Quando l’Italia di Bearzot, Paolo Rossi e Dino Zoff batteva il Brasile, quello vero e non quello modesto, modestissimo di oggi che straccia l’Italia 3 a 0, e Pertini giocava a scopone sull’aereo con Franco Causio, Michael Jackson cantava Thriller. L’album più venduto della storia della musica. Non c’era Internet e se volevi ascoltare un disco dovevi comprarlo. Vinse diciotto Grammy Awards e vendette oltre 100 milioni di album. Con la gloria arrivarono anche tanti, tantissimi, soldi che cambiarono radicalmente la vita di un ragazzo di 24 anni nato sulle rive del lago Michigan, a Gary, Indiana. Dopo quel successo planetario nulla è stato più come prima.
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Il romanzo d’esordio di Filippo Bologna, Come ho perso la guerra, è un libro che resterà. Una lingua forbita e descrizioni onomatopeiche. Leggi e contestualmente vedi quello che leggi, soprattutto aspetti con ansia il prossimo brano per leggere una nuova descrizione. Per goderti gli aggettivi, le parole o intere frasi che sembrano disegnare il cielo così come uno stormo di rondini in una bella giornata di marzo. C’è abbondanza in questo esordio, forse troppe cose. Un’abbondanza per la quale sarebbe stata più opportuna una visione olistica del narrare, perché la storia avrebbe avuto spazi e territori più ampi dove fluire. Così come l’eccessiva frammentazione non asseconda una lettura complice. Nonostante questo, il lavoro di Bologna è una boccata d’ossigeno per la letteratura italiana, uno spartiacque tra chi ha qualcosa da dire e chi no. Tra chi usa in modo sapiente le parole e chi no. Una storia scritta bene. Continue reading Come ho perso la guerra, Filippo Bologna
Esistono storie che ci appartengono anche se non ne conosciamo l’esistenza. Esistono storie che vivono in noi e che ri-conosciamo quando le incontriamo. Rosso come una sposa è una di queste. Una storia che è anche la nostra. Di noi italiani, intendo. La povertà e la guerra. E la violenza gratuita. E poi, ancora, l’inizio di un dopoguerra infinito. È una storia al femminile dove il maschio, i maschi, sono utensili, corredo, spesso inessenziali. Le femmine nel bene e nel male, scandiscono il ritmo delle giornate e condizionano il futuro delle comunità, maschi inclusi. Continue reading Rosso come una sposa, Anilda Ibrahimi
Quindici anni fa, il 4 giugno del 1994, moriva Massimo Troisi. È stato un uomo che ci ha fatto ridere e pensare. E lo ha fatto con la leggerezza tipica dei fuoriclasse. Chissà quante cose belle ci siamo persi in tutti questi anni. È stato bravissimo in tutto ciò che ha fatto. Come attore, regista e sceneggiatore.
«Il successo è la lente d’ingrandimento per capire com’eri prima» ha detto in un’intervista, e nel tempo cialtrone che stiamo attraversando, queste parole ri-suonano come profetiche.
Sarebbe stato bello viverti di più, ma tant’é.
Solo me ne andavo per la città. Era domenica e Roma era bella e assolata. Poca gente per le strade, un caldo già molto estivo. Una serata da trascorrere senza nessuna idea da spendere. Dopo una breve sosta in albergo decido per l’Auditorium. Quello di Renzo Piano. Uno dei pochi luoghi di Roma in cui sei europeo o americano comunque non provinciale. Non che Roma non sia bellissima. Anzi. È una città meravigliosa, senza tempo. Una città straordinaria che però ha fermato le lancette del suo orologio qualche secolo fa. O meglio la spinta propulsiva e la capacità d’innovare che ha avuto fino alla soglia del ‘900 si è scontrata con quel Paese di cialtroni che è diventata l’Italia. L’Italia di oggi. Incapace di essere all’altezza del suo passato e soprattutto di produrre innovazione, ricerca e idee. Ma tant’è.
Arrivo all’auditorium con questi pensieri nella testa. C’è poca gente. Non ho mai visto le sale dall’interno, ho sempre e solo passeggiato all’esterno. Questa sarà la serata della prima volta. Alle casse non c’è molta fila. Quando sono davanti al vetro che mi separa dalla signorina che dovrà farmi il biglietto, tergiverso.
«Prego, che spettacolo?»
«Non saprei. Cosa c’è oggi?», rispondo.
«Stasera c’è un unico spettacolo? Nobraino»
«Bo che?», gli faccio con una faccia incredula.
«Se prende la guida generale trova una descrizione dell’evento?»
«No, no. Va bene così. Mi faccia un biglietto per i Boscaino», e metto una mano in tasca per prendere i soldi.
«Ecco. Dodici euro. In ogni caso si chiamano Nobraino.»
Non m’interessa ascoltare musica. Voglio vedere queste benedette sale progettate da Renzo Piano.
Nell’attesa bevo un’aperol e subito dopo faccio un giro in libreria.
Il percorso che porta dove è previsto lo spettacolo e lungo e poi fa freddo. L’aria condizionata sembra essere al massimo. Quando sono nella sala, grande delusione. È una sala relativamente piccola. Con quasi trecento posti a sedere e le sedie sono delle sedie normali, anzi più brutte e scomode di quelle che ho a casa mia. Sembra più una sala prove che una vera e propria sala per concerti con il pubblico. Non ci sono neanche le famose vele sul soffitto. per l’acustica. Una delusione. Una gran delusione. Manca poco più di mezz’ora all’inizio del concerto e sto pensando seriamente di andare via. Ma mentre sto per uscire arriva una telefonata. Resto al telefono per tutto il tempo che mi che mi separa dall’inizio del concerto e quando le luci in sala fanno posto al buio e alle luci di scena sono costretto a tagliare la telefonata. Mi siedo e senza aspettarmi nulla di buono fisso il palco.
«Non dire agli altri che io ti voglio bene
perché son stupidi e non capiranno mai
e poi se ridono io gli farò male
ti ferirebbero e non lo sopporterei
allora ascoltami bambina non parlare
nasconderemo il tuo grembo e il nostro amore
finché un bel giorno ti porterò all’altare
prima le nozze poi la maternità […]»
I Nobraino irrompono sulla scena e la catturano così come catturano tutti i presenti compreso me, ovviamente. La voce di Kruger è potente e vibra. Ha una carica che ti avvolge e vorresti ascoltarlo all’infinito. Nestor, Barto e Vix completano il gruppo suonando con grande passione ma soprattutto si percepisce che si divertono. Lo spettacolo corre via veloce. Alla musica e alla voce di Kruger si giustappongono attori e acrobati che rendono l’atmosfera vagamente felliniana. Ci sono anche le cover. Molto particolari e tutte da ri-ascoltare.
Il concerto finisce presto. Troppo presto.
All’uscita cerco la ragazza che vende i cd del gruppo. Faccio fatica a trovarla perché è proprio all’uscita dell’Auditorium, forse per via della scatola di cartone bianco, molto informale, in cui sono i cd. In macchina ri-ascolto Cecilia, e prima di arrivare in albergo sono già un fan dei Nobraino.
Leggere il libro di Giacomo Gensini ri-apre una ferita che non si è mai rimarginata. Una ferita con il sangue a fior di pelle, pronto a riversarsi sulle nostre coscienze ogni qualvolta la mente torna a quei giorni caldi e afosi di luglio a Genova. E a Carlo Giuliani. E alla Diaz.
E non è importante sapere se le storie raccontate in questo libro siano vere ovvero se il protagonista le ha vissute nella realtà. Sappiamo infatti che quelle giornate sono state anche peggio, molto peggio, di come Gensini racconta in questo libro. Giornate che ci hanno riportato con la memoria al Cile di Pinochet. Giornate in qui fu sospesa la democrazia.
Ma andiamo con ordine e facciamo qualche passo indietro. Continue reading Genova sembrava d’oro e d’argento, Giacomo Gensini
Nell’incipit dell’ultimo romanzo di Marco Mancassola è possibile leggere tante cose. Tante che raramente capita di poter catturare un romanzo in così poche righe. C’è il teatro dove si svolgono le vicende, il protagonista che poi diventeranno i protagonisti, c’è la parabola della vita dei superuomini. Continue reading La vita erotica dei superuomini, Marco Mancassola
Ogni autobiografia, la storia di noi stessi, è anche una storia d’amore. Così come ogni autobiografia è sempre una piccola storia del nostro Paese. Una storia di luoghi. Una storia di luoghi e di persone. Ogni autobiografia è una storia di ricordi. Una storia di particolari. Di piccoli particolari, come i tacchi consumati di una giovane donna. Ma soprattutto ogni autobiografia serve per ordinare i ricordi. Per ri-sentire gli odori. Per ripercorrere strade già percorse. Per salutare di nuovo chi non c’è più. Per raccontare e raccontarsi. Per riconciliarci con il nostro viaggio. Continue reading Il mio cuore umano, Nada Malanima
«Tutte le storie sono storie d’amore», scrive Robert Mc Liam Wilson in Eureka street e anche questa storia che ci racconta Erri De Luca è una storia d’amore. Un amore nato in tenerissima età, sbocciato all’alba della maturità, e consumatosi nel sangue. Un amore breve e violento. Un amore totalizzante. Continue reading Il giorno prima della felicità, Erri De Luca