le mie recensioni

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NYC, 9 marzo 2009, tardo pomeriggio

West End Avenue, Upper Side, a due passi da Central Park è stata per questa breve vacanza americana la mia dimora. Ci sono stato bene e adesso che è giunto il momento di andare via, mi dispiace lasciare questa casa. Sabato abbiamo anche aiutato Maryann in un piccolo trasloco per l’open house. Abbiamo portato gran parte dei giocattoli dei bimbi in uno spazio condominale collettivo che si trova nel piano interrato. Open house è il nome con cui gli americani chiamano il giorno in cui è possibile visitare la casa che si vuole acquistare. Maryann cambierà zona e per questo motivo ha messo la casa in vendita.
Quando arriviamo, Lucia è pronta così come sono pronte le valigie che avevamo preparato prima di uscire. La casa è vuota. Non ci sono i bambini che sono a scuola e non c’è Maryann che abbiamo salutato questa mattina.
Prima di uscire mi faccio un ultimo giro in casa e guardo dalla finestra Central Park. La vista è la stessa che mi ha fatto compagnia la prima notte a New York City, quando non riuscendo a dormire aspettai l’alba qui, dietro questi vetri.
Roberto sostiene che non c’è bisogno di telefonare per prenotare il taxi, ne troveremo a iosa una volta in strada. Io sostengo il contrario. Come sempre succede, su questi temi, avrà ragione Roberto.
Il tragitto in taxi sembra essere più lungo rispetto a quello dell’andata e quando arriviamo al “JFK” quella che era una sensazione si rivela una certezza: il tempo per imbarcarci non è tantissimo.

Il check-in è fai-da-te, non c’è fila e perciò recuperiamo un po’ del tempo perso in taxi. Adesso che le valigie stanno per imbarcarsi sento che la permanenza a New York è davvero terminata. Sono ancora qui, in un ristorante del “JFK”, ma nella mia mente è già tempo di bilanci. Il mio viaggiare è già altrove, in un altrove che non è più qui.
Dopo aver mangiato provo a leggere in attesa dell’imbarco, ma non ci riesco. Apro la guida e provo a ripercorrere mentalmente i giorni e i luoghi vistati. Anche questo tentativo va a vuoto. Non riesco a leggere nulla. Non voglio leggere nulla. Ho solo voglia di ascoltare e vedere i miei pensieri. Tolgo gli occhiali e li ripongo nella custodia, metto in borsa le guida e sistemo la borsa sulla poltrona. Allungo le gambe, le accavallo. Porto la testa all’indietro, strizzo e poi chiudo gli occhi. Sto un paio di minuti in questa posizione. Adesso tutto è più chiaro. La testa è sgombra. Immagini fluttuano dentro e suoni e parole. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.
L’annuncio che l’imbarco è iniziato mi scuote dal torpore in cui mi trovo e non è facile abbandonare quelle immagini, quei suoni e quelle parole e mettersi in fila con il passaporto e il biglietto in una mano e la borsa nell’altra, aspettando il proprio turno. Nel breve tragitto che mi separa dall’aereo che mi riporterà a casa, ripenso ancora a quelle immagini che mi hanno fatto compagnia poco fa e un sorriso e un gesto della mano è il mio saluto a New York City.
Il posto che ho scelto per il viaggio di ritorno è nella fila centrale dell’aereo, ovviamente lato corridoio per allungare le gambe. Su questo volo non ci sono visori personalizzati dietro ogni sedile, ma monitor distribuiti in modo uniforme per tutto l’aereo. E poi lo spazio tra un sedile e l’altro è anche più stretto rispetto al viaggio di andata. Alla mia destra in compenso non si siede nessuno. Non mi sembra, in ogni caso, un buon inizio.
Prima di partire, in aeroporto, ho comprato alcune riviste celebrative della vittoria di Barack Obama alle ultime elezioni presidenziali che ho intenzione di leggere durante questo volo e per le quali ho già in mente anche la collocazione nella mia libreria. E proprio il pensiero di Obama accompagna il decollo. Il viaggio di ritorno ha inizio.

«Perché noi sappiamo che il nostro retaggio “a patchwork” è una forza e non una debolezza. Noi siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e induisti e non credenti. Noi siamo formati da ciascun linguaggio e cultura disegnata in ogni angolo di questa Terra; e poiché abbiamo assaggiato l’amaro sapore della guerra civile e della segregazione razziale e siamo emersi da quell’oscuro capitolo più forti e più uniti, noi non possiamo far altro che credere che i vecchi odii prima o poi passeranno, che le linee tribali saranno presto dissolte, che se il mondo si è rimpicciolito, la nostra comune umanità dovrà riscoprire se stessa; e che l’America deve giocare il suo ruolo nel far entrare il mondo in una nuova era di pace.»
Rileggendo queste parole, dal discorso d’insediamento di Barack Obama, ritorno immediatamente con la mente a quel grande “patchwork”, come scrive Obama, che popola gli Stati Uniti d’America. Lì c’è la rappresentazione dell’universo mondo. Coesistono razze, credenze religiose. Ho sempre pensato che se mai un giorno dovessi incontrare un extraterrestre che mi dovesse chiedere un piccolo riassunto del mondo che abito non avrei dubbi. Non aprirei bocca ma gl’indicherei sul mappamondo New York e gli direi «Caro amico mio, non perdere tempo con me. Vai a New York City, passeggia tra le sue strade, guarda i suoi abitanti, quello è il nostro mondo.» Per questo motivo ri-leggere le parole del presidente Barack Obama rafforza in me l’idea che avevo degli Stati Uniti d’America prima di questo viaggio, così come vedere e toccare con mano la sua popolarità rafforza l’idea che l’America ha deciso davvero di cambiare. Non si sono ancora spenti l’eco e il clamore che hanno attraversato tutta la nazione per l’elezione del primo presidente afroamericano. Obama continua a essere sulle prime pagine di tutti i giornali. Molti luoghi di aggregazione pubblica e privata sono tappezzati con immagini del presidente così come il merchandising è più che mai fiorente. È presto per dire se la svolta radicale promessa prenderà forma, ma i primi segnali sono positivi. Barack Obama sa di non essere solo il Presidente degli Stati Uniti d’America, ma di rappresentare per il mondo intero, e non solo per quello progressista, l’incarnazione stessa della speranza, la speranza in un futuro migliore. Un futuro senza guerra innanzitutto. Un futuro che si prenda cura della Terra, quella dove respiriamo, dove camminiamo, dove viviamo. Un futuro capace di offrire a ognuno di noi una possibilità nuova. Un futuro che si prenda cura degli ultimi. Per queste ragioni Barack Obama non è solo americano, ma appartiene a tutti, e proprio per queste ragioni non può fallire, non deve fallire.
Un piccolissimo vuoto d’aria mi scuote e devia il mio pensiero. Mi accorgo che, anche se solo nella mia testa, stavo facendo una specie di comizio. E mentre l’aereo riprende a volare senza più scossoni, cerco con gli occhi Roberto che a differenza del viaggio di andata sta già dormendo. Penso che dovrei fare lo stesso anch’io e perciò mi adeguo. Reclino il sedile per quello che posso, distendo le gambe lungo il corridoio, porto indietro la testa e dopo averla fatta roteare a destra e a sinistra, chiudo gli occhi. Nello stesso istante in cui alla luce del prima corrisponde il buio del poi, quando cioè gli occhi si chiudono e il bianco diventa nero, mi ritorna in mente il presidente e un’altra frase del suo discorso d’insediamento.
«Con i vecchi amici e i vecchi nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro stile di vita, né ci batteremo in sua difesa. E a coloro che cercano di raggiungere i propri obiettivi creando terrore e massacrando gli innocenti, noi diciamo adesso che il nostro spirito è più forte e non può essere infranto. Voi non ci sopravviverete, e noi vi sconfiggeremo.»
Ancora una volta nello stesso concetto analisi e progetto sono compresenti. E soprattutto è presente una visione del mondo nuova. Un mondo senza nucleare e un reiterato impegno a prendersi cura della Terra. È presto, forse, per esprimere giudizi definitivi o per entusiasmarsi, non lo è per leggere quello che il presidente ha fatto nei primi cento giorni. Una legge che estende l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini, quasi 800 miliardi di dollari per salvare l’economia dalla crisi che l’attanaglia, l’assenso alla ricerca sulle cellule staminali, la chiusura del carcere di Guantanamo, oltre 20 miliardi di dollari per le energie rinnovabili e il 3% del Pil destinato alla ricerca. In relazione a ciò sette americani su dieci sono ottimisti circa il loro futuro; bisogna ritornare ai tempi di John Fitzgerald Kennedy per trovare un analogo grado di soddisfazione da parte del popolo americano.
Un nuovo, lieve, sobbalzo dell’aereo e il passaggio del carrello delle vivande mi scuotono di nuovo, e mi fanno abbandonare definitivamente il presidente e i comizi. Adesso si mangia e, girandomi alla mia sinistra, vedo che anche Roberto è sveglio; ha già scartato le posate e si appresta a usarle. Mangeremo ancora una volta prima di atterrare a “FCO”, mentre i vuoti d’aria non ci faranno più visita.
Stamattina, quando abbiamo lasciato la casa di Maryann, New York già mi mancava. E quella sensazione s’impossessa di me, nuovamente. L’atterraggio è stato perfetto, adesso siamo proprio a casa, ma io non voglio lasciare New York City, non ancora. Cerco il mio iPod e quando il mio piede sinistro tocca terra Liza Minelli parte con la sua inconfondibile voce: «Start spreading the news, I’m leaving today, I want to be a part of it – New York, New York.»
[fine]

NYC, 9 marzo 2009

Ieri è stata una giornata bella e lunga. Una giornata molto americana. Soprattutto siamo riusciti a fare tutto quello che avevamo deciso di fare senza farci condizionare dal tempo che scorre impietoso. Perché in vacanza è sempre così, ci facciamo prendere dall’ansia per il tempo che fugge e cerchiamo di fare tante, troppe cose, insieme. Ieri invece sembrava di essere a casa, dove il rapporto con il tempo è diverso e se hai voglia di goderti una bella domenica di marzo te la godi senza guardare l’orologio.
Oggi invece è il giorno dei musei: Guggenheim e Ground Zero.
Due posti completamente diversi. Il primo è nell’immaginario collettivo “il museo”, il secondo è il luogo della memoria e sono curioso di vederlo.
Con Roberto facciamo colazione assieme e poi ci separiamo; ci rivedremo nella tarda mattinata a Ground Zero. Lucia invece dedica la mattinata allo shopping. Al Guggenheim perciò ci vado da solo e decido di prendere l’autobus, il numero 5. Ho scelto l’autobus perché corre lungo tutto il perimetro di Central Park e quindi avrò modo di godermi il panorama dal finestrino. È una giornata uggiosa. Mi rendo conto della lunghezza di Central Park man mano che l’autobus avanza in direzione Guggenheim. Sembra non finire mai. Una specie di piccolo atollo nel bel mezzo della contemporaneità. Ai margini, lungo il perimetro appunto, palazzi alti, non grattacieli, in mezzo il vuoto. Bisogna esserci per capire fino in fondo cosa significhi ammirare la natura anche se sei nel cuore della città più importante del mondo, una città piena e affollata. Qui invece il silenzio e la natura. Silenzio e natura che mi portano altrove e quasi mi fanno saltare la fermata. Quasi, perché la sagoma inconfondibile del museo mi desta dal torpore. Quando il Solomon R.Guggenheim Museum fu ampliato, nel 1992, le polemiche furono feroci. L’accusa più grave fu quella di aver trasformato uno dei musei più conosciuti e importanti del mondo in un “cesso”. Sì proprio così, molti giornali titolarono in questo modo. La parte nuova, costruita su disegni originali di Frank Lloyd Wright, l’architetto ideatore del progetto, sembrò, a detta dei polemisti, conferire al museo la forma di un wc.
Io non la penso allo stesso modo. Ci sono edifici, ma direi in questo caso piuttosto forme, che assumono nel tempo una connotazione che va ben oltre il significato della forma stessa. È questo il caso del Guggenheim. La spirale e quel corpo, allungato, come adagiato sul terreno, sono entrati nell’immaginario collettivo e rappresentano una forma possibile per un museo. È familiare ed evocativa allo stesso tempo e anche se non ci sei mai entrato in vita tua, puoi immaginare cosa ti aspetta quando sarai dentro.
La biglietteria è posta subito dopo l’ingresso e stamattina c’è una lunga fila. Per i giornalisti c’è un banco dedicato e non c’è nessuno in fila, per questo sono nel grande cono rovesciato in pochissimo tempo. Una luce soffusa e un silenzio ovattato trasformano l’uggia di prima in un caloroso benvenuto. Il percorso che sale e si avvita fino alla copertura in vetro è attraversato da tanti puntini neri che sembrano formichine ma sono in realtà persone e la sensazione di averlo già visto, anche se è la prima volta che ci entro, è vera.

Prendo l’ascensore, come una delle mie guide (in questo caso, New York City, Lonely Planet) mi consiglia, e scendo all’ultimo piano per farmi il percorso a ritroso. Non guardo le opere d’arte della collezione permanente, se non qualcuna che mi ero appuntato prima di entrare. Preferisco guardare il museo, l’edificio. Del resto per un ex studente di architettura trovarsi nell’edificio più rappresentativo di F.L.Wright è emozionante; e io stamattina sono emozionato. Scendo giù piano. Mi godo ogni sfaccettatura dell’edificio e ogni vista che mi si apre allo sguardo, man mano che scendo e cambia la visuale, mi sorprende. Non si possono fare foto, c’è scritto e te lo ricordano solerti funzionari disseminati lungo tutto il percorso, ma io, che solitamente sono rispettoso delle regole, ne scatto diverse. Il vantaggio delle macchine fotografiche digitali e che puoi scattare quante foto vuoi e che è facile, molto facile, mirare. Quando arrivo giù, nel punto esatto in cui ho preso l’ascensore per salire, la fila alle biglietterie è aumentata e il silenzio che c’era prima non c’è più; resta quella luce soffusa che molto contribuisce a creare un ambiente che favorisce la concentrazione. Mi accorgo che è tardi e che Roberto, forse, è già arrivato a Ground Zero. Prendo la metropolitana, arriverò in poco tempo. All’entrata e all’uscita della metropolitana operai in pausa pranzo. Panino in una mano e grande beverone in un bicchiere rigorosamente chiuso con il coperchio bianco. Proprio come nei film.

Tanti, tantissimi, operai impegnati nel grande vuoto lasciato dall’idiozia umana quel nefasto 11 settembre del 2001. Quando riemergo dalla metropolitana lo scenario che mi si presenta agli occhi è anch’esso familiare. Sono a Ground Zero.

Tutto è grande qui. Le gru sembrano toccare il cielo e le cabine, poste a un’altezza improbabile, sono grandi come un appartamento. Il vuoto visto da vicino è più vuoto e più grande, molto più grande di come te lo puoi immaginare. Mentre penso a tutto ciò un aereo passa tra i grattacieli. Sembra un uccello e per un attimo la mente torna a quella mattina.
Il museo di Ground Zero affaccia sul lato corto del grande rettangolo che è oggi il cantiere della ricostruzione. È in funzione da poco e credo che questa sia una sistemazione provvisoria.

Fuori c’è la fila per entrare come per il Guggenheim. Lo spazio è piccolo e non ha pretese architettoniche. Non serve qui, forse. Tutto è emozione. Un percorso attraverso l’incredulità prima, la paura poi e il dolore, un lancinante dolore, alla fine. C’è un silenzio irreale rotto solo da sequenze spesso ininterrotte di singhiozzi. In una delle sale, una sorta di patio posto alla fine del corridoio d’ingresso con, le pareti tappezzate da foto delle persone che lavoravano nelle torri gemelle, al centro della stanza, su una grande panca ci sono pacchi di fazzoletti di carta. Qui piangono tutti, chi ricordando un parente, altri coinvolti dalle immagini e dai video che ti catapultano direttamente dentro l’inferno di quell’11 settembre.

C’è tanto materiale in questo museo. Reperti che provengono direttamente dal luogo dell’attentato. Pezzi di aereo. Le tute dei vigili del fuoco. Ma anche utensili quotidiani. E poi tante foto. Ci sono anche i disegni dei bambini. Tra tutti quelli che ho visto, ce n’è uno che mi ha colpito in particolare. Su fondo bianco le due torri sono disegnate in rosso e sono composte da tanti cuori che si sovrappongono a formare due parallelepipedi, le torri gemelle. Quasi in cima il disegno si sgretola e i cuori, che prima erano tutti compatti, si staccano e mettono le ali per volare in cielo. Qui, davanti a questo disegno, ho pianto anch’io.

Quando esco dal museo e sono di nuovo di fronte a Ground Zero sono frastornato. L’11 settembre è diverso visto da qui. E non è l’emozione che mi fa pensare questo. Visto da qui, di fronte a questo immenso vuoto, comprendi la reale dimensione di ciò che è successo quel giorno. Siamo nel cuore del mondo. E proprio qui due aerei sono entrati, in una mattina qualunque di un po’ di anni fa, in due grattacieli e hanno mostrato a tutti noi la fragilità della nostra società. Due aerei hanno messo in ginocchio le nostre sicurezze. Le nostre certezze. E poi si respira una brutta aria qui. C’è tristezza negli occhi delle persone. Spero che sotto quelle macerie sia stata sepolta per sempre l’idiozia degli uomini. Di quelli d’occidente e di quelli d’oriente. Di quelli di destra e di quelli di sinistra. E che non riemerga più. Che resti lì sotto, pigiata dal cemento e dal ferro dei piloni che non si sono liquefatti al fuoco come neve al sole. Questo vuoto è terribilmente pieno e sta lì davanti a te e sembra quasi che voglia rivolgerti la parola. E più guardi, come a cercare qualcosa che non c’è più e più l’angoscia e l’insicurezza aumentano. Più ti sembra grande quel vuoto e più ti senti piccolo.
Per tornare a casa prendiamo un taxi e anche nel taxi continuano il silenzio e l’emozione. È stata un’esperienza forte e il respiro torna ad avere un andamento regolare quando siamo ormai lontani dal grande vuoto.
A casa ci aspetta Lucia che ha già preparato i bagagli. Nel tardo pomeriggio si parte. Il viaggio, questo breve viaggio negli Sati Uniti d’America di Obama, sta per concludersi e già New York mi manca. Accidenti se mi manca.

Ci sono alcune notizie che arrivano da L’Aquila che sono peggiori, se mai fosse possibile, dello stesso terremoto. L’ospedale San Salvatore, evacuato in tempo reale per il crollo di un’intera area, non risulterebbe nelle mappe catastali e non avrebbe il certificato di agibilità. Tutto ciò si evince dalla relazione che l’attuale direttore generale dell’Asl di L’Aquila, Roberto Marzetti, avrebbe inviato alla regione Abruzzo e al Ministero della Salute. Questa relazione ci dice anche che le responsabilità, per il crollo dell’ospedale appunto, andranno ricercate, indietro nel tempo, a carico dei suoi predecessori.
Continue reading Un Paese di cialtroni
L’Egitto e i faraoni, le piramidi con i misteri che gelosamente custodiscono, sono per noi, sin dai primi anni della nostra vita, elementi di grande fascinazione. Alessandria d’Egitto, Heracleion, Canopo, nomi che evocano mistero e, con il mistero, fascino. Città scomparse o sommerse da più di duemila anni. Oltre 500 reperti archeologici ritrovati nella zona del Delta del Nilo costituiscono il cuore della mostra Egitto. Tesori sommersi. Allestita alla Reggia di Venaria, come unica tappa italiana di un percorso che ha sedotto e affascinato tutta l’Europa, Berlino, Parigi, Bonn e Madrid, ha fatto registrare in poco meno di un mese nella residenza di piacere e di caccia progettata dall’architetto Filippo Juvarra, quasi 60.000 presenze.
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Stiamo vivendo giorni tristi e intensi. La terra continua a tremare a L’Aquila e dintorni e il suo continuo tremare porta lutti e ferite. Ferite profonde che oltrepassano la soglia del dolore dei parenti delle vittime e coinvolgono noi tutti. Noi abruzzesi innanzitutto. Ognuno fa quel che può, nessuno è rimasto fermo. Sono queste le ore del dolore, del pianto, della stanchezza infinita, dell’incertezza sul futuro. Sono le ore in cui si ha bisogno di intravedere la luce in fondo al tunnel.
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NYC, 8 marzo 2009

Oggi sarà una giornata piena eppure di totale relax. Mi spiego meglio.
Quando si è in vacanza, indipendentemente dai giorni che si hanno a disposizione, la variante tempo è il centro di tutte le programmazioni. Si visita sempre qualcosa quando si è in vacanza. Un museo piuttosto che un’architettura, un quartiere, un paesaggio. Non si ha quasi mai il tempo per oziare e farsi attraversare dalla lentezza. Come stare seduti su una panchina a leggere un libro piuttosto che girare a piedi e senza meta in un quartiere qualunque della città. Oggi non faremo esattamente questo ma abbiamo programmato una giornata che ci si avvicina molto. Perciò quando usciamo dalla metropolitana e ci accoglie il Village, Greenwich Village per i turisti, capisco che sarà una bella giornata, diversa dalle precedenti. Una tranquilla domenica di marzo.
Anche se siamo a Manhattan, le strade non sono dritte e facili da trovare come nell’uptown e pare sia così non solo per la mancanza di una griglia ortogonale di riferimento ma, insisto nello scrivere pare, perché la fauna che abita il Village abbia determinato la sua conformazione. Ci troviamo nel quartiere alternativo per eccellenza. Quello più eccentrico. Qui non ci sono grattacieli con pareti a specchio che rimandano la tua immagine o quella di altri grattacieli ma tutto è più “europeo”. Le case non sono alte ed è pieno di piccoli negozi dove si può trovare di tutto. Non serve alzare molto lo sguardo al cielo per imbattersi nelle famose scale esterne di sicurezza degli edifici di New York, quelle di Pretty Woman per intenderci. Quelle scale qui le vedi ovunque e con un po’ di fantasia non fai fatica a immaginare Julia Roberts che scende, quasi volando, per raggiungere Richard Gere in strada.

L’aria è fredda; ci dirigiamo di gran lena al 401 di Bleecker Street e precisamente a The Magnolia Bakery, una pasticceria che è diventato un luogo “cult” qui a New York City. Tutto ciò è accaduto perché le protagoniste della serie televisiva americana, Sex and the city, hanno mangiato le ormai famose cupcake sedute su una panchina al di fuori del negozio. Da quando è andato in onda quell’episodio, Magnolia Bakery si è trasformata da semplice pasticceria del Village in luogo di “pellegrinaggio”.
Vi consiglio la visita per due buoni motivi: il primo perché le cupcake sono buone davvero, solo un po’ troppo dolci, e in secondo luogo perché proprio di fronte alla pasticceria c’è una piccola piazzetta con diverse panchine. Andateci con la vostra donna, il vostro uomo o anche con un amico, comprate le cupcake e mangiatele lì. Se siete fortunati ed è anche una bella giornata non ve ne pentirete.
Adesso siamo pronti per attraversare, a piedi naturalmente, il Ponte di Brooklyn. Prenderemo la metropolitana. Ho già detto della metropolitana di New York che è un viaggio nel viaggio, ma alcune volte può essere uno spettacolo nello spettacolo, come stamattina per esempio. Scendiamo le scale che ci portano al binario per Brooklyn in mezzo a un fiume di gente. Dal fondo della galleria si odono note di un pianoforte. Man mano che ci avviciniamo alla banchina del nostro treno l’intensità delle note aumenta fino a quando le sentiamo forti e chiare nella testa. Di fronte a noi, sulla banchina che porta nella direzione opposta, c’è un uomo che suona con un’intensità tale da sembrare il solista di una grande orchestra. C’è silenzio e tutti guardano nella stessa direzione. È un attimo, un solo attimo, ma è poesia.

Quando usciamo all’aria aperta la musica è ancora dentro di noi ma il traffico caotico della città ha ben presto la meglio. Attraversiamo un piccolo parco e dopo una rampa di scale la scritta “Welcome to Brooklyn” ci dice che siamo arrivati.

Adesso la temperatura si è abbassata notevolmente e cade qualche goccia di pioggia. Ma se per la prima volta ti trovi sul Ponte di Brooklyn puoi permetterti di avere freddo e di sentire la pioggia? No, ovviamente. Sotto di noi le macchine, di fronte uno skyline mozzafiato e sul nostro stesso livello tanta gente che attraversa come noi il ponte. C’è una corsia per i pedoni e una per tutti quelli che si muovono su qualche mezzo veloce. È una bella passeggiata anche se lo scarico delle macchine che arriva dal livello inferiore si sente e si sente ancor di più nella gola quando sei dall’altra parte. Anche qui, sulla sommità del ponte, ci siamo presi una pausa. Seduti su una panchina abbiamo sfogliato il catalogo e il programma di The Armory Show dove andremo subito dopo l’attraversamento del ponte.

«7 West 34th Street , The Armory Show», dico al tassista. Impieghiamo poco meno di mezz’ora e quando arriviamo Maryann è lì che ci aspetta. I numeri di Armory sono importanti per il mondo dell’arte. Con circa 250 espositori e più di 50.000 visitatori questa fiera è diventata nel giro di pochi anni la più famosa del settore. E quest’anno, con la crisi che si legge negli occhi delle persone, si sono registrate vendite significative, e non solo nel giorno di apertura come spesso accade. Un piccolo esempio per capire la dimensione di cui stiamo parlando: la Galleria di Lisson, Londra, segnala che ha venduto due sculture di Anish Kapoor per $1.000.000 e $700.000 ciascuna, e The Art Newspaper, nell’edizione di ieri scriveva che su 35 galleristi intervistati, 25 hanno dichiarato di aver coperto i loro costi entro la fine della prima giornata. È stata perciò una bella e grande edizione, per il pubblico ma soprattutto per le gallerie che hanno venduto bene.

La visita di oggi ad Armory è stata illuminata dalla presenza di Maryann. È una bella persona e girare tra le opere d’arte più interessanti del momento con lei è stato piacevole. Si è divertita e siamo stati bene in questi giorni. Che stesse bene con Roberto era abbastanza scontato, si conoscono da tanto tempo e hanno vissuto nella stessa casa a Barcellona per più di un anno; che stessimo bene anche noi, io e Lucia intendo, non era affatto scontato. Ci rivedremo a giugno, quando verrà in Europa con i suoi tre figli per una vacanza. Prima in Spagna e poi da noi a Pescara.

Quando usciamo dall’Armory molti galleristi stanno già smontato gli stand e vedere la fiera che chiude ci ricorda che il nostro viaggio è quasi giunto al termine. Usciamo e una navetta della fiera ci porta nei pressi di Times Square. Attraversare in autobus una città è sempre piacevole. Riesci a vedere particolari che altrimenti non noteresti. Non è il caso dei famosi tombini fumanti di New York, resi celebri e immortalati in tantissimi film. Ma tombini che fumano come vere e proprie ciminiere non li avevo mai visti, neanche al cinema. Ce ne sono molti. Almeno due o tre ogni quattro-cinquecento metri. Segnalati da transenne e con una sorta di canna fumaria lunga tre metri sputano fumo direttamente al di sopra delle macchine e delle nostre teste.

Arriviamo in Times Square e le insegne non sono tutte accese, ma è come se lo fossero. Sembra un’altra città. Una città nella città. Una sorta di luna park per adulti. Ogni cmq è occupato dalla pubblicità che sale su fino in cima ai grattacieli che cingono e delimitano la piazza. Dovessi dire di ricordarmi una di quelle pubblicità direi una bugia. E anche per questo mi chiedo se poi tutta quell’ostentazione abbia un senso, se in ultima analisi troppa pubblicità non uccida la pubblicità. Comunque è un bel vedere. Un vedere al quale non siamo, non sono abituato. Un vedere che ti stordisce; quando viene sera e le insegne luminose si accendono tutte ti senti come avvolto dalle luci e quasi non sei più tu a dirigere i tuoi passi ma sono loro, le pubblicità. Che ti chiamano, ti corteggiano, t’invitano a spendere.

Le insegne pubblicitarie di Times Square e i taxi che sfrecciano per la città sono due immagini che restano nella mente. Che forse hai negli occhi già prima di mettere piede a New York e che quando ci sei ti rincorrono.
La tranquilla giornata di marzo sta per volgere al termine ma prima che ciò accada c’è ancora da divertirsi. Una delle tante feste collegate ad Armory. Questa sera l’indirizzo è 14th Street vicino a Union Square e il locale si chiama Plum.
Quando arriviamo è già tutto pieno. All’entrata la fila è lunga ma l’americano forbito di Roberto e gli accrediti di Armory fanno il resto. C’è gente ovunque e musica dal vivo. Si alternano diverse band sul palco. Quella che mi prende di più è formata da più di dieci persone che suonano un rock hardcore che in certi passaggi ricorda i B52. Balliamo sulle poltrone o sui tavolini, bassi, che sono un po’ ovunque. Quando prendo le scale e mi dirigo al piano inferiore scopro che a quel livello c’è un’altra sala, e un altro gruppo suona con un pubblico diverso da quello del piano superiore. È la festa più bella fino a oggi. Nonostante il volume alto della musica e la gran calca si sta bene. C’è bella gente e forse anche per questo assecondiamo il ritmo della musica e il gusto della birra. E forse, sempre per lo stesso motivo, di nuovo ci arrendiamo, senza indugiare oltre, alla musica e alla birra.

NYC, 7 marzo 2009

Stamattina mi sono svegliato bene. Riposato e, mi verrebbe da dire, perfettamente integrato. È la prima mattina, da quando sono arrivato a New York, che mi sento come se fossi a casa mia. Non mi sento un ospite e il merito è tutto di Maryann che è talmente discreta da far sembrare noi i padroni di casa e lei e suoi tre cuccioli gli ospiti.
Il piano per la giornata lo ideiamo mentre aspettiamo la colazione. Uova strapazzate e patate, succo d’arancia e poi caffè, un classico ormai. Stamattina esagero con il ketchup e scarto la senape. Quando, distrattamente, alzo la testa per guardarmi intorno e vedo gente assorta a leggere il quotidiano o un libro che contemporaneamente mangia o beve caffè, mi sembra davvero di essere in un telefilm. Qui però è tutto vero, gli americani fanno colazione in questo modo. Mangiano davvero le uova con la senape e il ketchup di mattina e leggono il giornale mentre mangiano.
Anche oggi ci divideremo. Io andrò al MoMA e Roberto Lucia per fiere. L’appuntamento è per il pomeriggio sulla Fifth Avenue.

Il MoMA, Museum of Modern Art, si trova tra la Quinta e la Sesta Avenue, sulla 53° strada ed è uno dei musei più importanti del mondo. In quest’edificio ci sono i lavori di grandissimi artisti e le opere che ospita sono icone della modernità. Vediamo e percepiamo il mondo così come lo percepiamo anche grazie agli artisti e alle opere presenti al MoMA. Arrivo a quest’appuntamento preparato. Ho letto tutta la sezione della guida che ho con me. So cosa vedrò e sono curioso di capire quale sarà la classifica finale. Chi occuperà i primi tre posti. Le classifiche mi piacciono. Le ho sempre fatte. Con il mio compagno di banco al liceo, Saverio, erano sfide interminabili che finivano solo con il suono della campanella che annunciava il rompete le righe. La migliore formazione dell’Italia, i migliori numeri dieci e poi oggi i migliori libri letti, le migliori canzoni, i migliori film visti, e tutto ciò che può essere classificato. Forse anche per questo uno dei miei scrittori preferiti è Nick Hornby che ha fatto di questa sua “ossessione” una cifra stilistica. E seguirlo nelle sue esilaranti classifiche è una delle gioie che solo la lettura può dare come per esempio nell’incipit di Alta fedeltà.
«Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:
1) Alison Ashworth
2) Penny Hardwick
3) Jackie Allen
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rientreresti fra le prime dieci, ma non c’è spazio per te fra le prime cinque; sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi che tu semplicemente non sei in grado di appioppare.»

Ma torniamo a New York e al MoMA. Il nuovo edificio, recentemente ristrutturato dall’architetto giapponese Yoshio Taniguchi, che ospita la collezione permanente ti lascia guardare le opere e si lascia attraversare dalla luce che arriva dalla città. È una casa accogliente per l’arte.
Prima di entrare avevo già deciso di visitare il quarto e il quinto piano e così ho fatto. Ho imparato con gli anni che non ha senso guardare tutto se non hai il tempo necessario per farlo. Conviene guardare fin quando l’attenzione è alta e non sei stanco di camminare perché, altra regola da tenere sempre in considerazione, nei musei si cammina molto e ci si stanca più che altrove.
Ovviamente ci sono delle icone che “devi” vedere, quasi sfiorarle, per appagare i sensi e acquietare la mente e il cuore.
La terza versione della Ruota di bicicletta di Marcel Duchamps piuttosto che la Gold Marylin Monroe di Andy Warhol. Così come non puoi non salutare Picasso, Mondrian, Dalì, Van Gogh, Pollock.

E se capita, come è capitato a me, che mentre sei di fronte a La danse di Henry Matisse passano tre bimbe che attratte dalla dimensione del quadro si fermano e poco dopo, senza dirsi neanche una parola, si prendono per mano e cominciano a fare un girotondo, se ti capita questo, capisci perché ti hanno sempre detto che il linguaggio dell’arte è un linguaggio universale. Ti commuovi e sei felice di essere lì proprio in quel momento.
Con questa immagine negli occhi e nel cuore, decido che la visita al MoMA può finire e scendo al piano terra direzione bookshop. Quando sei in vacanza devi sempre riportare qualcosa a casa perché c’è sempre qualcuno che aspetta il tuo ritorno anche per questo motivo, e il bookshop del MoMA è il luogo ideale per comprare piccoli regali.
Nel frattempo sono arrivati Roberto e Lucia: è giunto il tempo della Fifth Avenue.

La prima tappa è l’Apple Store. Un piano unico sotto il livello della strada che cattura la luce dall’alto dove è posta la mela, simbolo della Apple, più che un negozio è un’anticipazione di futuro. Se hai un telefonino Wi-fi lì c’è rete e puoi collegarti a internet senza spendere nulla; in alternativa puoi utilizzare uno dei tanti computer a disposizione. Ovviamente trovi le ultime novità su i prodotti cool del momento e tutti, ma proprio tutti, gli accessori disponibili per il tuo iPod.

La Fifth Avenue è la strada per antonomasia. Ci sono i negozi più importanti della città. In alcuni casi vere e proprie icone del consumismo come nel caso di Tiffany & Co. Alzi la mano chi non ha visto o sentito parlare di Colazione da Tiffany e rialzi la mano chi non ha visto almeno una volta nella vita la scena iniziale del film in cui Holly Golightly, interpretata da Audrey Hepburn, scende da un taxi, in una New York splendida e con le strade vuote, proprio davanti alla famosa gioielleria. Abito nero, collana di perle e occhiali da sole neri anch’essi, mangia un cornetto e beve un caffè mentre guarda i gioielli in una delle vetrine. Poi lentamente, molto lentamente, sulle note di Moon River, si avvia verso casa dove attende l’inizio della storia di cui sarà protagonista. Se volete fare un regalo alla vostra donna o al vostro uomo, anche Tiffany può fare al caso vostro. Salite al quarto piano e con meno di cento dollari riuscirete a trovare quello che cercate.

Lo struscio per la Fifth Avenue è divertente anche se ancor più divertente, almeno per Roberto, è la visita al Rockfeller Center. Si fa fotografare sotto la scritta 30 Rock in omaggio a una delle trasmissioni televisive che segue su NBC, 30 Rock con Tina Fey, l’imitatrice di Sarah Palin, e subito dopo entriamo nello store dell’emittente televisiva che affaccia proprio su questa piazza. Apprendo che ogni serie televisiva di successo ha una sua linea di merchandising. C’è di tutto, dalle tute alle maglie, quaderni, penne, l’immancabile tazza per il latte, borse, calendari, poster. Ci sono addirittura le divise dei medici del telefilm Dr. House e ho visto con i miei occhi adulti che indossavano quella roba. Scopro di non conoscere nessuna di queste trasmissioni e per la prima volta mi sento estraneo alla città. Usciamo dal negozio senza aver comprato nulla e ci dirigiamo alla pista di pattinaggio a cielo aperto. Qui a Natale c’è l’enorme albero che vediamo da sempre nei giorni di festa quando ci sono collegamenti da NYC. A marzo non c’è l’albero di Natale ma la pista di pattinaggio si, ed è anche piena di gente che si diverte sui pattini.
Ci accorgiamo che il tempo è come volato via e che abbiamo appuntamento con Maryann per andare a Williamsburg. Per andare a casa prendiamo la metropolitana.

La metropolitana di New York è un viaggio nel viaggio. È certamente il mezzo più veloce ed economico per muoversi. Con oltre cento anni alle spalle ti permette di muoverti con velocità e sicurezza da un capo all’altro della città. Molto facile da usare anche grazie alle numerose indicazioni e carte che si trovano dappertutto, presenta un unico inconveniente. Le fermate non sono segnalate a sufficienza e in ogni caso sono piccole e le noti solo quando si aprono le porte per scendere. Per questo motivo devi essere molto attento o conoscere bene il numero della tua fermata. Per il resto invece è uno spettacolo. Uno degli elementi che contribuisce a rafforzare il mito di città contemporanea. E poi tra le sue gallerie piuttosto che in prossimità dei binari puoi imbatterti in ogni tipo di spettacolo.
Quando arriviamo a casa, Maryann è quasi pronta per uscire e scopriamo che con noi questa sera ci sarà una sua amica, Melissa. Dopo quindici minuti Melissa è giù che ci aspetta, in macchina. Scendiamo io e Maryann per primi mentre Lucia e Roberto ci raggiungono dopo pochi minuti. Melissa è americana e i suoi genitori sono di origine haitiana, ha due figli che stasera sono a casa con il papà. È Executive Director per una società che procaccia fondi tramite spettacoli teatrali da destinare ad associazioni che lavorano in ambito sociale. Il suo lavoro è molto vicino a quello dell’agente teatrale. Una piacevole scoperta.
Quando arriviamo che la performance è già iniziata. The Boiler, un ex locale che conteneva la caldaia centralizzata che forniva acqua calda e riscaldamento per tutto il quartiere, è già pieno di persone. Un enorme frigorifero con pareti trasparenti contiene un’enorme massa di ghiaccio proveniente dall’Antartide. Il ghiaccio è mantenuto a temperatura con energia solare. L’artista ha voluto simbolicamente riscattare l’opera nefasta dell’uomo che causando il riscaldamento globale ha innescato un processo di scioglimento dei ghiacciai. Questa notte a New York l’arte ci dice che con energia pulita, in questo caso ottenuta dal sole, possiamo salvare anche i ghiacciai. L’arte come educazione alla vita, quindi.
Qui si beve birra e non si mangia nulla. Non restiamo per molto tempo, direi meno di un’ora. Andiamo via anche perché stasera a Williamsburg c’è la festa delle gallerie d’arte. Ne visitiamo diverse e nessuna in particolare ci colpisce. Guardiamo lavori di giovani artisti ma non si respira un clima d’innovazione e di ricerca, piuttosto sembra di partecipare a una grande rassegna di studenti. O almeno questa è la mia impressione.
È tardi quando Melissa ci riporta a casa. Anche oggi è stata una giornata lunga e piena.

NYC, 6 marzo 2009
Oggi le nostre strade si dividono. L’appuntamento è per le 17.00. St. Regis Hotel, 5th Avenue per uno dei due eventi culturali ai quali parteciperemo oggi, The Japanese Contemporary Art Show. Percorsi separati quindi, Lucia e Roberto per fiere e io alla ricerca delle nostre radici americane. Prendo la metropolitana, linea rossa n°1 giù fino al capolinea, South Ferry, e da lì il traghetto che mi porterà prima alla Statua della Libertà e poi, finalmente a Ellis Island.

Quando penso agli Stati uniti d’America, dall’Italia intendo, non ho mai una visione unica in mente. Penso sempre a tante cose. Tante cose tutte insieme che alcune volte si sovrappongono e altre si giustappongono. Questi due simboli dell’America mi fanno pensare invece sempre alla stessa cosa. A tutti gli italiani, e a tutti i meridionali in particolare, che sono arrivati qui come morti di fame e sono stati accolti. Spesso sono stati accolti male, ma sono stati accolti. E se l’America è oggi un grande Paese, una parte di merito va riconosciuta a tutti i morti di fame del mondo che sono arrivati carichi di speranze e senza un soldo sulle banchine di Ellis Island. Quando dagli oblò delle navi scorgevano la fiaccola e la corona che cinge il capo della statua capivano di essere arrivati nella terra promessa. E chissà quali pensieri frullavano nelle loro teste quando mettevano piede sul territorio americano tanto sognato. E le aspettative e i sogni erano sicuramente le cose più preziose che possedevano e portavano con loro.
Ho sempre immaginato che la mia prima volta negli Stati Uniti d’America coincidesse con una visita doverosa a questi luoghi.
E adesso ci sono.

La strada che separa la fermata della metropolitana dal molo è breve. Per arrivarci si attraversa un piccolo parco le cui strade interne sono disegnate da lunghe panchine in legno e attraversate da scoiattoli. Anche stamattina fa abbastanza freddo, c’è poco sole ma una bella luce che asseconda il pensare e invoglia a scrivere. Anzi è il tempo ideale per scrivere. Almeno per me.

Questo attraversamento mi fa pensare di nuovo che New York City è un’immagine fissa nella nostra mente, l’abbiamo già vista. Tutti. L’ho sicuramente vista in Trilogia di New York di Paul Auster. Questi edifici sono gli stessi di cui ho letto tante e tante volte, come gli stessi sono queste strade e questi taxi. Tutto è uguale a come lo immaginavo eppure tutto è nuovo e m’emoziona. Guardo dalla coda del battello la città che si allontana e la statua che s’avvicina. E c’è un silenzio e una pace che rassicura e cura. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.

Quando scendiamo sull’isola il freddo è aumentato così come il silenzio. Il battello si svuota in poco tempo e subito riparte, carico di turisti del turno precedente, per Ellis Island. Resto per più di un’ora sull’isola. Non entro per ammirare il panorama, preferisco guardare la statua e la città all’aria aperta. Questo freddo mi piace. Tiene vivi. Sono in perfetta armonia con me stesso. Sono a New York e a dispetto di tutti i luoghi comuni non c’è confusione e caos, ma silenzio e poi ancora silenzio e pace.
Mi avvio verso il piccolo molo per aspettare il battello che mi porterà a Ellis Island. Il momento tanto atteso sta per arrivare e io mi sento pronto.

Una grande copertura in vetro t’introduce nella hall dell’Immigration Museum di Ellis Island. Oltre 12 milioni di immigrati sono passati per questa sala, tra il 1892 e il 1954, anno in cui la struttura chiuse i battenti. Arrivavano da tutto il mondo, Inghilterra, Germania, Irlanda e ovviamente dall’Italia. Venivano sottoposti a una visita medica e dopo aver effettuato alcuni controlli anagrafici la maggior parte di loro aveva l’autorizzazione per entrare negli Stati uniti d’America, soprattutto per quelli che viaggiavano in nave e transitavano in prima e seconda classe. Per quelli della terza classe le procedure erano più complicate e in ogni caso si completavano nel corso di una giornata. Nei giorni di maggior afflusso gli emigranti potevano superare le 10.000 unità. Se penso ai nostri CPT, centri di permanenza temporanea, le strutture per ospitare i migranti che giungono in Italia, e a quello che è successo solo pochi giorni fa a Lampedusa quando una di queste strutture è andata in fiamme, diventa plasticamente visibile la differenza tra un grande Paese e un Paese di cialtroni. Tra un Paese che ha fatto dell’accoglienza la sua forza e la sua ricchezza e un Paese di emigranti che rinnega la sua storia più recente per rinchiudersi in recinti identitari il cui unico valore sembra essere l’egoismo e la paura del diverso da sé.
Quelli che non erano proprio alla canna del gas e avevano qualche soldo potevano rivolgersi all’ufficio cambi e con i primi dollari americani in mano potevano mangiare qualcosa al bar di Ellis Island. Per gli altri, che erano la maggior parte, iniziava una nuova avventura in cui il primo obiettivo era procurarsi cibo e un posto dove dormire.
Il museo allestito a Ellis Island è in realtà un centro di documentazione mondiale sull’emigrazione. E quando arrivi alla fine del percorso espositivo, e prima di entrare nell’immancabile book shop, una sala con diverse postazioni dotate di computer ti dà la possibilità di accedere a un ampio database per effettuare, ricerche, previa registrazione. Le grandi fotografie in bianco e nero e i tanti oggetti posti lungo il percorso che si sviluppa su due livelli ti fa entrare in una dimensione altra. Ti senti parte di quella fauna umana che, disposta in lunghe e ordinate file, aspetta silenziosa il proprio turno. E se ti lasci trasportare dalle emozioni temi di non superare la visita medica e di essere rispedito indietro. Di notevole impatto emotivo due filmati che vengono proiettati più volte al giorno.

Guardo l’orologio, 15.30, mi sono perso a Ellis Island.
Non mangio nulla e mi dirigo all’imbarco. In meno di un’ora sarò al St. Regis Hotel, all’appuntamento con Lucia e Roberto. Il cambio di registro è notevole. Passo dalle storie di uomini e donne disperati che dal primo Novecento fino a tutto il periodo post bellico s’imbarcano su improbabili navi per aggrapparsi alla vita, all’arte contemporanea giapponese. Ma siamo a New York e qui tante cose possono convivere.

La mostra è in una delle suite del St. Regis Hotel. Quando arrivo Lucia e Roberto sono già lì che mi aspettano per salire. Non c’è molta gente. Una ragazza molto carina ci fa accomodare e ci invita a firmare il libro degli ospiti. Le mostre d’arte contemporanea negli alberghi se le sono inventate gli americani e a ruota sono stati imitati un po’ da tutti. Puoi approfittare per guardare dei quadri o delle installazioni e nello stesso tempo goderti la suite dell’albergo.
La mostra invade tutti gli spazi del piccolo appartamento. Nella zona giorno si proietta un video proprio sopra il camino. Nelle due camere da letto quadri ovunque così come nel bagno e nell’antibagno. Ho fame e qui offrono frutta e acqua. Mentre mangio frutta mi accorgo che Roberto ha conosciuto l’artista giapponese che espone. È un ragazzo molto giovane, il suo nome è Yuki Itoda. Noto che si scambiano i biglietti da visita e mi par di capire che si danno appuntamento per l’evento che ci sarà domani sera. “The Boiler” a Williamsburg, il nuovo quartiere degli artisti a Brooklyn.

Torniamo a casa. Una breve sosta e ripartiamo. Ci attende la performance di Vanessa Beecroft al Deitch Studios a Long Island City. Verrà con noi Maryann e ci andremo con la sua macchina. Arriviamo in ritardo perché ci fermiamo in Union Square a mangiare un panino. Anzi “il” panino. Il panino “must” per i newyorkesi. Bagel, un panino rotondo aromatizzato, con salmone e formaggio fresco; Novie il nome, 6,50 dollari il prezzo.
È difficile arrivare al Deitch Studios e la macchina di Maryann non ha il navigatore satellitare. Lo spettacolo che il water front offre di notte è di quelli che spezzano il fiato. È talmente bello che sembra finto. Una serata particolare, molto particolare. La performance di Vanessa Beecroft è l’evento più cool della fiera, o meglio l’evento più cool a cui io partecipo.

Torniamo a casa. Una breve sosta e ripartiamo. Ci attende la performance di Vanessa Beecroft al Deitch Studios a Long Island City. Verrà con noi Maryann e ci andremo con la sua macchina. Arriviamo in ritardo perché ci fermiamo in Union Square a mangiare un panino. Anzi “il” panino. Il panino “must” per i newyorkesi. Bagel, un panino rotondo aromatizzato, con salmone e formaggio fresco; Novie il nome, 6,50 dollari il prezzo.
È difficile arrivare al Deitch Studios e la macchina di Maryann non ha il navigatore satellitare. Lo spettacolo che il water front offre di notte è di quelli che spezzano il fiato. È talmente bello che sembra finto. Una serata particolare, molto particolare. La performance di Vanessa Beecroft è l’evento più cool della fiera, o meglio l’evento più cool a cui io partecipo.

Un contrappunto tra la vita che sta per andare via e la morte che sta per arrivare. Con quel bianco che rende le donne uguali ai calchi, inanimate. E poi d’improvviso impercettibili movimenti e piccoli spazi non invasi dal bianco che rendono quei corpi e quelle donne vive. Qui, al centro del mondo, il bianco e la vita e poi la morte, forse.

Beviamo una birra e non mangiamo nulla. È quasi mezzanotte e Plum in West 14th Street non è distante. C’é una festa, una delle tante feste di questa settimana d’arte a NYC.
Ci arriviamo in poco tempo, cinque, dieci minuti. Da fuori non sembra un bel posto. Entriamo. La musica è a un volume altissimo. Non c’è molta gente. Ci guardiamo intorno. Una, due, tre volte. Senza dirci nulla ci ritroviamo tutti e quattro fuori dal locale. Anche questa lunga, lunghissima, giornata sta per terminare.

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