le mie recensioni

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Mine Vaganti, di Ferzan Ozpetek
Oscar. La scena finale di Mine Vaganti determina il giudizio complessivo sul film. La musica e il gran ballo sono, come spesso succede nei film, elementi catartici e valgono da soli il prezzo del biglietto. Lo stesso finale però non risponde alla domanda che lo spettatore si pone fin dalla prima scena. È questo un errore di scrittura da attribuire tutto a Ivan Cotroneo e Ferzan Ozpetek, così come totalmente gratuita e ininfluente è la scena in cui Riccardo Scamarcio balla, da solo, davanti allo specchio di casa.
Enzo. L’omosessualità sta al patriarcato meridionale come il sale a una ferita sanguinante. Un padre pugliese ha dichiarato: «È meglio avere una figlia zoccola che un figlio ricchione». Ozpetek non riesce a fare antropologia compiuta. Affida l’inaccettazione della diversità ad un padre retrivo e talmente congestionato da avere l’infarto. Fantastichini è dunque una caricatura. Scamarcio e Preziosi due icone ambivalenti che non estinguono la rispettiva mascolinità nella sfida interpretativa dei diversi.
Nella prefazione a Il ritratto di Dorian Gray Oscar Wilde scrive a chiusura del suo breve testo: «Tutta l’arte è completamente inutile». L’arte intesa come culto della forma e del bello, l’arte fine a sé stessa. Un’affermazione che continua a far discutere. Certo è che nel tempo distratto e veloce che viviamo l’arte acquista una dimensione universalmente riconosciuta solo quando le si attribuisce un valore economico oppure quando riesce a occupare il centro della scena mediatica.
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Quando dovevi aspettare le 18.10 per vedere i gol della domenica calcistica la televisione era in bianco e nero. Si aspettava impazienti la sigla tarattattattatarattatarattattatatà…e quando appariva 90° sullo schermo, la faccia tranquilla e sorridente di Paolo Valenti, che officiava quel rito, era il lasciapassare per vedere finalmente i gol di Giggiriva, scritto e pronunciato senza soluzione di continuità, noto anche come Rombo di tuono, di Gianni Rivera, l’abatino come lo aveva soprannominato Gianni Brera, di Pietro Anastasi e Sandro Mazzola.
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Il centenario della nascita di Ennio Flaiano
Oscar. Ennio Flaiano è stato un pioniere della postmodernità. Precursore delle idee di Zygmunt Bauman che ha coniato il termine di società liquida per rappresentare la condizione umana nella postmodernità, Flaiano intuendo la frammentarietà, forse non la liquidità, della società che attraversava, dei costumi e dei relativi modelli di sviluppo, ha elevato ad arte il frammento. Proponendo in tutta la sua produzione intellettuale una forma di comunicazione che oggi, a cento anni dalla nascita, è patrimonio condiviso.
Enzo. Parole di talento sparse ed un solo romanzo, Tempo di uccidere, che NON è un giallo, come sostennero gli ignoranti abruzzesi che anni fa scelsero quel titolo per un concorso letterario sul noir. Di Ennio Flaiano rimane questo sulla carta. Diversa la prospettiva filologica. Flaiano è l’unico autore italiano del dopoguerra dalle capacità analitiche multimediali e multifocali. I suoi aforismi gli sono stati scippati da quella stessa bolsaggine collettiva che lui seppe irridere senza catastrofismi.
La domanda, semplice, che ci siamo posti all’inizio di questo breve viaggio per rievocare la Pescara nella quale ha vissuto Andrea Pazienza, il caposcuola del nuovo fumetto italiano che nasce proprio con lui a metà degli anni Settanta e la cui grandezza appare oggi, a ventidue anni dalla prematura scomparsa, sempre più chiara e intellegibile a tutti, è: dov’è finita la Pescara di Paz? Abbiamo cercato di capire cosa animava quella città, quali erano gli avvenimenti e le persone che gli occhi e il cuore di Paz attraversano in quegli anni, per certi versi, epici.
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Il liceo artistico di Pescara, all’inizio degli anni Settanta, era uno dei nove presenti in Italia, famoso e conosciuto per la qualità dei docenti e per il clima artistico che si respirava tra le sue mura che Giuseppe Misticoni, il suo mentore, era stato capace d’infondere in tutti, docenti e studenti. Lo ricorda, per esempio, Fernanda Pivano nell’introduzione al catalogo dell’ultima mostra dedicata a Pazienza, Jaques Prevért, svoltasi a San Benedetto del Tronto la scorsa estate, quando riferendosi a Pescara scrive: «Un liceo fuori dal comune, con dei professori che avevano capito chi avevano di fronte e con cui Andrea Pazienza aveva costruito un rapporto di stima.»
Continue reading Paz, la realtà spiegata dal fumetto

Nine, di Rob Marshall
Oscar. Nine rappresenta la “paura” davanti al foglio bianco di un uomo che è un artista riconosciuto e affermato, e contemporaneamente è la messa in scena delle sue ossessioni. E questa messa in scena avviene con modalità sempre diverse. Diventa gioia e liberazione quando nella mente di Guido Contini, il protagonista, prevale la volontà di esorcizzare le sue paure con la musica. È invece puro masochismo quando è il sesso a prevalere. Nine è un sogno, ciò che sempre dovrebbe essere il cinema.
Enzo. Nine è un rifacimento che supera, alla lunga, l’originale. Federico Fellini, il regista più sopravvalutato e ingombrante della storia del cinema, stravolgeva nell’approssimazione le idee di Ennio Flaiano. Mentre Rob Marshall visualizza con fastosa spettacolarità la sceneggiatura del compianto Anthony Minghella nella rievocazione dell’Italia anni ’60. Le scene e le donne che ruotano intorno a Daniel Day-Lewis sono più belle di quelle che affollavano le ossessioni di Marcello Mastroianni in 8 e ½.
Sono trascorsi ventidue anni dalla morte di Andrea Pazienza, era una calda giornata di giugno del 1988 quando la notizia irruppe improvvisa nei telegiornali da Montepulciano, ma tutto ciò che riguarda Paz ha sempre lo stesso sapore di contemporaneità. Per questo motivo quando mi è capitato tra le mani un nuovo, piccolo libro a lui dedicato, Caro Andrea, pubblicato a San Severo, sua terra d’origine, sapevo che avrei letto qualcosa che riguarda noi e oggi. Così è stato. Fra i diversi contributi pubblicati, m’imbatto in una lettera privata, inedita, scritta da Andrea Pazienza alla sua fidanzata, Isabella Damiani, all’epoca dei fatti quindicenne. La lettera, datata 10 maggio 1975 venne scritta il giorno dopo l’inaugurazione della sua prima personale che si tenne a Pescara presso la galleria d’arte Convergenze.
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Il trucco ormai non funziona più. Ogni qualvolta uno scandalo appare all’orizzonte, sia che lo riguardi direttamente sia indirettamente, lo schema difensivo è sempre lo stesso: magistrati che non fanno il loro dovere e donne. Tanto più grande è lo scandalo tanto più si spinge oltre ogni decenza immaginabile l’attacco alla Magistratura e l’uso del corpo femminile come scudo umano per parare qualunque colpo. A Berlusconi, che è grande appassionato e cultore di calcio, non sfuggirà che quando una tattica si ripete sempre uguale a se stessa, smette di essere produttiva.
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