli italiani del Mezzogiorno emigrati al Nord. E dunque, anche se l’autrice scrive che questo romanzo «è una storia di femmine», «una storia di mari e di marinai» e «soprattutto la storia di Nevio Boni», pur rispettando ciò che ella scrive, penso sia soprattutto una storia di emigrazione e, per estensione, una storia tra le tante storie, della grande migrazione degli italiani del Sud verso l’Italia del Nord e il resto del mondo. Una storia che merita di essere raccontata e che continuerà a vivere nel tempo, rinnovandosi di generazione in generazione.
Una storia fatta di storie, come quella di Sebastiano, raccontata o cuntata come scrive Giovanna Casadio, «c’è un attimo, subito dopo la morte, in cui ogni desiderio è esaudito. È l’istante in cui chi muore può chiedere scusa a chi ha offeso, tenersi accanto l’amore più grande, sedersi sul molo ad abbracciare il mare».
Continue reading Tra vento di scirocco e gelsomini la vera storia del capitano Sebastiano Moncada

La mia ultima storia per te, ha vinto il Premio Viareggio Rèpaci Opera prima
Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
* Qui è pubblicato in una versione più lunga che include alcune citazioni
Fin dalle prime pagine e dai due incipit s’intuisce che l’esordio letterario di Sofia Assante è anche un film. Un film d’amore e sull’amore, un libro che s’interroga sulla relazione di amorosi sensi che tutti cerchiamo e a cui tutti aneliamo.
«Ci fumiamo una sigaretta al telefono?» e qualche rigo sotto «Affacciati alla finestra. Dimmi com’è New York», cosa sono se non il desiderio di condividere, nello stesso istante e insieme, fisicità, desiderio e bellezza?
Andrea ed Elettra si amavano e si amano ancora, ce lo dice il loro primo dialogo dopo dieci anni di silenzio. Al telefono, a tanti chilometri di distanza. Ce lo dicono le parole di Andrea, voce narrante, quando spera che Elettra attacchi il telefono, «Ho trovato il modo di vivere senza di te, Elettra, e non me lo rovinerai. Per amor del cielo, attacca. Ma poi ha parlato. Io ero attaccato alla finestra, la cover band dei Led Zeppelin se n’era andata e il sole era sceso sotto la linea dell’orizzonte ma illuminava ancora il cielo con una striscia arancione, fosforescente e bellissima». Sono le parole che danno forma ai pensieri di un uomo innamorato.
Continue reading Sofia Assante, d’amore e di classe

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
* Qui è pubblicato in una versione più lunga che include alcune citazioni
In una ispirata, potente e volutamente politica, prolusione alla tredicesima edizione del Salerno Letteratura festival, Melania Mazzucco spiega le ragioni della letteratura, la sua forza di cambiamento, la capacità di accendere riflettori sulla realtà e fornire gli strumenti per comprenderla e, quindi, provare a cambiarla. Parla del potere che non ha colore, dei libri «dati alle fiamme dai nazisti nel rogo di Berlino il 10 maggio 1933», di quello stesso potere senza colore che vince quando le persone smettono di leggere e d’informarsi e che « rassegnarsi ad allevare una generazione senza libri significa cedere l’unico vero potere della letteratura – la libertà».
Sono alcune delle questioni alla radice della scrittura di Melania Mazzucco e in particolare del suo ultimo libro, Silenzio. Le sette vite di Diana Karenne. Un viaggio che prende il via nel 1914 a Roma e si concluse nel 1968 a Losanna. Attraverso la sua lotta per l’affermazione personale, come donna e come artista, la protagonista incarna il desiderio di indipendenza che accomuna molti, e in modo particolare le donne. Diana Karenne, uno dei tanti nomi che la protagonista utilizzerà, è tante cose insieme, «straniera, misteriosa, femme fatale, zingara, cantante, imprenditrice cinematografica, spia, suora strappata al convento, santa, contessa, regina, zarina», prima donna e regista del cinema muto italiano, tra le prime registe cinematografiche del mondo.
Continue reading Diana Karenne, la protagonista dell’ultimo libro di Melania Mazzucco paradigma dell’emancipazione femminile

Questo articolo è pubblicato su pagina21
Da Spinoza a Gandhi, fino a Lucio Caracciolo, contro l’antico e attuale paradigma del preparare la guerra
Giorgia Meloni, in Parlamento, cita il motto latino Si vis pacem, para bellum e dichiara di pensarla come gli antichi romani. L’espressione, attribuita al funzionario imperiale Vegezio, compare nel III libro del suo Epitoma rei militaris, redatto tra la fine del IV e l’inizio del V secolo dopo Cristo. La formulazione esatta è: Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum.
Dunque: chi desidera la pace, prepari la guerra.
Continue reading La pace non si arma: da Spinoza a Caracciolo, il coraggio di disobbedire

Questo articolo è pubblicato su Roma, il giornale di Napoli
La finale dei playoff di serie C tra Pescara e Ternana ha regalato agli oltre ventimila tifosi presenti allo stadio uno spettacolo che poche altre discipline sportive sanno esprimere. Nel calcio non sempre vince il più forte, ma a volte e come per magia (per citare l’artefice della promozione in serie B, l’allenatore Silvio Baldini), vince chi ha più cose da dire e da dare per sé stesso e per gli altri. Ed è esattamente quello che è successo tra Pescara e Ternana.
Nel doppio confronto la Ternana ha concesso al Pescara un solo tiro in porta, quello del napoletanissimo Gaetano Letizia che ha sancito la vittoria dei biancazzurri allo stadio Liberati di Terni, e ha creato almeno sette, limpide, azioni da gol che solo la bravura di Alessandro Plizzari, il portiere dei biancazzurri, ha impedito che potessero essere altrettanti gol. Lo ha riconosciuto, con la schiettezza che lo contraddistingue, lo stesso Baldini a fine partita.
Ma tutto questo non è bastato ai rossoverdi per vincere. Hanno vinto i biancazzurri del Pescara, ha vinto il suo allenatore Silvio Baldini, ha vinto il suo presidente Daniele Sebastiani, ha vinto, ieri sera, soprattutto il portiere dei padroni di casa, Alessandro Plizzari.
Continue reading Non vince sempre il più forte, vince chi sa sognare

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Una delle più belle canzoni napoletane, e perciò una delle più bella canzoni del mondo, s’intitola Era de maggio, musicata da Mario Pasquale Costa su una poesia di Salvatore Di Giacomo.
Chi non hai mai sentito almeno una volta nella sua vita «Era de maggio e te cadeano nzino, a schiocche a schiocche, lli cerase rosse. Fresca era ll’aria, e tutto llu ciardino addurava de rose a ciento passe…». L’abbiamo cantata tutti.
È una canzone d’amore il cui incipit racconta di due amanti che si lasciano nel mese di maggio per ricongiungersi, nell’epilogo, ancora nel mese di maggio.
E proprio a maggio si stava consumando un addio doloroso: quello tra Antonio Conte e il Napoli. A detta di tutti gli esperti di calcio quell’addio si era già consumato perché Conte non avrebbe più allenato la squadra azzurra.
Continue reading Era de maggio

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli e su pagina21
Subito dopo il triplice fischio che ha ufficializzato la vittoria del quarto scudetto per il Napoli di Aurelio De Laurentiis e Antonio Conte, è iniziata la festa del popolo napoletano. A Napoli ovviamente, ma anche a Milano, a Londra, New York, in Canada, un po’ dappertutto perché un po’ dappertutto ci sono napoletani e italiani del sud, meridionali.
Questa felicità collettiva non è solo calcio, è appartenenza. Perché Napoli non è solo una città, ma è un modo di essere, di vivere. Di amare e di soffrire. D’intendere il mondo, perfino di parlare.
Un modo di essere, un’appartenenza che viene da lontano, da molto lontano.
Continue reading Il Napoli vince lo scudetto e si festeggia in tutto il mondo: non è solo calcio

Questo articolo è pubblicato anche su pagina21 e sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Aver saputo trasformare una domanda in un ordito sul quale costruire l’intera narrazione, potrebbe iniziare e finire qui la recensione all’ultimo libro di Javier Cercas. Ma non finirà qui perché questo libro è un giacimento di pensieri ricchi di senso e di parole necessarie che meritano di essere raccontate.
«La letteratura è uno strumento di conoscenza: serve a comprendere. “Comprendere tutto significa perdonare tutto” recita un detto francese. Falso. Comprendere non significa giustificare: significa darsi gli strumenti per non commettere di nuovo gli stessi errori. È questo che facciamo noi romanzieri; perciò, a dispetto di quanto predica la superstizione letteraria più diffusa del nostro tempo, la letteratura è utile. A una condizione: che non si riproponga di esserlo…».
Continue reading Il folle di Dio alla fine del mondo, Javier Cercas

Questo articolo è pubblicato anche su pagina21
Perché amo, incondizionatamente, Zemàn
Quando penso al gioco del calcio penso a Zeman e quando penso a Zeman penso a Eduardo Galeano e a ciò che ha scritto in uno dei libri più belli attorno al calcio, Splendori e miserie del gioco del calcio, «Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Sölle: “Come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità?”. Non glielo spiegherei, rispose, gli darei un pallone per farlo giocare».
Perciò quando penso a Zeman sono felice, perché il suo calcio esprime un’idea felice della vita. Un calcio votato alla ricerca del gol, mutuando e scomodando Roland Barthes, il grado zero della felicità.
Segnare un gol in più dell’avversario, l’archè di tutte le cose per Zeman.
Continue reading Zdenek Zeman, il bambino che è in ognuno di noi
|
|