le mie recensioni


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Nobraino, una folgorazione

Solo me ne andavo per la città. Era domenica e Roma era bella e assolata. Poca gente per le strade, un caldo già molto estivo. Una serata da trascorrere senza nessuna idea da spendere. Dopo una breve sosta in albergo decido per l’Auditorium. Quello di Renzo Piano. Uno dei pochi luoghi di Roma in cui sei europeo o americano comunque non provinciale. Non che Roma non sia bellissima. Anzi. È una città meravigliosa, senza tempo. Una città straordinaria che però ha fermato le lancette del suo orologio qualche secolo fa. O meglio la spinta propulsiva e la capacità d’innovare che ha avuto fino alla soglia del ‘900 si è scontrata con quel Paese di cialtroni che è diventata l’Italia. L’Italia di oggi. Incapace di essere all’altezza del suo passato e soprattutto di produrre innovazione, ricerca e idee. Ma tant’è.
Arrivo all’auditorium con questi pensieri nella testa. C’è poca gente. Non ho mai visto le sale dall’interno, ho sempre e solo passeggiato all’esterno. Questa sarà la serata della prima volta. Alle casse non c’è molta fila. Quando sono davanti al vetro che mi separa dalla signorina che dovrà farmi il biglietto, tergiverso.

«Prego, che spettacolo?»
«Non saprei. Cosa c’è oggi?», rispondo.
«Stasera c’è un unico spettacolo? Nobraino»
«Bo che?», gli faccio con una faccia incredula.
«Se prende la guida generale trova una descrizione dell’evento?»
«No, no. Va bene così. Mi faccia un biglietto per i Boscaino», e metto una mano in tasca per prendere i soldi.
«Ecco. Dodici euro. In ogni caso si chiamano Nobraino.»

Non m’interessa ascoltare musica. Voglio vedere queste benedette sale progettate da Renzo Piano.
Nell’attesa bevo un’aperol e subito dopo faccio un giro in libreria.
Il percorso che porta dove è previsto lo spettacolo e lungo e poi fa freddo. L’aria condizionata sembra essere al massimo. Quando sono nella sala, grande delusione. È una sala relativamente piccola. Con quasi trecento posti a sedere e le sedie sono delle sedie normali, anzi più brutte e scomode di quelle che ho a casa mia. Sembra più una sala prove che una vera e propria sala per concerti con il pubblico. Non ci sono neanche le famose vele sul soffitto. per l’acustica. Una delusione. Una gran delusione. Manca poco più di mezz’ora all’inizio del concerto e sto pensando seriamente di andare via. Ma mentre sto per uscire arriva una telefonata. Resto al telefono per tutto il tempo che mi che mi separa dall’inizio del concerto e quando le luci in sala fanno posto al buio e alle luci di scena sono costretto a tagliare la telefonata. Mi siedo e senza aspettarmi nulla di buono fisso il palco.

«Non dire agli altri che io ti voglio bene
perché son stupidi e non capiranno mai
e poi se ridono io gli farò male
ti ferirebbero e non lo sopporterei
allora ascoltami bambina non parlare
nasconderemo il tuo grembo e il nostro amore
finché un bel giorno ti porterò all’altare
prima le nozze poi la maternità […]»

I Nobraino irrompono sulla scena e la catturano così come catturano tutti i presenti compreso me, ovviamente. La voce di Kruger è potente e vibra. Ha una carica che ti avvolge e vorresti ascoltarlo all’infinito. Nestor, Barto e Vix completano il gruppo suonando con grande passione ma soprattutto si percepisce che si divertono. Lo spettacolo corre via veloce. Alla musica e alla voce di Kruger si giustappongono attori e acrobati che rendono l’atmosfera vagamente felliniana. Ci sono anche le cover. Molto particolari e tutte da ri-ascoltare.
Il concerto finisce presto. Troppo presto.
All’uscita cerco la ragazza che vende i cd del gruppo. Faccio fatica a trovarla perché è proprio all’uscita dell’Auditorium, forse per via della scatola di cartone bianco, molto informale, in cui sono i cd. In macchina ri-ascolto Cecilia, e prima di arrivare in albergo sono già un fan dei Nobraino.

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Genova sembrava d’oro e d’argento, Giacomo Gensini

Leggere il libro di Giacomo Gensini ri-apre una ferita che non si è mai rimarginata. Una ferita con il sangue a fior di pelle, pronto a riversarsi sulle nostre coscienze ogni qualvolta la mente torna a quei giorni caldi e afosi di luglio a Genova. E a Carlo Giuliani. E alla Diaz.
E non è importante sapere se le storie raccontate in questo libro siano vere ovvero se il protagonista le ha vissute nella realtà. Sappiamo infatti che quelle giornate sono state anche peggio, molto peggio, di come Gensini racconta in questo libro. Giornate che ci hanno riportato con la memoria al Cile di Pinochet. Giornate in qui fu sospesa la democrazia.
Ma andiamo con ordine e facciamo qualche passo indietro. Continue reading Genova sembrava d’oro e d’argento, Giacomo Gensini

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La vita erotica dei superuomini, Marco Mancassola

Nell’incipit dell’ultimo romanzo di Marco Mancassola è possibile leggere tante cose. Tante che raramente capita di poter catturare un romanzo in così poche righe. C’è il teatro dove si svolgono le vicende, il protagonista che poi diventeranno i protagonisti, c’è la parabola della vita dei superuomini. Continue reading La vita erotica dei superuomini, Marco Mancassola

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Il mio cuore umano, Nada Malanima

Ogni autobiografia, la storia di noi stessi, è anche una storia d’amore. Così come ogni autobiografia è sempre una piccola storia del nostro Paese. Una storia di luoghi. Una storia di luoghi e di persone. Ogni autobiografia è una storia di ricordi. Una storia di particolari. Di piccoli particolari, come i tacchi consumati di una giovane donna. Ma soprattutto ogni autobiografia serve per ordinare i ricordi. Per ri-sentire gli odori. Per ripercorrere strade già percorse. Per salutare di nuovo chi non c’è più. Per raccontare e raccontarsi. Per riconciliarci con il nostro viaggio. Continue reading Il mio cuore umano, Nada Malanima

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Domani 21 Aprile 2009

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Il giorno prima della felicità, Erri De Luca

«Tutte le storie sono storie d’amore», scrive Robert Mc Liam Wilson in Eureka street e anche questa storia che ci racconta Erri De Luca è una storia d’amore. Un amore nato in tenerissima età, sbocciato all’alba della maturità, e consumatosi nel sangue. Un amore breve e violento. Un amore totalizzante. Continue reading Il giorno prima della felicità, Erri De Luca

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City Room_il ritorno [8]

NYC, 9 marzo 2009, tardo pomeriggio

West End Avenue, Upper Side, a due passi da Central Park è stata per questa breve vacanza americana la mia dimora. Ci sono stato bene e adesso che è giunto il momento di andare via, mi dispiace lasciare questa casa. Sabato abbiamo anche aiutato Maryann in un piccolo trasloco per l’open house. Abbiamo portato gran parte dei giocattoli dei bimbi in uno spazio condominale collettivo che si trova nel piano interrato. Open house è il nome con cui gli americani chiamano il giorno in cui è possibile visitare la casa che si vuole acquistare. Maryann cambierà zona e per questo motivo ha messo la casa in vendita.
Quando arriviamo, Lucia è pronta così come sono pronte le valigie che avevamo preparato prima di uscire. La casa è vuota. Non ci sono i bambini che sono a scuola e non c’è Maryann che abbiamo salutato questa mattina.
Prima di uscire mi faccio un ultimo giro in casa e guardo dalla finestra Central Park. La vista è la stessa che mi ha fatto compagnia la prima notte a New York City, quando non riuscendo a dormire aspettai l’alba qui, dietro questi vetri.
Roberto sostiene che non c’è bisogno di telefonare per prenotare il taxi, ne troveremo a iosa una volta in strada. Io sostengo il contrario. Come sempre succede, su questi temi, avrà ragione Roberto.
Il tragitto in taxi sembra essere più lungo rispetto a quello dell’andata e quando arriviamo al “JFK” quella che era una sensazione si rivela una certezza: il tempo per imbarcarci non è tantissimo.

Il check-in è fai-da-te, non c’è fila e perciò recuperiamo un po’ del tempo perso in taxi. Adesso che le valigie stanno per imbarcarsi sento che la permanenza a New York è davvero terminata. Sono ancora qui, in un ristorante del “JFK”, ma nella mia mente è già tempo di bilanci. Il mio viaggiare è già altrove, in un altrove che non è più qui.
Dopo aver mangiato provo a leggere in attesa dell’imbarco, ma non ci riesco. Apro la guida e provo a ripercorrere mentalmente i giorni e i luoghi vistati. Anche questo tentativo va a vuoto. Non riesco a leggere nulla. Non voglio leggere nulla. Ho solo voglia di ascoltare e vedere i miei pensieri. Tolgo gli occhiali e li ripongo nella custodia, metto in borsa le guida e sistemo la borsa sulla poltrona. Allungo le gambe, le accavallo. Porto la testa all’indietro, strizzo e poi chiudo gli occhi. Sto un paio di minuti in questa posizione. Adesso tutto è più chiaro. La testa è sgombra. Immagini fluttuano dentro e suoni e parole. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.
L’annuncio che l’imbarco è iniziato mi scuote dal torpore in cui mi trovo e non è facile abbandonare quelle immagini, quei suoni e quelle parole e mettersi in fila con il passaporto e il biglietto in una mano e la borsa nell’altra, aspettando il proprio turno. Nel breve tragitto che mi separa dall’aereo che mi riporterà a casa, ripenso ancora a quelle immagini che mi hanno fatto compagnia poco fa e un sorriso e un gesto della mano è il mio saluto a New York City.
Il posto che ho scelto per il viaggio di ritorno è nella fila centrale dell’aereo, ovviamente lato corridoio per allungare le gambe. Su questo volo non ci sono visori personalizzati dietro ogni sedile, ma monitor distribuiti in modo uniforme per tutto l’aereo. E poi lo spazio tra un sedile e l’altro è anche più stretto rispetto al viaggio di andata. Alla mia destra in compenso non si siede nessuno. Non mi sembra, in ogni caso, un buon inizio.
Prima di partire, in aeroporto, ho comprato alcune riviste celebrative della vittoria di Barack Obama alle ultime elezioni presidenziali che ho intenzione di leggere durante questo volo e per le quali ho già in mente anche la collocazione nella mia libreria. E proprio il pensiero di Obama accompagna il decollo. Il viaggio di ritorno ha inizio.

«Perché noi sappiamo che il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odii prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.»
Rileggendo queste parole, dal discorso d’insediamento di Barack Obama, ritorno immediatamente con la mente a quel grande “patchwork”, come scrive Obama, che popola gli Stati Uniti d’America. Lì c’è la rappresentazione dell’universo mondo. Coesistono razze, credenze religiose. Ho sempre pensato che se mai un giorno dovessi incontrare un extraterrestre che mi dovesse chiedere un piccolo riassunto del mondo che abito non avrei dubbi. Non aprirei bocca ma gl’indicherei sul mappamondo New York e gli direi «Caro amico mio, non perdere tempo con me. Vai a New York City, passeggia tra le sue strade, guarda i suoi abitanti, quello è il nostro mondo.»  Per questo motivo ri-leggere le parole del presidente Barack Obama rafforza in me l’idea che avevo degli Stati Uniti d’America prima di questo viaggio, così come vedere e toccare con mano la sua popolarità rafforza l’idea che l’America ha deciso davvero di cambiare. Non si sono ancora spenti l’eco e il clamore che hanno attraversato tutta la nazione per l’elezione del primo presidente afroamericano. Obama continua a essere sulle prime pagine di tutti i giornali. Molti luoghi di aggregazione pubblica e privata sono tappezzati con immagini del presidente così come il merchandising è più che mai fiorente. È presto per dire se la svolta radicale promessa prenderà forma, ma i primi segnali sono positivi. Barack Obama sa di non essere solo il Presidente degli Stati Uniti d’America, ma di rappresentare per il mondo intero, e non solo per quello progressista, l’incarnazione stessa della speranza, la speranza in un futuro migliore. Un futuro senza guerra innanzitutto. Un futuro che si prenda cura della Terra, quella dove respiriamo, dove camminiamo, dove viviamo. Un futuro capace di offrire a ognuno di noi una possibilità nuova. Un futuro che si prenda cura degli ultimi. Per queste ragioni Barack Obama non è solo americano, ma appartiene a tutti, e proprio per queste ragioni non può fallire, non deve fallire.
Un piccolissimo vuoto d’aria mi scuote e devia il mio pensiero. Mi accorgo che, anche se solo nella mia testa, stavo facendo una specie di comizio. E mentre l’aereo riprende a volare senza più scossoni, cerco con gli occhi Roberto che a differenza del viaggio di andata sta già dormendo. Penso che dovrei fare lo stesso anch’io e perciò mi adeguo. Reclino il sedile per quello che posso, distendo le gambe lungo il corridoio, porto indietro la testa e dopo averla fatta roteare a destra e a sinistra, chiudo gli occhi. Nello stesso istante in cui alla luce del prima corrisponde il buio del poi, quando cioè gli occhi si chiudono e il bianco diventa nero, mi ritorna in mente il presidente e un’altra frase del suo discorso d’insediamento.
«Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.»
Ancora una volta nello stesso concetto analisi e progetto sono compresenti. E soprattutto è presente una visione del mondo nuova. Un mondo senza nucleare e un reiterato impegno a prendersi cura della Terra. È presto, forse, per esprimere giudizi definitivi o per entusiasmarsi, non lo è per leggere quello che il presidente ha fatto nei primi cento giorni. Una legge che estende l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini, quasi 800 miliardi di dollari per salvare l’economia dalla crisi che l’attanaglia, l’assenso alla ricerca sulle cellule staminali, la chiusura del carcere di Guantanamo, oltre 20 miliardi di dollari per le energie rinnovabili e il 3% del Pil destinato alla ricerca. In relazione a ciò sette americani su dieci sono ottimisti circa il loro futuro; bisogna ritornare ai tempi di John Fitzgerald Kennedy per trovare un analogo grado di soddisfazione da parte del popolo americano.
Un nuovo, lieve, sobbalzo dell’aereo e il passaggio del carrello delle vivande mi scuotono di nuovo, e mi fanno abbandonare definitivamente il presidente e i comizi. Adesso si mangia e, girandomi alla mia sinistra, vedo che anche Roberto è sveglio; ha già scartato le posate e si appresta a usarle. Mangeremo ancora una volta prima di atterrare a “FCO”, mentre i vuoti d’aria non ci faranno più visita.
Stamattina, quando abbiamo lasciato la casa di Maryann, New York già mi mancava. E quella sensazione s’impossessa di me, nuovamente. L’atterraggio è stato perfetto, adesso siamo proprio a casa, ma io non voglio lasciare New York City, non ancora. Cerco il mio iPod e quando il mio piede sinistro tocca terra Liza Minelli parte con la sua inconfondibile voce: «Start spreading the news, I’m leaving today, I want to be a part of it – New York, New York.»
[fine]

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City Room_il giorno dei musei [7]

NYC, 9 marzo 2009

Ieri è stata una giornata bella e lunga. Una giornata molto americana. Soprattutto siamo riusciti a fare tutto quello che avevamo deciso di fare senza farci condizionare dal tempo che scorre impietoso. Perché in vacanza è sempre così, ci facciamo prendere dall’ansia per il tempo che fugge e cerchiamo di fare tante, troppe cose, insieme. Ieri invece sembrava di essere a casa, dove il rapporto con il tempo è diverso e se hai voglia di goderti una bella domenica di marzo te la godi senza guardare l’orologio.
Oggi invece è il giorno dei musei: Guggenheim e Ground Zero.
Due posti completamente diversi. Il primo è nell’immaginario collettivo “il museo”, il secondo è il luogo della memoria e sono curioso di vederlo.
Con Roberto facciamo colazione assieme e poi ci separiamo; ci rivedremo nella tarda mattinata a Ground Zero. Lucia invece dedica la mattinata allo shopping. Al Guggenheim perciò ci vado da solo e decido di prendere l’autobus, il numero 5. Ho scelto l’autobus perché corre lungo tutto il perimetro di Central Park e quindi avrò modo di godermi il panorama dal finestrino. È una giornata uggiosa. Mi rendo conto della lunghezza di Central Park man mano che l’autobus avanza in direzione Guggenheim. Sembra non finire mai. Una specie di piccolo atollo nel bel mezzo della contemporaneità. Ai margini, lungo il perimetro appunto, palazzi alti, non grattacieli, in mezzo il vuoto. Bisogna esserci per capire fino in fondo cosa significhi ammirare la natura anche se sei nel cuore della città più importante del mondo, una città piena e affollata. Qui invece il silenzio e la natura. Silenzio e natura che mi portano altrove e quasi mi fanno saltare la fermata. Quasi, perché la sagoma inconfondibile del museo mi desta dal torpore. Quando il Solomon R.Guggenheim Museum fu ampliato, nel 1992, le polemiche furono feroci. L’accusa più grave fu quella di aver trasformato uno dei musei più conosciuti e importanti del mondo in un “cesso”. Sì proprio così, molti giornali titolarono in questo modo. La parte nuova, costruita su disegni originali di Frank Lloyd Wright, l’architetto ideatore del progetto, sembrò, a detta dei polemisti, conferire al museo la forma di un wc.
Io non la penso allo stesso modo. Ci sono edifici, ma direi in questo caso piuttosto forme, che assumono nel tempo una connotazione che va ben oltre il significato della forma stessa. È questo il caso del Guggenheim. La spirale e quel corpo, allungato, come adagiato sul terreno, sono entrati nell’immaginario collettivo e rappresentano una forma possibile per un museo. È familiare ed evocativa allo stesso tempo e anche se non ci sei mai entrato in vita tua, puoi immaginare cosa ti aspetta quando sarai dentro.
La biglietteria è posta subito dopo l’ingresso e stamattina c’è una lunga fila. Per i giornalisti c’è un banco dedicato e non c’è nessuno in fila, per questo sono nel grande cono rovesciato in pochissimo tempo. Una luce soffusa e un silenzio ovattato trasformano l’uggia di prima in un caloroso benvenuto. Il percorso che sale e si avvita fino alla copertura in vetro è attraversato da tanti puntini neri che sembrano formichine ma sono in realtà persone e la sensazione di averlo già visto, anche se è la prima volta che ci entro, è vera.

Prendo l’ascensore, come una delle mie guide (in questo caso, New York City, Lonely Planet) mi consiglia, e scendo all’ultimo piano per farmi il percorso a ritroso. Non guardo le opere d’arte della collezione permanente, se non qualcuna che mi ero appuntato prima di entrare. Preferisco guardare il museo, l’edificio. Del resto per un ex studente di architettura trovarsi nell’edificio più rappresentativo di F.L.Wright è emozionante; e io stamattina sono emozionato. Scendo giù piano. Mi godo ogni sfaccettatura dell’edificio e ogni vista che mi si apre allo sguardo, man mano che scendo e cambia la visuale, mi sorprende. Non si possono fare foto, c’è scritto e te lo ricordano solerti funzionari disseminati lungo tutto il percorso, ma io, che solitamente sono rispettoso delle regole, ne scatto diverse. Il vantaggio delle macchine fotografiche digitali e che puoi scattare quante foto vuoi e che è facile, molto facile, mirare. Quando arrivo giù, nel punto esatto in cui ho preso l’ascensore per salire, la fila alle biglietterie è aumentata e il silenzio che c’era prima non c’è più; resta quella luce soffusa che molto contribuisce a creare un ambiente che favorisce la concentrazione. Mi accorgo che è tardi e che Roberto, forse, è già arrivato a Ground Zero. Prendo la metropolitana, arriverò in poco tempo. All’entrata e all’uscita della metropolitana operai in pausa pranzo. Panino in una mano e grande beverone in un bicchiere rigorosamente chiuso con il coperchio bianco. Proprio come nei film.

Tanti, tantissimi, operai impegnati nel grande vuoto lasciato dall’idiozia umana quel nefasto 11 settembre del 2001. Quando riemergo dalla metropolitana lo scenario che mi si presenta agli occhi è anch’esso familiare. Sono a Ground Zero.

Tutto è grande qui. Le gru sembrano toccare il cielo e le cabine, poste a un’altezza improbabile, sono grandi come un appartamento. Il vuoto visto da vicino è più vuoto e più grande, molto più grande di come te lo puoi immaginare. Mentre penso a tutto ciò un aereo passa tra i grattacieli. Sembra un uccello e per un attimo la mente torna a quella mattina.
Il museo di Ground Zero affaccia sul lato corto del grande rettangolo che è oggi il cantiere della ricostruzione. È in funzione da poco e credo che questa sia una sistemazione provvisoria.

Fuori c’è la fila per entrare come per il Guggenheim. Lo spazio è piccolo e non ha pretese architettoniche. Non serve qui, forse. Tutto è emozione. Un percorso attraverso l’incredulità prima, la paura poi e il dolore, un lancinante dolore, alla fine. C’è un silenzio irreale rotto solo da sequenze spesso ininterrotte di singhiozzi. In una delle sale, una sorta di patio posto alla fine del corridoio d’ingresso con, le pareti tappezzate da foto delle persone che lavoravano nelle torri gemelle, al centro della stanza, su una grande panca ci sono pacchi di fazzoletti di carta. Qui piangono tutti, chi ricordando un parente, altri coinvolti dalle immagini e dai video che ti catapultano direttamente dentro l’inferno di quell’11 settembre.

C’è tanto materiale in questo museo. Reperti che provengono direttamente dal luogo dell’attentato. Pezzi di aereo. Le tute dei vigili del fuoco. Ma anche utensili quotidiani. E poi tante foto. Ci sono anche i disegni dei bambini. Tra tutti quelli che ho visto, ce n’è uno che mi ha colpito in particolare. Su fondo bianco le due torri sono disegnate in rosso e sono composte da tanti cuori che si sovrappongono a formare due parallelepipedi, le torri gemelle. Quasi in cima il disegno si sgretola e i cuori, che prima erano tutti compatti, si staccano e mettono le ali per volare in cielo. Qui, davanti a questo disegno, ho pianto anch’io.

Quando esco dal museo e sono di nuovo di fronte a Ground Zero sono frastornato. L’11 settembre è diverso visto da qui. E non è l’emozione che mi fa pensare questo. Visto da qui, di fronte a questo immenso vuoto, comprendi la reale dimensione di ciò che è successo quel giorno. Siamo nel cuore del mondo. E proprio qui due aerei sono entrati, in una mattina qualunque di un po’ di anni fa, in due grattacieli e hanno mostrato a tutti noi la fragilità della nostra società. Due aerei hanno messo in ginocchio le nostre sicurezze. Le nostre certezze. E poi si respira una brutta aria qui. C’è tristezza negli occhi delle persone. Spero che sotto quelle macerie sia stata sepolta per sempre l’idiozia degli uomini. Di quelli d’occidente e di quelli d’oriente. Di quelli di destra e di quelli di sinistra. E che non riemerga più. Che resti lì sotto, pigiata dal cemento e dal ferro dei piloni che non si sono liquefatti al fuoco come neve al sole. Questo vuoto è terribilmente pieno e sta lì davanti a te e sembra quasi che voglia rivolgerti la parola. E più guardi, come a cercare qualcosa che non c’è più e più l’angoscia e l’insicurezza aumentano. Più ti sembra grande quel vuoto e più ti senti piccolo.
Per tornare a casa prendiamo un taxi e anche nel taxi continuano il silenzio e l’emozione. È stata un’esperienza forte e il respiro torna ad avere un andamento regolare quando siamo ormai lontani dal grande vuoto.
A casa ci aspetta Lucia che ha già preparato i bagagli. Nel tardo pomeriggio si parte. Il viaggio, questo breve viaggio negli Sati Uniti d’America di Obama, sta per concludersi e già New York mi manca. Accidenti se mi manca.

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Un Paese di cialtroni

Ci sono alcune notizie che arrivano da L’Aquila che sono peggiori, se mai fosse possibile, dello stesso terremoto. L’ospedale San Salvatore, evacuato in tempo reale per il crollo di un’intera area, non risulterebbe nelle mappe catastali e non avrebbe il certificato di agibilità. Tutto ciò si evince dalla relazione che l’attuale direttore generale dell’Asl di L’Aquila, Roberto Marzetti, avrebbe inviato alla regione Abruzzo e al Ministero della Salute. Questa relazione ci dice anche che le responsabilità, per il crollo dell’ospedale appunto, andranno ricercate, indietro nel tempo, a carico dei suoi predecessori.

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Egitto. Tesori sommersi

L’Egitto e i faraoni, le piramidi con i misteri che gelosamente custodiscono, sono per noi, sin dai primi anni della nostra vita, elementi di grande fascinazione. Alessandria d’Egitto, Heracleion, Canopo, nomi che evocano mistero e, con il mistero, fascino. Città scomparse o sommerse da più di duemila anni. Oltre 500 reperti archeologici ritrovati nella zona del Delta del Nilo costituiscono il cuore della mostra Egitto. Tesori sommersi. Allestita alla Reggia di Venaria, come unica tappa italiana di un percorso che ha sedotto e affascinato tutta l’Europa, Berlino, Parigi, Bonn e Madrid, ha fatto registrare in poco meno di un mese nella residenza di piacere e di caccia progettata dall’architetto Filippo Juvarra, quasi 60.000 presenze.

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