Omicidio colposo e Spaccatorella, prende sei anni.
Spaccatorella è l’agente della Polstrada che, credendosi Al Pacino alias Serpico, gambe divaricate e braccia tese ha ucciso Gabriele Sandri, un giovane tifoso della Lazio, l’11 settembre del 2007 in un autogrill dell’A1.
Una sentenza sconcertante.
Una sentenza che ovviamente va rispettata ma sulla quale è legittimo esprimere un giudizio. Un giudizio negativo, molto negativo.
Eraldo Affinati ha vinto il SuperFlaiano 2009, la sezione Letteratura del Premio Flaiano, con Berlin edito da Rizzoli. Ha superato la concorrenza di autori come Boris Pahor, Hanif Kureishi, Aron Appelfed e Amélie Nothomb.Continue reading Intervista a Eraldo Affinati
Berlin inizia con un’immagine che mi è molto cara, la Siegessäule, in cima alla quale vi è la dea della Vittoria dove Damiel e Cassel, gli angeli di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino, siedono per osservare la città e la vita dei berlinesi. Gli angeli guardano e non possono essere visti se non dai bambini. Un luogo simbolico, fortemente simbolico, che ti fa entrare nella città dalla porta principale.
Berlin è un’autobiografia nella quale tutto ciò che ha costruito e costruisce Berlino si presenta, si propone e parla in prima persona. È un libro che trasporta pensieri sulla città. In questo senso non è una guida perché va oltre la guida come concezione statica della città. È presente ma è anche passato. È passato ma è anche presente. È un divenire. Sono le pietre e la storia. Sono le persone che l’hanno vissuta e attraversata. È la musica. È ciò che non si vede ma è. Continue reading Berlin, Eraldo Affinati
13 luglio 2008, ore 5.30
Il quattordici luglio è ormai giunto e Robert Mc Johnson è sempre più solo.
Schegge di pensieri gli invadono la testa e si sovrappongono in un intricatissimo puzzle che non riesce a ricomporre. Trascorre tutti i giorni in un déjà vu che lo consuma lentamente. E mentre pensa alla sua vita vera, quella fuori da qui per intenderci, quasi sempre perde i sensi e si ritrova sprofondato sulla branda con la testa penzoloni, le braccia abbandonate sul pavimento e i piedi puntati contro il muro. Un calore che parte dalla testa e attraversa tutto il corpo è il segnale che il peggio è passato e allora, solo allora, una sensazione di benessere lo acquieta.
Ore 7.30
È stato trasferito nella stanza dell’ultimo giorno. È una stanza più piccola di quelle precedenti, con il water d’acciaio inox in un angolo e, ovviamente, la luce artificiale. Il linoleum verde invade ogni spazio e riflette la luce in modo da far sembrare quel posto un obitorio. Le pareti sono bianche, di un bianco immacolato, e la porta di un bianco leggermente più avoriato.
Non ci sono colori qui che non siano il verde del linoleum e il bianco dei muri. Non si odono rumori se non lo stridente battito dei manganelli sulle porte che serve a non far dormire per più di due ore consecutive tutti i presenti.
L’ultima volta che Robert Mc Johnson aveva visto la luce naturale e i colori si trovava nel cortile del tribunale. Il presidente della corte aveva da poco letto la sentenza e lui era ancora sotto shock. Lo stato confusionale in cui si trovava fu accentuato dai flash dei fotografi presenti in aula e dalle urla liberatorie dei parenti di John, la sua vittima. In quel trambusto fu portato di peso fuori del tribunale dove, ammanettato e circondato da poliziotti armati, percorse il piccolo viale del cortile che lo separava dal furgone per la traduzione. C’era un cielo terso e grandi nuvole bianche, il cui contorno era disegnato e reso visibile dal sole che vi si celava a ridosso. Si scorgevano il profilo della città e le grandi insegne luminose sui tetti che, seppur spente, erano ben visibili. In particolare fu colpito da una grande insegna rossa che collegava virtualmente tre edifici e che simboleggiava un paio d’ali spiegate in volo.
Era un gran bel pezzo di cielo e Robert Mc Johnson non comprese immediatamente che era l’ultimo pezzo di cielo della sua vita.
Ore 10.30
I vestiti gli stanno larghi e le dita delle mani sono diventate lunghe e scheletriche. Non ha mai avuto mani tanto lunghe e magre.
Mangia pochissimo perché mangiare lo distoglie dai suoi pensieri e lo riporta fisicamente e con forza in quel luogo. Si estrania pensando di essere da un’altra parte, in situazioni diverse, in compagnia di altri o anche solo della sua ombra, della sua solitudine e, in qualche caso, della sua rabbia.
Oggi però non riesce a distrarsi. Ci ha provato e non c’è riuscito. È troppo nervoso, ha paura e suda. Suda come non mai prima d’ora. Gli tremano le mani e ha una fottuta tachicardia, tanto accentuata che ha l’impressione di correre all’infinito.
Un subbuglio interno gli sale dallo stomaco fin dentro la gola ed esplode, inatteso. Vomita.
Una gran chiazza verde oro impatta con violenza sul pavimento disegnando una forma irregolare. Contemporaneamente si è cagato addosso con la stessa forza e intensità. Ora si sente più leggero, rifiuto tra i rifiuti.
Tutto si è bloccato quel 4 luglio 1998, quando una voce ferma e autoritaria ha detto: «Condannato a morte». Quella frase secca e sibillina l’ha subita senza poter replicare. Ancora oggi non riesce a togliersi dalla mente la faccia di quel giudice che l’ha pronunciata senza tradire la minima emozione.
Ma ora va meglio. Si è liberato di tutto. Se non fosse per il cattivo odore che risale le pareti e ritorna giù più forte e acre di prima starebbe ancora meglio.
Hanno ripulito, ma l’odore è rimasto sospeso nell’aria. Ha chiesto di cambiare stanza ma gli hanno risposto che il regolamento non lo prevede.
«Cazzo, se non potete cambiare l’aria cambiate il regolamento!» pensa ad alta voce senza arrabbiarsi.
Ore 14.30
Si è appena svegliato dopo aver dormito per quasi due ore. Si era accasciato ai piedi della branda, aveva premuto forte le mani sulle palpebre e senza accorgersene si era addormentato. Non gli succedeva da quando era entrato in quel posto. Se non fosse stato per quell’inutile sbattere di manganelli sulla porta forse avrebbe continuato a dormire. Desiderava tanto dormire.
L’essersi liberato di tutto ciò che aveva dentro gli aveva fatto bene, come se avesse respirato a pieni polmoni aria fresca. In tutti quegli anni non era mai successo. Conviveva con gli incubi che non lo abbandonavano mai e quando, spossato, cercava un po’ di riposo i fantasmi abitavano il suo tempo. Un tempo lento e sempre uguale. Un tempo sbandato e confuso.
Per evitare i fantasmi premeva con forza le dita sulle palpebre fino a quando piccole stelle bianche cominciavano a danzargli davanti agli occhi con ritmi sempre più incalzanti, che lo conducevano dolcemente a uno stordimento totale. Solo allora, dopo lunghi e continui tentativi, riusciva a restare solo. Quando non cela faceva ad allontanarli, e questo capitava spesso, l’accompagnava un senso d’impotenza devastante e stava malissimo.
Venivano a trovarlo in tanti, una sequenza ininterrotta di figure ibride e spettrali. Lo interrogavono, accusavano, senza mai accettare repliche. Mai hanno usato toni gentili o parole di conforto. Quando andavano via lo lasciavano in uno stato d’angoscia e d’abbandono sempre nuovo ma sempre uguale.
Ore 16.30
Quando gli viene in mente John, perché è così che chiama ormai affettuosamente John Delano Smith, prova sensazioni contrastanti. Ci sono momenti in cui pensa a lui con affetto. Pensa alla sua famiglia, ai suoi genitori, a sua figlia. Spesso pensa alla moglie di John e alla nuova vita a cui l’ha costretta. Pensa a quelli che potevano essere i suoi sogni, le sue aspirazioni. Ci sono momenti invece in cui lo detesta. Quando pensa per esempio a quella mattina del 21 marzo del 1997 e a quella stramaledetta National Reserve Bank.
John era in coda allo sportello davanti a lui. Se non avesse voluto fare l’eroe non avrebbe incrociato il proiettile che era partito accidentalmente dalla sua pistola colpendolo alla tempia. Non lo aveva mai visto prima di allora e la prima immagine che aveva di lui era, purtroppo, anche l’ultima. Si ricordava perfettamente gli occhi spalancati e la bocca piena di sangue. Occhi increduli e insieme angosciati che chiedevano una spiegazione, un perché. Una domanda alla quale non aveva avuto il tempo di rispondere. Donne che urlavano, bambini che piangevano, il suono crescente delle sirene delle macchine della polizia che si avvicinavano alla banca; impossibile qualunque tentativo di soccorrere il povero John. Una confusione totale. Tutti correvano mentre lui restava immobile e incredulo, con gli occhi di John Delano Smith che continuavano a interrogarlo e ai quali non aveva saputo dare in quegli ultimi, drammatici, attimi di vita, nessuna risposta. Perché non era rimasto in fila con le mani alzate, come tutti gli altri? Quando gli agenti erano arrivati, lo avevano trovato in piedi, vicino al corpo ormai inerte di John Delano Smith, la pistola ancora fumante e gli occhi persi nel vuoto.
Ore 18.30
Il passo felpato e un mormorio crescente annuncia l’arrivo dell’ultima cena e delle guardie. La prima apre il passavivande mentre la seconda infila il vassoio. Un espresso italiano e una sambuca con la mosca, questo è quello che ha chiesto. Con gesti lenti e apparentemente abitudinari mescola accuratamente lo zucchero con il cucchiaino disegnando cerchi concentrici nella tazzina e sorseggia il caffè. Poco dopo con la stessa attenzione di prima beve la sambuca lasciando il chicco di caffè come ultimo gusto da assaporare. È un bel gusto amaro quello che ha scelto. Gli è sempre piaciuto il caffè italiano. Nel suo quartiere pochi hanno avuto il privilegio di assaggiarlo, mentre nessuno ha mai sentito parlare di sambuca con il chicco di caffè.
Anche a sua moglie piaceva molto il caffè italiano. Si erano conosciuti davanti a un caffè italiano e quando era nata Rosemarie, la loro unica figlia, le aveva portato cioccolata e caffè italiano. Erano felici. Il lavoro non andava benissimo ma si amavano. Questo bastava per andare avanti. Poi era nata Rosemarie, la piccola e meravigliosa Rosemarie. Ogni giorno le portava un piccolo regalo e lei impaziente, sul far della sera, lo aspettava dietro la porta di casa per questo rito giornaliero che concludeva le loro giornate. Rosemarie, seppur piccolissima, aveva imparato a riconoscere il rumore della sua macchina. Non appena lo udiva si copriva gli occhi e lo aspettava emozionata dietro la porta d’ingresso. Era bellissima. Bionda con i riccioli che le scendevano lungo la schiena e quegli occhi verdi e profondi; avevano sempre una luce speciale che li rendeva pieni di luce. Il caffè italiano e la sambuca con la mosca gli ricordano quel tempo, un tempo andato.
Il sapore del chicco di caffè ora sta svanendo così com’è svanito quello dell’espresso e della sambuca. Manca poco tempo ormai. Comincia a sudare di nuovo. Suda e ha una fottuta maledetta paura di morire. Una fottuta maledetta paura di morire.
Ore 20.30
Stanno arrivando. Nemmeno questa notte lo lasceranno in pace. Si sdraia sulla branda e comincia a premere forte le mani sulle palpebre per provare a mandarli via. Non ci riesce. Li sente arrivare, sono sempre più vicini. Preme ancora più forte fin quasi a farsi male. È una lotta impari ma non demorde. È la sua ultima notte e vuole restare solo.
Dopo un lunga lotta molla. Spossato abbandona la presa. In posizione fetale così come ha sempre fatto aspetta il loro arrivo. Si tiene la testa tra le mani e si accorge che con le ginocchia riesce a toccarsi il mento, è diventato talmente magro e perciò agile che potrebbe lavorare in un circo. Mentre questi pensieri sciolgono momentaneamente la sua tensione, i rumori assordanti che solitamente precedono l’arrivo dei fantasmi si smorzano. Una calma irreale cala nella stanza.
Si materializza un profilo sempre più somigliante a quello di suo padre. Adesso lo vede davanti a sé, muto. Prova ad avvicinarsi ma i suoi passi trovano solo intralci. Ostacoli invisibili e irremovibili. Smette di provarci e si siede sul bordo della branda a guardare incredulo il volto di suo padre. Prova a parlare, ma anche le parole non riescono a superare la barriera che gli impedisce di avvicinarsi. Si arrende e si acquieta.
Passano lunghi, interminabili istanti prima che succeda qualcosa d’altro.
Sente di nuovo i rumori che annunciano altri arrivi. Ha il terrore che il padre scompaia. Prova ad alzarsi ma ormai il corpo è come inchiodato alla branda. Tutti i muscoli sono bloccati. Solo i pensieri corrono veloci nella mente. Di nuovo vede materializzarsi un profilo. È quello di Rosemarie. La piccola Rosemarie con i suoi riccioli biondi e il suo splendido sorriso si mette accanto a suo padre. È bellissima con il vestito blu del suo primo compleanno e la paglietta che la fa assomigliare a una bambolina.
Ore 22.30
Non sa quanto tempo è passato. Rosemarie e suo padre sono ancora di fronte a lui, muti, ma sono lì. È felice come non lo era stato mai in quel posto. Non hanno detto una parola, hanno sorriso tutto il tempo senza mai parlare. Robert Mc Johnson è sereno. È come se quelle due presenze avessero di colpo cancellato i momenti di disperazione e gli avessero restituito la speranza, quella speranza che gli hanno negato per sempre.
Più passa il tempo e più è sereno; e con la serenità anche quel posto non gli sembra poi così deprimente e brutto. Suo padre e Rosemarie sono sempre di fronte a lui e anche se non hanno detto una parola è certo di aver udito le loro voci. Non ha sentito neanche il rumore dei manganelli sulla porta.
D’un tratto di nuovo rumori e confusione; e tra rumori e confusione suo padre e Rosemarie svaniscono. Non ha avuto neanche il tempo di salutarli.
I suoi occhi, quasi come dei radar cominciano a scandagliare lo spazio circostante alla ricerca di suo padre e Rosemarie, ma la voce di un uomo che proviene dal fondo della stanza richiama la sua attenzione. Alza gli occhi con difficoltà e poi sempre più chiaramente scorge il profilo dell’uomo che ha ucciso: John Delano Smith. Si sente male. Lentamente i muscoli si rimettono in movimento. Il cuore ricomincia a battere forte.
Ore 4.30
Forse è in pieno delirio. È sudatissimo e puzza da fare schifo.
John avanza sicuro verso di lui e si siede al suo fianco sulla branda. È sbarbato di fresco e non suda per niente. Lo guarda con un’aria serena e cerca con la mano la sua mano. Robert Mc Johnson gliela porge e John comincia ad accarezzarla con cura. Continua a fissarlo negli occhi con un accenno di sorriso che s’interrompe non appena inizia a parlare.
«Ho imparato a conoscerti in questi lunghi dodici anni che hai trascorso qui. Sono venuto per salutarti.»
Dopo queste parole fa un piccola pausa, smette di accarezzargli la mano, si alza e si dirige di nuovo in fondo alla stanza. Robert Mc Johnson continua a sudare sempre di più tanto che la camicia ha cambiato colore. John è di nuovo di fronte a lui e lo guarda, fisso negli occhi.
«Uccidere non ha nessun senso, mai».
Senza dire altro svanisce nel nulla.
Ore 5.30
Robert Mc Johnson è di nuovo solo. Spossato si stende sulla branda, la testa sotto il cuscino, cercando di fermare la corsa dei pensieri che incontrollabili percorrono le strade della sua mente ormai sull’orlo della pazzia.
Anche John se n’è andato, nello stesso modo in cui erano svaniti suo padre e la piccola Rosemarie. Non gli ha lasciato dire nulla. Del resto cosa avrebbe potuto dirgli? Che era sinceramente dispiaciuto per quello che era successo? Tutto quello che c’era da dire lo aveva detto John. E poi il tempo per cercare risposte era alla fine.
Ormai manca pochissimo. Cerca di restare calmo ma non ci riesce, è impossibile. Va avanti e indietro come un animale in gabbia, anzi si sente un animale in gabbia che aspetta, paziente, il suo turno al mattatoio.
14 luglio 2008, ore 6.30
Gli hanno dato una divisa pulita che gli sta un po’ larga. In catene, circondato da uomini armati, percorre i suoi ultimi passi. Il corridoio è tirato a lucido come le armi delle guardie che lo accompagnano nel breve tragitto che lo separa dalla camera della morte. Sono arrivati.
Robert Mc Johnson entra dopo due guardie e si trova davanti una gran finestra semicircolare oscurata con una tenda nera. Al centro della stanza l’ultimo giaciglio. Non vuole essere aiutato da nessuno e con una calma inconsueta si stende per cercare la posizione giusta. Gli legano polsi e caviglie al letto. Un medico gl’infila quattro aghi in vena. Robert Mc Johnson con le mani e i piedi legati e gli aghi celati accuratamente sotto un lenzuolo è pronto. Si alza il sipario. Le sostanze in vena circolano veloci e si accorge che vede con difficoltà. Non riconosce gli occhi indiscreti e avidi che dietro la finestra assistono allo spettacolo della morte. Sono venuti fin qui per vederlo morire e non aspettano che questo.
Robert Mc Johnson è sempre più solo.
Questi ultimi, concitati attimi lo hanno reso stranamente tranquillo, non suda più e gli sembra di essere persino sereno. Ha paura, una fottuta paura, ma è sereno. Mentre pensa alle ultime parole di John, sente che le sostanze stanno entrando nel suo corpo e lentamente si propagano in tutte le sue membra.
Sente arrivare la morte mentre la paura si allontana sempre più.
Ora non riesce più a vedere gli occhi che gli sono di fronte. Perde i sensi. In questo limbo, incosciente, sa che tutto sta per concludersi.
Il quattordici luglio è appena iniziato e Robert Mc Johnson adesso è davvero solo.
La reazione spropositata di Antonio Scurati al Premio Strega, era nella cinquina finale con Il bambino che sognava la fine del mondo, è uno dei segnali del degrado in cui versa l’Italia. Un segnale che ci dice che si è superata la linea di demarcazione tra la convivenza civile e la barbarie. Quando Paolo Giordano, Presidente di turno della giuria, ha proclamato Tiziano Scarpa vincitore per un solo voto, Scurati ha avuto un gesto di stizza che si è trasformato in idiosincrasia quando Scarpa lo ha invitato a condividere una bevuta con il liquore che da il nome al premio. Scurati non ha accettato l’invito e con un movimento veloce e, per certi versi, volgare è andato via senza salutare.
Mi hanno chiesto dei racconti da pubblicare, nei mesi di luglio e agosto, su un quotidiano. Ho rispolverato racconti che avevo scritto un po’ di anni fa. Questo è il primo.
Era seduta tra molte sedie vuote e il suo corpo, costretto in un abito minuto, sprigionava un’idea felice della vita. Io ero lì per un servizio giornalistico. Ascoltavo e cercavo di fissare i passaggi cruciali degli interventi per scrivere il mio pezzo. Inizialmente non l’avevo notata. Scrivevo e contemporaneamente ascoltavo. Fu dopo un po’ che il suo fissarmi, una sorta di attrazione magnetica, mi catturò.
Era seduta due o tre file più avanti, tutta spostata verso si¬nistra, dove la fila delle sedie si interrompe per far posto al grande salice che campeggia, solitario, nell’anfiteatro. Restai inizialmente un po’ stupito dalla sfrontatezza e dall’autorità con cui mi guardava. Non riuscivo a fissarla negli occhi. Mi imbarazzava la sua fermezza, forse la sua bellezza.
Mi ricordai che ero venuto per lavorare e cercai di concentrarmi su ciò che stava succedendo sul palco delle premiazioni. Ci provai e fu un fallimento. Non riuscivo più a togliermi dalla mente la sua figura.
Cominciai a sognare e a scrivere.
«Si alzò e si incamminò verso di me, fissandomi sempre negli occhi. Non ebbe tentennamenti. Mi arrivò accanto, spostò la ‘cartelletta’ che era sulla sedia al mio fianco, la posò in terra, si sedette.
Non parlò, non parlai.
Sentivo forte la sua presenza. I nostri corpi si attraevano e feci una gran fatica per mantenere la calma.
Accavallò le gambe e si sedette piegando leggermente le spalle verso sinistra dalla parte opposta alla mia. Potevo, da questa nuova posizione che aveva assunto, scorgere con molta nettezza il profilo del suo viso che avevo visto fino ad allora sempre nella sua interezza. Svelava una ruga abbastanza profonda; le disegnava un profilo della bocca che prima non avevo colto. Continuai a guardare quella ruga quasi m’aspettassi di scoprire chissà quali segreti o confidenze.
Volevo parlarle, ma non ci riuscivo. Pensavo continuamente a come rompere il ghiaccio ma mi ritrovavo sempre nella stessa condizione: la bocca impastata e la lingua che sembrava assopita. E allora cominciavo di nuovo a pensare a cosa dire; ma più mi sembrava di aver trovato la chiave di volta più arrossivo.
Provai molto imbarazzo e il pensiero che non aspettasse altro che una mia parola mi metteva sempre più in una condizione di inferiorità.
Un soffio di vento le sollevò il lembo del vestito lasciando trasparire la rotondità del ginocchio e portando con sé un leggero profumo di limone. Quest’odore, fresco, estivo, mi liberò da quella morsa in cui ero caduto e sembrò stemperare la mia ansia.
Mise la mano sulla mia e i nostri occhi si incrociarono. Restammo così per pochi attimi. Poi lei si alzò e tornò a sedersi dov’era prima, due o tre file più avanti tutta spostata verso sinistra»
Un lungo applauso mi scosse dai miei sogni e mi riportò alla realtà. Mi voltai d’istinto, verso sinistra, verso il grande salice. File di sedie vuote.
Ripresi a scrivere. Le parole ora scorrevano di nuovo veloci sui fogli. Mi voltai di nuovo. File di sedie vuote. Mi rasserenai.
Ormai il mio pezzo era quasi pronto, mancavano solo alcuni dettagli che avrei aggiunto il giorno successivo in redazione. Ripiegai i fogli e nell’allungare la mano per prendere la mia cartelletta mi accorsi che non era più sulla sedia. Era a terra, addossata alla fila che mi stava dinanzi. Con un gesto meccanico mi piegai per riporvi i fogli al suo interno, e allungandomi scorsi di nuovo la sua sagoma.
Un grande ventaglio nero con decori gialli e rossi e sfumature di viola le copriva parzialmente il viso. Continuava a guardarmi con la stessa intensità di prima. Ogni tanto si voltava verso il palco e nel farlo lasciava che io intravedessi, da lontano, la sagoma prorompente dei seni, che nel muoversi restavano a mezz’aria, come sospesi, tra il vestito e il suo corpo.
Un altro applauso, più lungo di quello precedente, segnalò che la manifestazione era finita. Ci fu un gran trambusto. Signore ingioiellate che pressavano per essere fotografate accanto al divo dell’ultimo musical televisivo, uomini che parlottavano tra di loro mostrando una finta indifferenza per ciò che stava accadendo, bambini che correndo rovesciavano le sedie delle ultime file rimaste vuote dopo le premiazioni. Tutto questo durò diversi minuti. Minuti per me interminabili.
Lei rimase immobile con il ventaglio tra le mani. Continuava a guardarmi, sola, vicino al salice, in quella fila interminabile di sedie vuote. Mi alzai, d’istinto, e m’incamminai verso di lei. Il cuore mi batteva forte. Le gambe mi tremavano e cominciai a sudare.
Inciampai una, due, tre volte.
«Mi chiamo Andrea e sono un giornalista» le dissi.
«Priscilla» mi rispose fissandomi negli occhi.
Mi sedetti vicino a lei dando le spalle al grande salice. Cominciammo a guardarci e nessuno dei due proferì parola. Mi persi nel suo sguardo.
«Forse è il caso di andare, stanno per chiudere» mi disse dopo un po’.
«Certo» le risposi con un filo di voce.
Mi alzai, spostai un paio di sedie per farla uscire con più facilità. Dopo l’uscita, oltre il cancello che delimitava lo spazio dell’anfiteatro, c’era il mare. Andammo da quella parte e cominciammo a camminare, senza scarpe, a piedi nudi, sulla battigia.
Sentivo il cuore battere forte nella gola mentre guardavo le auto sfrecciare sul lungomare. Priscilla non parlava. L’umidità della sera aveva or¬mai completamente bagnato i miei vestiti e cominciavo ad avvertire una stanchezza che pareva bloccasse anche i miei pensieri. Priscilla invece non mostrava il minimo fastidio. Il suo andare, al contrario del mio, era sempre più lieve. Arrivammo ai grandi alberghi, là dove la strada piega e la riviera si sdoppia. Continuammo a camminare sulla battigia e prendemmo la direzione nord che ci portava sempre più fuori città. Non una parola tra noi, eppure avevo, forte, la sensazione di averci parlato a lungo. Mi sembrava di conoscerla bene dopo quella lunga passeggiata. Avevo acquistato familiarità con la sua muta presenza. Mi bastava incrociare il suo sguardo e strin¬gerle la mano.
Arrivati al punto in cui il fiume si ingrossa e si getta nel mare ci fermammo. Non sapevo bene che ora fosse; era si¬curamente molto tardi, mezzanotte, forse l’una. Ci sedemmo sulla carena di una barca rovesciata. Cominciava a far freddo e le appoggiai la mia giacca sulle spalle. Con un movimento molto lento della mano la sfilò e la ripose sulle mie gambe. Restai stupito per la pacatezza del suo gesto e per l’indifferenza al freddo che mostrava. Dopo un po’ si alzò e si diresse verso la barca che era di fronte alla nostra. Cominciò a girarle intorno fin quando non riuscì a trovare un pezzo di legno con la punta ricurva. Notai che lo guardava e lo ispezionava con una cura maniacale; tolse delle appendici più piccole e ritornò verso di me. Si sistemò proprio di fronte, a gambe incrociate, e cominciò a disegnare esoteriche forme sulla sabbia. Disegnava cerchi concentrici che a intervalli regolari si interrompevano per far posto ad altri centri concentrici. Non capivo bene quei disegni anche perché la luce dei lampioni che arrivava dalla strada era rada e mi impediva di vedere fino in fondo. Provai ad avvicinarmi, ma lei mi fece cenno di stare seduto. Cambiò posizione e cominciò di nuovo a disegnare. La trama era sempre la stessa, cerchi concentrici che si interrompevano per far posto ad altri cerchi concentrici. Pur vedendoli meglio non riuscivo a capire il senso di quei disegni. Mi alzai e questa volta non mi fermò. Cominciai a girare attorno ai due disegni.
«Forse potresti spiegarmi cosa significano» le chiesi mentre continuavo a girare con la testa china cercando di capire da solo il loro mistero.
Non ebbi risposta. Mi fermai e mi accorsi che ero rimasto solo.
Priscilla era splendidamente nuda con i piedi immersi nell’acqua e il vestito che galleggiava poco distante da lei. Provai ad avvicinarmi ma una forte luce, intensa e molto chiara, mi impedì di andare oltre. Mi coprii gli occhi con le mani esercitando una pressione così forte da provare dolore. Non avevo paura ma provavo un senso di forte smarrimento. Ci fu un gran boato seguito da un gran silenzio. Mi nascosi il viso con la giacca e mi accovacciai. Dopo un po’ rialzai la testa e mi accorsi che Priscilla che non era più lì.
Cominciai a cercarla, ma non la trovai; sembrava essersi volatilizzata. Dopo un po’ vidi il suo vestito che continua a galleggiare sulla riva. Restai attonito. Passai quasi tutta la notte su quel pezzo di spiaggia ma null’altro accadde.
Ritornai sulla strada e mi accorsi che nonostante l’ora tarda era ancora molto trafficata. Un via vai impressionante di macchine, batteva su e giù la nazionale in cerca di facili amori a buon mercato: il mercato delle lucciole. La confusione mi rincuorava perché avevo bisogno di compagnia e quelle anime che vagavano nella notte mi davano sollievo.
Mentre camminavo, con passo sempre più veloce, per tornare a casa i fari di una macchina illuminarono una delle ragazze. Aveva un vestito molto stretto e minuto e un grande ventaglio nero con decori gialli e rossi e sfumature di viola.
Mi fermai e cercai di farmi largo tra le macchine in coda che aspettavano tranquille il loro turno. Mi avvicinai tanto da poterla toccare.
«Priscilla come sei arrivata fin qui?» le chiesi con voce incredula.
«Gira al largo, devo lavorare» mi rispose con un’aria scoc¬ciata e stanca.
«Sono Andrea» le dissi assumendo un tono di voce più convinto.
«Và via, lasciami stare!» mi rispose più scocciata di prima.
Le auto che erano state buone fino a quel momento cominciarono a strombazzare e capii che ero di troppo. Attraversai la strada e tornai sul lato del mare. Camminai di nuovo spedito fino a quando i fari di un’altra macchina illuminarono una ragazza che era un po’ più avanti, poi un’altra e poi un’altra ancora. Erano tutte uguali. Avevano tutte lo stesso vestito e un grande ventaglio nero con ricorsi gialli e rossi e sfumature di viola.
Quando l’Italia di Bearzot, Paolo Rossi e Dino Zoff batteva il Brasile, quello vero e non quello modesto, modestissimo di oggi che straccia l’Italia 3 a 0, e Pertini giocava a scopone sull’aereo con Franco Causio, Michael Jackson cantava Thriller. L’album più venduto della storia della musica. Non c’era Internet e se volevi ascoltare un disco dovevi comprarlo. Vinse diciotto Grammy Awards e vendette oltre 100 milioni di album. Con la gloria arrivarono anche tanti, tantissimi, soldi che cambiarono radicalmente la vita di un ragazzo di 24 anni nato sulle rive del lago Michigan, a Gary, Indiana. Dopo quel successo planetario nulla è stato più come prima.
Questo articolo è pubblicato anche su Repubblica Bari.it
Il romanzo d’esordio di Filippo Bologna, Come ho perso la guerra, è un libro che resterà. Una lingua forbita e descrizioni onomatopeiche. Leggi e contestualmente vedi quello che leggi, soprattutto aspetti con ansia il prossimo brano per leggere una nuova descrizione. Per goderti gli aggettivi, le parole o intere frasi che sembrano disegnare il cielo così come uno stormo di rondini in una bella giornata di marzo. C’è abbondanza in questo esordio, forse troppe cose. Un’abbondanza per la quale sarebbe stata più opportuna una visione olistica del narrare, perché la storia avrebbe avuto spazi e territori più ampi dove fluire. Così come l’eccessiva frammentazione non asseconda una lettura complice. Nonostante questo, il lavoro di Bologna è una boccata d’ossigeno per la letteratura italiana, uno spartiacque tra chi ha qualcosa da dire e chi no. Tra chi usa in modo sapiente le parole e chi no. Una storia scritta bene. Continue reading Come ho perso la guerra, Filippo Bologna
Esistono storie che ci appartengono anche se non ne conosciamo l’esistenza. Esistono storie che vivono in noi e che ri-conosciamo quando le incontriamo. Rosso come una sposa è una di queste. Una storia che è anche la nostra. Di noi italiani, intendo. La povertà e la guerra. E la violenza gratuita. E poi, ancora, l’inizio di un dopoguerra infinito. È una storia al femminile dove il maschio, i maschi, sono utensili, corredo, spesso inessenziali. Le femmine nel bene e nel male, scandiscono il ritmo delle giornate e condizionano il futuro delle comunità, maschi inclusi. Continue reading Rosso come una sposa, Anilda Ibrahimi
Quindici anni fa, il 4 giugno del 1994, moriva Massimo Troisi. È stato un uomo che ci ha fatto ridere e pensare. E lo ha fatto con la leggerezza tipica dei fuoriclasse. Chissà quante cose belle ci siamo persi in tutti questi anni. È stato bravissimo in tutto ciò che ha fatto. Come attore, regista e sceneggiatore.
«Il successo è la lente d’ingrandimento per capire com’eri prima» ha detto in un’intervista, e nel tempo cialtrone che stiamo attraversando, queste parole ri-suonano come profetiche.
Sarebbe stato bello viverti di più, ma tant’é.