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L’importante non è nascere, ma rinascere

Stiamo vivendo giorni tristi e intensi. La terra continua a tremare a L’Aquila e dintorni e il suo continuo tremare porta lutti e ferite. Ferite profonde che oltrepassano la soglia del dolore dei parenti delle vittime e coinvolgono noi tutti. Noi abruzzesi innanzitutto. Ognuno fa quel che può, nessuno è rimasto fermo. Sono queste le ore del dolore, del pianto, della stanchezza infinita, dell’incertezza sul futuro. Sono le ore in cui si ha bisogno di intravedere la luce in fondo al tunnel.

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pensando a tutti gli aquilani che non ci sono più…

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City Room_una tranquilla domenica di marzo [6]

NYC, 8 marzo 2009


Oggi sarà una giornata piena eppure di totale relax. Mi spiego meglio.
Quando si è in vacanza, indipendentemente dai giorni che si hanno a disposizione, la variante tempo è il centro di tutte le programmazioni. Si visita sempre qualcosa quando si è in vacanza. Un museo piuttosto che un’architettura, un quartiere, un paesaggio. Non si ha quasi mai il tempo per oziare e farsi attraversare dalla lentezza. Come stare seduti su una panchina a leggere un libro piuttosto che girare a piedi e senza meta in un quartiere qualunque della città. Oggi non faremo esattamente questo ma abbiamo programmato una giornata che ci si avvicina molto. Perciò quando usciamo dalla metropolitana e ci accoglie il Village, Greenwich Village per i turisti, capisco che sarà una bella giornata, diversa dalle precedenti. Una tranquilla domenica di marzo.
Anche se siamo a Manhattan, le strade non sono dritte e facili da trovare come nell’uptown e pare sia così non solo per la mancanza di una griglia ortogonale di riferimento ma, insisto nello scrivere pare, perché la fauna che abita il Village abbia determinato la sua conformazione. Ci troviamo nel quartiere alternativo per eccellenza. Quello più eccentrico. Qui non ci sono grattacieli con pareti a specchio che rimandano la tua immagine o quella di altri grattacieli ma tutto è più “europeo”. Le case non sono alte ed è pieno di piccoli negozi dove si può trovare di tutto. Non serve alzare molto lo sguardo al cielo per imbattersi nelle famose scale esterne di sicurezza degli edifici di New York, quelle di Pretty Woman per intenderci. Quelle scale qui le vedi ovunque e con un po’ di fantasia non fai fatica a immaginare Julia Roberts che scende, quasi volando, per raggiungere Richard Gere in strada.

L’aria è fredda; ci dirigiamo di gran lena al 401 di Bleecker Street e precisamente a The Magnolia Bakery, una pasticceria che è diventato un luogo “cult” qui a New York City. Tutto ciò è accaduto perché le protagoniste della serie televisiva americana, Sex and the city, hanno mangiato le ormai famose cupcake sedute su una panchina al di fuori del negozio. Da quando è andato in onda quell’episodio, Magnolia Bakery si è trasformata da semplice pasticceria del Village in luogo di “pellegrinaggio”.
Vi consiglio la visita per due buoni motivi: il primo perché le cupcake sono buone davvero, solo un po’ troppo dolci, e in secondo luogo perché proprio di fronte alla pasticceria c’è una piccola piazzetta con diverse panchine. Andateci con la vostra donna, il vostro uomo o anche con un amico, comprate le cupcake e mangiatele lì. Se siete fortunati ed è anche una bella giornata non ve ne pentirete.
Adesso siamo pronti per attraversare, a piedi naturalmente, il Ponte di Brooklyn. Prenderemo la metropolitana. Ho già detto della metropolitana di New York che è un viaggio nel viaggio, ma alcune volte può essere uno spettacolo nello spettacolo, come stamattina per esempio. Scendiamo le scale che ci portano al binario per Brooklyn in mezzo a un fiume di gente. Dal fondo della galleria si odono note di un pianoforte. Man mano che ci avviciniamo alla banchina del nostro treno l’intensità delle note aumenta fino a quando le sentiamo forti e chiare nella testa. Di fronte a noi, sulla banchina che porta nella direzione opposta, c’è un uomo che suona con un’intensità tale da sembrare il solista di una grande orchestra. C’è silenzio e tutti guardano nella stessa direzione. È un attimo, un solo attimo, ma è poesia.

Quando usciamo all’aria aperta la musica è ancora dentro di noi ma il traffico caotico della città ha ben presto la meglio. Attraversiamo un piccolo parco e dopo una rampa di scale la scritta “Welcome to Brooklyn” ci dice che siamo arrivati.

Adesso la temperatura si è abbassata notevolmente e cade qualche goccia di pioggia. Ma se per la prima volta ti trovi sul Ponte di Brooklyn puoi permetterti di avere freddo e di sentire la pioggia? No, ovviamente. Sotto di noi le macchine, di fronte uno skyline mozzafiato e sul nostro stesso livello tanta gente che attraversa come noi il ponte. C’è una corsia per  i pedoni e una per tutti quelli che si muovono su qualche mezzo veloce. È una bella passeggiata anche se lo scarico delle macchine che arriva dal livello inferiore si sente e si sente ancor di più nella gola quando sei dall’altra parte. Anche qui, sulla sommità del ponte, ci siamo presi una pausa. Seduti su una panchina abbiamo sfogliato il catalogo e il programma di The Armory Show dove andremo subito dopo l’attraversamento del ponte.

«7 West 34th Street , The Armory Show», dico al tassista. Impieghiamo poco meno di mezz’ora e quando arriviamo Maryann è lì che ci aspetta. I numeri di Armory sono importanti per il mondo dell’arte. Con circa 250 espositori e più di 50.000 visitatori questa fiera è diventata nel giro di pochi anni la più famosa del settore. E quest’anno, con la crisi che si legge negli occhi delle persone, si sono registrate vendite significative, e non solo nel giorno di apertura come spesso accade. Un piccolo esempio per capire la dimensione di cui stiamo parlando: la Galleria di Lisson, Londra, segnala che ha venduto due sculture di Anish Kapoor per $1.000.000 e $700.000 ciascuna, e The Art Newspaper, nell’edizione di ieri scriveva che su 35 galleristi intervistati, 25 hanno dichiarato di aver coperto i loro costi entro la fine della prima giornata. È stata perciò una bella e grande edizione, per il pubblico ma soprattutto per le gallerie che hanno venduto bene.

La visita di oggi ad Armory è stata illuminata dalla presenza di Maryann. È una bella persona e girare tra le opere d’arte più interessanti del momento con lei è stato piacevole. Si è divertita e siamo stati bene in questi giorni. Che stesse bene con Roberto era abbastanza scontato, si conoscono da tanto tempo e hanno vissuto nella stessa casa a Barcellona per più di un anno; che stessimo bene anche noi, io e Lucia intendo, non era affatto scontato. Ci rivedremo a giugno, quando verrà in Europa con i suoi tre figli per una vacanza. Prima in Spagna e poi da noi a Pescara.

Quando usciamo dall’Armory molti galleristi stanno già smontato gli stand e vedere la fiera che chiude ci ricorda che il nostro viaggio è quasi giunto al termine. Usciamo e una navetta della fiera ci porta nei pressi di Times Square. Attraversare in autobus una città è sempre piacevole. Riesci a vedere particolari che altrimenti non noteresti. Non è il caso dei famosi tombini fumanti di New York, resi celebri e immortalati in tantissimi film. Ma tombini che fumano come vere e proprie ciminiere non li avevo mai visti, neanche al cinema. Ce ne sono molti. Almeno due o tre ogni quattro-cinquecento metri. Segnalati da transenne e con una sorta di canna fumaria lunga tre metri sputano fumo direttamente al di sopra delle macchine e delle nostre teste.

Arriviamo in Times Square e le insegne non sono tutte accese, ma è come se lo fossero. Sembra un’altra città. Una città nella città. Una sorta di luna park per adulti. Ogni cmq è occupato dalla pubblicità che sale su fino in cima ai grattacieli che cingono e delimitano la piazza. Dovessi dire di ricordarmi una di quelle pubblicità direi una bugia. E anche per questo mi chiedo se poi tutta quell’ostentazione abbia un senso, se in ultima analisi troppa pubblicità non uccida la pubblicità. Comunque è un bel vedere. Un vedere al quale non siamo, non sono abituato. Un vedere che ti stordisce; quando viene sera e le insegne luminose si accendono tutte ti senti come avvolto dalle luci e quasi non sei più tu a dirigere i tuoi passi ma sono loro, le pubblicità. Che ti chiamano, ti corteggiano, t’invitano a spendere.

Le insegne pubblicitarie di Times Square e i taxi che sfrecciano per la città sono due immagini che restano nella mente. Che forse hai negli occhi già prima di mettere piede a New York e che quando ci sei ti rincorrono.
La tranquilla giornata di marzo sta per volgere al termine ma prima che ciò accada c’è ancora da divertirsi. Una delle tante feste collegate ad Armory. Questa sera l’indirizzo è 14th  Street vicino a Union Square e il locale si chiama Plum.
Quando arriviamo è già tutto pieno. All’entrata la fila è lunga ma l’americano forbito di Roberto e gli accrediti di Armory fanno il resto. C’è gente ovunque e musica dal vivo. Si alternano diverse band sul palco. Quella che mi prende di più è formata da più di dieci persone che suonano un rock hardcore che in certi passaggi ricorda i B52. Balliamo sulle poltrone o sui tavolini, bassi, che sono un po’ ovunque. Quando prendo le scale e mi dirigo al piano inferiore scopro che a quel livello c’è un’altra sala, e un altro gruppo suona con un pubblico diverso da quello del piano superiore. È la festa più bella fino a oggi. Nonostante il volume alto della musica e la gran calca si sta bene. C’è bella gente e forse anche per questo assecondiamo il ritmo della musica e il gusto della birra. E forse, sempre per lo stesso motivo, di nuovo ci arrendiamo, senza indugiare oltre, alla musica e alla birra.

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Il silenzio è colpevole

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City Room_nella culla della modernità [5]

NYC, 7 marzo 2009

Stamattina mi sono svegliato bene. Riposato e, mi verrebbe da dire, perfettamente integrato. È la prima mattina, da quando sono arrivato a New York, che mi sento come se fossi a casa mia. Non mi sento un ospite e il merito è tutto di Maryann che è talmente discreta da far sembrare noi i padroni di casa e lei e suoi tre cuccioli gli ospiti.
Il piano per la giornata lo ideiamo mentre aspettiamo la colazione. Uova strapazzate e patate, succo d’arancia e poi caffè, un classico ormai. Stamattina esagero con il ketchup e scarto la senape. Quando, distrattamente, alzo la testa per guardarmi intorno e vedo gente assorta a leggere il quotidiano o un libro che contemporaneamente mangia o beve caffè, mi sembra davvero di essere in un telefilm. Qui però è tutto vero, gli americani fanno colazione in questo modo. Mangiano davvero le uova con la senape e il ketchup di mattina e leggono il giornale mentre mangiano.
Anche oggi ci divideremo. Io andrò al MoMA e Roberto Lucia per fiere. L’appuntamento è per il pomeriggio sulla Fifth Avenue.

Il MoMA, Museum of Modern Art, si trova tra la Quinta e la Sesta Avenue, sulla 53° strada ed è uno dei musei più importanti del mondo. In quest’edificio ci sono i lavori di grandissimi artisti e le opere che ospita sono icone della modernità. Vediamo e percepiamo il mondo così come lo percepiamo anche grazie agli artisti e alle opere presenti al MoMA. Arrivo a quest’appuntamento preparato. Ho letto tutta la sezione della guida che ho con me. So cosa vedrò e sono curioso di capire quale sarà la classifica finale. Chi occuperà i primi tre posti. Le classifiche mi piacciono. Le ho sempre fatte. Con il mio compagno di banco al liceo, Saverio, erano sfide interminabili che finivano solo con il suono della campanella che annunciava il rompete le righe. La migliore formazione dell’Italia, i migliori numeri dieci e poi oggi i migliori libri letti, le migliori canzoni, i migliori film visti, e tutto ciò che può essere classificato. Forse anche per questo uno dei miei scrittori preferiti è Nick Hornby che ha fatto di questa sua “ossessione” una cifra stilistica. E seguirlo nelle sue esilaranti classifiche è una delle gioie che solo la lettura può dare come per esempio nell’incipit di Alta fedeltà.
«Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:
1)    Alison Ashworth
2)    Penny Hardwick
3)    Jackie Allen
4)    Charlie Nicholson
5)    Sarah Kendrew
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rientreresti fra le prime dieci, ma non c’è spazio per te fra le prime cinque; sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi che tu semplicemente non sei in grado di appioppare.»

Ma torniamo a New York e al MoMA. Il nuovo edificio, recentemente ristrutturato dall’architetto giapponese Yoshio Taniguchi, che ospita la collezione permanente ti lascia guardare le opere e si lascia attraversare dalla luce che arriva dalla città. È una casa accogliente per l’arte.
Prima di entrare avevo già deciso di visitare il quarto e il quinto piano e così ho fatto. Ho imparato con gli anni che non ha senso guardare tutto se non hai il tempo necessario per farlo. Conviene guardare fin quando l’attenzione è alta e non sei stanco di camminare perché, altra regola da tenere sempre in considerazione, nei musei si cammina molto e ci si stanca più che altrove.
Ovviamente ci sono delle icone che “devi” vedere, quasi sfiorarle, per appagare i sensi e acquietare la mente e il cuore.
La terza versione della Ruota di bicicletta di Marcel Duchamps piuttosto che la Gold Marylin Monroe di Andy Warhol. Così come non puoi non salutare Picasso, Mondrian, Dalì, Van Gogh, Pollock.

E se capita, come è capitato a me, che mentre sei di fronte a La danse di Henry Matisse passano tre bimbe che attratte dalla dimensione del quadro si fermano e poco dopo, senza dirsi neanche una parola, si prendono per mano e cominciano a fare un girotondo, se ti capita questo, capisci perché ti hanno sempre detto che il linguaggio dell’arte è un linguaggio universale. Ti commuovi e sei felice di essere lì proprio in quel momento.
Con questa immagine negli occhi e nel cuore, decido che la visita al MoMA può finire e scendo al piano terra direzione bookshop. Quando sei in vacanza devi sempre riportare qualcosa a casa perché c’è sempre qualcuno che aspetta il tuo ritorno anche per questo motivo, e il bookshop del MoMA è il luogo ideale per comprare piccoli regali.
Nel frattempo sono arrivati Roberto e Lucia: è giunto il tempo della Fifth Avenue.

La prima tappa è l’Apple Store. Un piano unico sotto il livello della strada che cattura la luce dall’alto dove è posta la mela, simbolo della Apple, più che un negozio è un’anticipazione di futuro. Se hai un telefonino Wi-fi lì c’è rete e puoi collegarti a internet senza spendere nulla; in alternativa puoi utilizzare uno dei tanti computer a disposizione.  Ovviamente trovi le ultime novità su i prodotti cool del momento e tutti, ma proprio tutti, gli accessori disponibili per il tuo iPod.

La Fifth Avenue è la strada per antonomasia. Ci sono i negozi più importanti della città. In alcuni casi vere e proprie icone del consumismo come nel caso di Tiffany & Co. Alzi la mano chi non ha visto o sentito parlare di Colazione da Tiffany e rialzi la mano chi non ha visto almeno una volta nella vita la scena iniziale del film in cui Holly Golightly, interpretata da Audrey Hepburn, scende da un taxi, in una New York splendida e con le strade vuote, proprio davanti alla famosa gioielleria. Abito nero, collana di perle e occhiali da sole neri anch’essi, mangia un cornetto e beve un caffè mentre guarda i gioielli in una delle vetrine. Poi lentamente, molto lentamente, sulle note di Moon River, si avvia verso casa dove attende l’inizio della storia di cui sarà protagonista. Se volete fare un regalo alla vostra donna o al vostro uomo, anche Tiffany può fare al caso vostro. Salite al quarto piano e con meno di cento dollari riuscirete a trovare quello che cercate.

Lo struscio per la Fifth Avenue è divertente anche se ancor più divertente, almeno per Roberto, è la visita al Rockfeller Center. Si fa fotografare sotto la scritta 30 Rock in omaggio a una delle trasmissioni televisive che segue su NBC, 30 Rock con Tina Fey, l’imitatrice di Sarah Palin, e subito dopo entriamo nello store dell’emittente televisiva che affaccia proprio su questa piazza. Apprendo che ogni serie televisiva di successo ha una sua linea di merchandising. C’è di tutto, dalle tute alle maglie, quaderni, penne, l’immancabile tazza per il latte, borse, calendari, poster. Ci sono addirittura le divise dei medici del telefilm Dr. House e ho visto con i miei occhi adulti che indossavano quella roba. Scopro di non conoscere nessuna di queste trasmissioni e per la prima volta mi sento estraneo alla città. Usciamo dal negozio senza aver comprato nulla e ci dirigiamo alla pista di pattinaggio a cielo aperto. Qui a Natale c’è l’enorme albero che vediamo da sempre nei giorni di festa quando ci sono collegamenti da NYC. A marzo non c’è l’albero di Natale ma la pista di pattinaggio si, ed è anche piena di gente che si diverte sui pattini.
Ci accorgiamo che il tempo è come volato via e che abbiamo appuntamento con Maryann per andare a Williamsburg. Per andare a casa prendiamo la metropolitana.

La metropolitana di New York è un viaggio nel viaggio. È certamente il mezzo più veloce ed economico per muoversi. Con oltre cento anni alle spalle ti permette di muoverti con velocità e sicurezza da un capo all’altro della città. Molto facile da usare anche grazie alle numerose indicazioni e carte che si trovano dappertutto, presenta un unico inconveniente. Le fermate non sono segnalate a sufficienza e in ogni caso sono piccole e le noti solo quando si aprono le porte per scendere. Per questo motivo devi essere molto attento o conoscere bene il numero della tua fermata. Per il resto invece è uno spettacolo. Uno degli elementi che contribuisce a rafforzare il mito di città contemporanea. E poi tra le sue gallerie piuttosto che in prossimità dei binari puoi imbatterti in ogni tipo di spettacolo.
Quando arriviamo a casa, Maryann è quasi pronta per uscire e scopriamo che con noi questa sera ci sarà una sua amica, Melissa. Dopo quindici minuti Melissa è giù che ci aspetta, in macchina. Scendiamo io e Maryann per primi mentre Lucia e Roberto ci raggiungono dopo pochi minuti. Melissa è americana e i suoi genitori sono di origine haitiana, ha due figli che stasera sono a casa con il papà. È Executive Director per una società che procaccia fondi tramite spettacoli teatrali da destinare ad associazioni che lavorano in ambito sociale. Il suo lavoro è molto vicino a quello dell’agente teatrale. Una piacevole scoperta.
Quando arriviamo che la performance è già iniziata. The Boiler, un ex locale che conteneva la caldaia centralizzata che forniva acqua calda e riscaldamento per tutto il quartiere, è già pieno di persone. Un enorme frigorifero con pareti trasparenti contiene un’enorme massa di ghiaccio proveniente dall’Antartide. Il ghiaccio è mantenuto a temperatura con energia solare. L’artista ha voluto simbolicamente riscattare l’opera nefasta dell’uomo che causando il riscaldamento globale ha innescato un processo di scioglimento dei ghiacciai. Questa notte a New York l’arte ci dice che con energia pulita, in questo caso ottenuta dal sole, possiamo salvare anche i ghiacciai. L’arte come educazione alla vita, quindi.
Qui si beve birra e non si mangia nulla. Non restiamo per molto tempo, direi meno di un’ora. Andiamo via anche perché stasera a Williamsburg c’è la festa delle gallerie d’arte. Ne visitiamo diverse e nessuna in particolare ci colpisce. Guardiamo lavori di giovani artisti ma non si respira un clima d’innovazione e di ricerca, piuttosto sembra di partecipare a una grande rassegna di studenti. O almeno questa è la mia impressione.
È tardi quando Melissa ci riporta a casa. Anche oggi è stata una giornata lunga e piena.

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City Room_l’isola della speranza [4]

NYC, 6 marzo 2009
Oggi le nostre strade si dividono. L’appuntamento è per le 17.00. St. Regis Hotel, 5th Avenue per uno dei due eventi culturali ai quali parteciperemo oggi, The Japanese Contemporary Art Show. Percorsi separati quindi, Lucia e Roberto per fiere e io alla ricerca delle nostre radici americane. Prendo la metropolitana, linea rossa n°1 giù fino al capolinea, South Ferry, e da lì il traghetto che mi porterà prima alla Statua della Libertà e poi, finalmente a Ellis Island.

Quando penso agli Stati uniti d’America, dall’Italia intendo, non ho mai una visione unica in mente. Penso sempre a tante cose. Tante cose tutte insieme che alcune volte si sovrappongono e altre si giustappongono. Questi due simboli dell’America mi fanno pensare invece sempre alla stessa cosa. A tutti gli italiani, e a tutti i meridionali in particolare, che sono arrivati qui come morti di fame e sono stati accolti. Spesso sono stati accolti male, ma sono stati accolti. E se l’America è oggi un grande Paese, una parte di merito va riconosciuta a tutti i morti di fame del mondo che sono arrivati carichi di speranze e senza un soldo sulle banchine di Ellis Island. Quando dagli oblò delle navi scorgevano la fiaccola e la corona che cinge il capo della statua capivano di essere arrivati nella terra promessa. E chissà quali pensieri frullavano nelle loro teste quando mettevano piede sul territorio americano tanto sognato. E le aspettative e i sogni erano sicuramente le cose più preziose che possedevano e portavano con loro.
Ho sempre immaginato che la mia prima volta negli Stati Uniti d’America coincidesse con una visita doverosa a questi luoghi.
E adesso ci sono.

La strada che separa la fermata della metropolitana dal molo è breve. Per arrivarci si attraversa un piccolo parco le cui strade interne sono disegnate da lunghe panchine in legno e attraversate da scoiattoli. Anche stamattina fa abbastanza freddo, c’è poco sole ma una bella luce che asseconda il pensare e invoglia a scrivere. Anzi è il tempo ideale per scrivere. Almeno per me.

Questo attraversamento mi fa pensare di nuovo che New York City è un’immagine fissa nella nostra mente, l’abbiamo già vista. Tutti. L’ho sicuramente vista in Trilogia di New York di Paul Auster. Questi edifici sono gli stessi di cui ho letto tante e tante volte, come gli stessi sono queste strade e questi taxi. Tutto è uguale a come lo immaginavo eppure tutto è nuovo e m’emoziona. Guardo dalla coda del battello la città che si allontana e la statua che s’avvicina. E c’è un silenzio e una pace che rassicura e cura. Frammenti di bellezza per ascoltare, in pace, il silenzio.

Quando scendiamo sull’isola il freddo è aumentato così come il silenzio. Il battello si svuota in poco tempo e subito riparte, carico di turisti del turno precedente, per Ellis Island. Resto per più di un’ora sull’isola. Non entro per ammirare il panorama, preferisco guardare la statua e la città all’aria aperta. Questo freddo mi piace. Tiene vivi. Sono in perfetta armonia con me stesso. Sono a New York e a dispetto di tutti i luoghi comuni non c’è confusione e caos, ma silenzio e poi ancora silenzio e pace.
Mi avvio verso il piccolo molo per aspettare il battello che mi porterà a Ellis Island. Il momento tanto atteso sta per arrivare e io mi sento pronto.

Una grande copertura in vetro t’introduce nella hall dell’Immigration Museum di Ellis Island. Oltre 12 milioni di immigrati sono passati per questa sala, tra il 1892 e il 1954, anno in cui la struttura chiuse i battenti. Arrivavano da tutto il mondo, Inghilterra, Germania, Irlanda e ovviamente dall’Italia. Venivano sottoposti a una visita medica e dopo aver effettuato alcuni controlli anagrafici la maggior parte di loro aveva l’autorizzazione per entrare negli Stati uniti d’America, soprattutto per quelli che viaggiavano in nave e transitavano in prima e seconda classe. Per quelli della terza classe le procedure erano più complicate e in ogni caso si completavano nel corso di una giornata. Nei giorni di maggior afflusso gli emigranti potevano superare le 10.000 unità. Se penso ai nostri CPT, centri di permanenza temporanea, le strutture per ospitare i migranti che giungono in Italia, e a quello che è successo solo pochi giorni fa a Lampedusa quando una di queste strutture è andata in fiamme, diventa plasticamente visibile la differenza tra un grande Paese e un Paese di cialtroni. Tra un Paese che ha fatto dell’accoglienza la sua forza e la sua ricchezza e un Paese di emigranti che rinnega la sua storia più recente per rinchiudersi in recinti identitari il cui unico valore sembra essere l’egoismo e la paura del diverso da sé.
Quelli che non erano proprio alla canna del gas e avevano qualche soldo potevano rivolgersi all’ufficio cambi e con i primi dollari americani in mano potevano mangiare qualcosa al bar di Ellis Island. Per gli altri, che erano la maggior parte, iniziava una nuova avventura in cui il primo obiettivo era procurarsi cibo e un posto dove dormire.
Il museo allestito a Ellis Island è in realtà un centro di documentazione mondiale sull’emigrazione. E quando arrivi alla fine del percorso espositivo, e prima di entrare nell’immancabile book shop, una sala con diverse postazioni dotate di computer ti dà la possibilità di accedere a un ampio database per effettuare, ricerche, previa registrazione. Le grandi fotografie in bianco e nero e i tanti oggetti posti lungo il percorso che si sviluppa su due livelli ti fa entrare in una dimensione altra. Ti senti parte di quella fauna umana che, disposta in lunghe e ordinate file, aspetta silenziosa il proprio turno. E se ti lasci trasportare dalle emozioni temi di non superare la visita medica e di essere rispedito indietro. Di notevole impatto emotivo due filmati che vengono proiettati più volte al giorno.

Guardo l’orologio, 15.30, mi sono perso a Ellis Island.
Non mangio nulla e mi dirigo all’imbarco. In meno di un’ora sarò al St. Regis Hotel, all’appuntamento con Lucia e Roberto. Il cambio di registro è notevole. Passo dalle storie di uomini e donne disperati che dal primo Novecento fino a tutto il periodo post bellico s’imbarcano su improbabili navi per aggrapparsi alla vita, all’arte contemporanea giapponese. Ma siamo a New York e qui tante cose possono convivere.

La mostra è in una delle suite del St. Regis Hotel. Quando arrivo Lucia e Roberto sono già lì che mi aspettano per salire. Non c’è molta gente. Una ragazza molto carina ci fa accomodare e ci invita a firmare il libro degli ospiti. Le mostre d’arte contemporanea negli alberghi se le sono inventate gli americani e a ruota sono stati imitati un po’ da tutti. Puoi approfittare per guardare dei quadri o delle installazioni e nello stesso tempo goderti la suite dell’albergo.
La mostra invade tutti gli spazi del piccolo appartamento. Nella zona giorno si proietta un video proprio sopra il camino. Nelle due camere da letto quadri ovunque così come nel bagno e nell’antibagno. Ho fame e qui offrono frutta e acqua. Mentre mangio frutta mi accorgo che Roberto ha conosciuto l’artista giapponese che espone. È un ragazzo molto giovane, il suo nome è Yuki Itoda. Noto che si scambiano i biglietti da visita e mi par di capire che si danno appuntamento per l’evento che ci sarà domani sera. “The Boiler” a Williamsburg, il nuovo quartiere degli artisti a Brooklyn.

Torniamo a casa. Una breve sosta e ripartiamo. Ci attende la performance di Vanessa Beecroft al Deitch Studios a Long Island City. Verrà con noi Maryann e ci andremo con la sua macchina. Arriviamo in ritardo perché ci fermiamo in Union Square a mangiare un panino. Anzi “il” panino. Il panino “must” per i newyorkesi. Bagel, un panino rotondo aromatizzato, con salmone e formaggio fresco; Novie il nome, 6,50 dollari il prezzo.
È difficile arrivare al Deitch Studios e la macchina di Maryann non ha il navigatore satellitare. Lo spettacolo che il water front offre di notte è di quelli che spezzano il fiato. È talmente bello che sembra finto. Una serata particolare, molto particolare. La performance di Vanessa Beecroft è l’evento più cool della fiera, o meglio l’evento più cool a cui io partecipo.

Torniamo a casa. Una breve sosta e ripartiamo. Ci attende la performance di Vanessa Beecroft al Deitch Studios a Long Island City. Verrà con noi Maryann e ci andremo con la sua macchina. Arriviamo in ritardo perché ci fermiamo in Union Square a mangiare un panino. Anzi “il” panino. Il panino “must” per i newyorkesi. Bagel, un panino rotondo aromatizzato, con salmone e formaggio fresco; Novie il nome, 6,50 dollari il prezzo.
È difficile arrivare al Deitch Studios e la macchina di Maryann non ha il navigatore satellitare. Lo spettacolo che il water front offre di notte è di quelli che spezzano il fiato. È talmente bello che sembra finto. Una serata particolare, molto particolare. La performance di Vanessa Beecroft è l’evento più cool della fiera, o meglio l’evento più cool a cui io partecipo.

Un contrappunto tra la vita che sta per andare via e la morte che sta per arrivare. Con quel bianco che rende le donne uguali ai calchi, inanimate. E poi d’improvviso impercettibili movimenti e piccoli spazi non invasi dal bianco che rendono quei corpi e quelle donne vive. Qui, al centro del mondo, il bianco e la vita e poi la morte, forse.

Beviamo una birra e non mangiamo nulla. È quasi mezzanotte e Plum in West 14th Street non è distante. C’é una festa, una delle tante feste di questa settimana d’arte a NYC.
Ci arriviamo in poco tempo, cinque, dieci minuti. Da fuori non sembra un bel posto. Entriamo. La musica è a un volume altissimo. Non c’è molta gente. Ci guardiamo intorno. Una, due, tre volte. Senza dirci nulla ci ritroviamo tutti e quattro fuori dal locale. Anche questa lunga, lunghissima, giornata sta per terminare.

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City Room_l’approccio [3]

NYC, 5 marzo 2009
Usciamo alle otto meno un quarto. L’aria è tersa e fredda. Nei giorni precedenti c’è stata una bufera di neve che ha travolto tutta la costa, New York inclusa. Sono passate poco più di quarantotto ore da quella nevicata e le strade sono pulite; tutto sembra funzionare alla perfezione. Solo alcune tracce testimoniano che ciò è realmente accaduto.

Per strada a quest’ora ci sono poche macchine, molti taxi e grandi camion. I grandi camion americani, pezzi pregiati che hanno arricchito la collezione di modellini che quasi tutti abbiamo avuto da bambini.

A casa di Maryann non abbiamo preso nulla, neanche un caffè. Vogliamo arrivare affamati alla prima colazione americana. Vogliamo farla proprio come gli americani, giornale in una mano e con l’altra spalmare burro, marmellata piuttosto che esagerare con la senape e il ketckup a guarnire il già abbastanza guarnito piatto che ci viene servito. Preleviamo un po’ di dollari al primo bancomat che incontriamo per strada. A New York City non esiste il pericolo di restare senza soldi perché non trovi un bancomat. Li hanno sistemati dappertutto. Puoi trovarli dal tabaccaio, all’interno dei negozi di generi alimentari, nei negozi di giocattoli. Proprio dappertutto, e le commissioni sono molto basse anche se prelevi con la carta di credito.
Scegliamo un metro diner che si trova proprio dietro l’angolo di casa nostra. Uova strapazzate, patate, succo d’arancia piccolo in dotazione più un succo large che chiediamo a parte. Per finire caffè. Appena seduti servono acqua con ghiaccio. Adesso stiamo decisamente meglio e siamo pronti ad affrontare la città che non dorme mai.

Questa mattina ci separeremo. Io andrò a visitare l’Empire State Building mentre Lucia e Roberto andranno al “The Volta Show”, una fiera internazionale d’arte che si svolge proprio di fronte all’ingresso dell’Empire.
Lucia è il direttore responsabile di una rivista d’arte, Segno, e Roberto ha una casa editrice che pubblica libri d’arte e di architettura e lavora anche per la rivista che dirige Lucia. Loro sono venuti a New York perché in questi giorni si svolge una delle più importanti fiere d’arte contemporanea del mondo, “The Armory Show.”
Anch’io ho collaborato con Segno, in gioventù, scrivevo di architettura e ho imparato tanto in quel lungo apprendistato. Anche per questo sono molto legato a Lucia e a Roberto. Oltre ovviamente a Umberto, il marito di Lucia, che è rimasto a Pescara perché non prende l’aereo; arrivare a New York in nave è possibile ma abbastanza complicato e soprattutto occorre tempo.
Ci accordiamo per incontrarci, io e Roberto, alle 13.00 al Madison Square Garden, mentre Lucia farà shopping da Macy’s. È un grande magazzino nel senso più pieno del termine: occupa infatti un intero isolato di Manhattan.

L’Empire state building oltre a essere uno degli edifici più famosi e alti di New York è nell’immaginario collettivo l’edificio di King Kong che in un film del 1933, diretto da Merian C.Cooper e Ernest B. Schoedsack, scala l’intero edificio per morire poi sotto colpi di mitra sparati da biplani a motore. Un film che ha visto parecchi remake e che è considerato tra i primi quaranta film americani più belli di sempre.
Salire sull’Empire ha in sé quindi qualcosa di epico e di affascinante. Non si sale solo per guardare Manhattan dal cielo. Salendo su quell’edificio ripercorri una storia che hai già vissuto. Così anche quando ti affacci per la prima volta dall’86° piano dell’edificio e guardi oltre il parapetto. Ciò che si presenta ai tuoi occhi, anche se è la prima volta che sali fin lassù proprio come fece King Kong prima di te nel 1933, lo hai già visto. Lo hai già visto perché quelle immagini le vediamo tutti i giorni. Nei film, nei telefilm, nei telegiornali, sui giornali. Fa parte di noi, della nostra vita. E nonostante tutto ti emozioni. Ti manca il fiato perché tocchi con mano la grandezza dell’uomo e la sua capacità di saper sempre superare il limite. I grattacieli sono sempre una sfida. E allora puoi lasciarti andare e guardare dall’alto dei tuoi 86 piani tutta l’isola di Manhattan. E non scenderesti più da quel posto. Le macchine giù in fondo e gli uomini sono lontanissimi mentre tu sei in cielo, lo sfiori, quasi.
Non resisto alla tentazione di salire più in alto. Volendo, con un supplemento di 15 dollari, puoi arrivare fino al piano 102. Pago e prendo il secondo ascensore che mi porterà tra le nuvole. E mentre aspetto l’ascensore, chissà da dove, emerge un ricordo legato agli Stati Uniti d’America.
Quando avevo quattordici anni mi regalarono un maglione. Era tutto bianco con al centro un’aquila e la bandiera americana. A circoscrivere l’aquila e la bandiera, nella parte superiore, c’era scritto in blu: I dream USA. Mettevo questo maglione ogni qualvolta dovevo incontrare una persona importante, a me cara. Così come lo mettevo per le interrogazioni a scuola. E ovviamente quando c’erano delle feste. Era diventato una specie di portafortuna fino a quando zia Rita, la sorella di mia madre, non ebbe la malsana idea di lavarlo in lavatrice. Ne uscì un quadro di arte contemporanea. Anche bello a pensarci adesso che la rabbia è quasi sbollita. Ma, ovviamente, non era più lo stesso. Non trasmetteva più nessuna aspettativa, nessun sogno. Era un guazzabuglio di colori e basta. E mentre penso al bel maglione bianco, che quando lo mettevo, soprattutto di sera, mi aiutava anche negli approcci con le ragazze, l’ascensore arriva al piano 102. Qui non ci si può affacciare e guardare giù perché c’è un vetro che non ti permette di farlo. In fondo è una delusione perché gli edifici si vedono, più o meno, nella stessa dimensione di prima, e hai la sensazione di essere al cinema. Ve lo sconsiglio. Se volete vedere New York dall’Empire fermatevi al piano 82, e con quei 15 dollari risparmiati ci potete fare la colazione il giorno successivo o comprarvi quattro magneti per il vostro frigorifero o una maglietta con King Kong che scala l’Empire.

Tra ricordi, foto e l’acquisto degli ormai noti magneti per il frigorifero, si è fatto tardissimo e mi devo affrettare se non voglio arrivare in ritardo all’appuntamento con Roberto. Ovviamente ho comprato il magnete con King Kong abbracciato all’Empire. So già dove piazzarlo, tra l’autobus rosso a due piani di Londra e il Partenone.
Arrivo puntuale al Madison Square Garden. Roberto è già lì e scatta foto anche se ormai è il sesto anno consecutivo che viene a New York. Decidiamo di mangiare qualcosa. Andiamo in un deli proprio di fronte a noi. Un pranzo frugale, molto frugale, e via al Madison. Qui la visita è molto veloce. Guardiamo le foto che celebrano la grandezza e i fasti dell’edificio, e scopro che qui si è fatto e si continua a fare di tutto. Basket, pugilato, tennis, wrestling, concerti, avvenimenti politici. Tutto quello che vi viene in mente al Madison sicuramente ci sarà.

Nel pomeriggio facciamo una prima visita all’Armory Show e per andarci prendiamo un taxi.
L’Armory Show è una fiera d’arte relativamente giovane ma che ha già soppiantato tutte le fiere esistenti. Gli resiste solo la fiera di Basilea, forse. Perciò in questi giorni a New York si concentra il meglio dell’arte contemporanea di tutto il mondo. Ed è ovviamente tutto un fiorire d’iniziative. Accanto all’evento principale si svolgono contemporaneamente moltissime altre piccole fiere, come appunto il Volta, dove sono stati questa mattina Lucia e Roberto. E a corollario delle fiere, eventi mondani legati al mondo dell’arte e nella notte tante feste.

La fiera mi è piaciuta. Non ho visitato tutto perché ci torneremo con Maryann e quella sarà l’occasione per avere un incontro ravvicinato con l’arte contemporanea.
Alle 18.30 siamo alla sede dell’Istituto italiano di Cultura a New York. Ci spostiamo ancora in taxi perché i tempi sono molto stretti e perché qui, a differenza dell’Italia, non sono cari. 686 Park Avenue. S’inaugurano due mostre e si presenta l’edizione speciale di una moleskine stampata per questo evento. (Uso da sempre le moleskine; anche adesso ne ho una in mano dove sto scrivendo questi appunti, ma non compro questa edizione speciale. Non m’interessa. C’è poco spazio per scrivere e io le moleskine le uso per scrivere. Compro quelle con le righe e la fascetta color arancio).
Si sta bene qui. Dopo il saluto di rito del padrone di casa c’è il buffet. Vino rosso e bianco, acqua e grissini. Non è un granché ma questo passa il convento. C’è una bella atmosfera. Giornalisti, artisti, galleristi. Molti giovani. Tutti informali e nello stesso tempo eleganti.
È sera e sono molto stanco. Ho dormito poco e siamo usciti presto questa mattina.
Ma sono a New York, posso permettermi di essere stanco?
Quando finisce il party decidiamo di andare in giro senza una meta predefinita. Prendiamo la metropolitana e io approfitto per dormire un po’. Scendiamo e ci ritroviamo in St. Mark Place, un posto pieno di locali e di gioventù. Dopo un paio di giri a vuoto, optiamo per un pub irlandese. Non abbiamo fame, vogliamo solo bere.
È tardi quando usciamo dal pub e io ormai crollo per il sonno. Ho retto fin quando sono stato nel locale ma da quando siamo usciti non riesco a tenere gli occhi aperti. Dormirò di nuovo nella metropolitana. Sarò immortalato da Roberto e taggato immediatamente su Facebook.

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City Room_la partenza e il viaggio [2]

NYC, 4 marzo 2009
La sveglia è prima dell’alba e il risveglio non è un bel risveglio. Ma tant’è. Si parte per l’America e c’è qualche piccolo sacrificio da fare. Il viaggio da Pescara a Roma è piacevole, parliamo molto e ci distraiamo abbastanza tanto da arrivare in ritardo per il primo appuntamento. Ah! I miei compagni di viaggio sono Roberto e Lucia. Li conosco da sempre, sono le prime persone che ho conosciuto quando mi sono trasferito a Pescara e per questo sono certo che staremo bene insieme in questi giorni. Prima d’imbarcarci, avendo un tempo nuovo a disposizione, pianifichiamo nel dettaglio la trasferta americana. Facciamo un programma giornaliero lasciando pochissimo spazio all’improvvisazione.

Durante il primo volo, Roma-Londra, parlo quasi sempre io. Ho iniziato a Civitavecchia e ho finito quando l’arco del nuovo stadio di Wembley ci avvertiva che stavamo per atterrare a Heathrow. Roberto era seduto tra me e Lucia e non ha potuto far altro che ascoltare per tutto il viaggio. Avrebbe preferito dormire e minaccia ritorsioni per il secondo volo.

Il primo volo è stato bello, nessuna turbolenza. Decollo e atterraggio perfetti. Anche il secondo, Londra-New York City, inizia bene. Durerà sette ore e mezza. Ho con me la guida della Lonely Planet e un libro, Settembre 1943. I giorni della vergona. Un tema che mi appassiona da sempre, la settimana della vergogna che ci ha resi ridicoli agli occhi di tutto il mondo e che sta lì a ricordarci la nostra cialtroneria. Di italiani intendo.
Apro la guida per ripassare gli itinerari che abbiamo definito qualche ora fa. Dopo un po’ comincio a leggere il libro e così inizia un viaggio nel viaggio. Un viaggio nel tempo che mi porta ai giorni della vergogna nazionale, tra fascisti sempre meno fascisti e nazisti sempre più nazisti. Quando vedo Badoglio svegliato nella notte che si presenta ai suoi interlocutori come uno zombi non reggo più e chiudo il libro. Chiudo gli occhi e mi riposo. Un piccolo sobbalzo mi sveglia. Guardo fuori, siamo sopra le nuvole, sospesi tra la terra e il cielo. Accendo il visore di fronte ai miei occhi e guardo il piano di volo.

Altitude 11.582 m
Ground speed 792 km/h
Outside time temperature -60°

Local time 19.18
Time to destination 3.48

Distance to destination 2744 km/h
Estimate arrival time 18.05
Head wind 96 km/h

C’è tempo. Roberto ha messo la mascherina e prova a dormire, Lucia si è assopita.
Che faccio? Decido di vedere un film.
C’è un’ampia scelta. Film vecchi e nuovi. Non resisto alla tentazione di ri-vedere l’inizio di Colazione da Tiffany. Audrey Hepburn è una bellezza senza tempo. È deliziosa. Rivedo la scena iniziale una, due, tre volte. Poi mi decido e scelgo un film nuovo, appena uscito nelle sale cinematografiche: The Millionaire. Otto premi oscar, non l’ho visto e mi sembra una buona occasione. Il film scorre veloce e accorcia la distanza che mi separa da New York City a quando Jamail Malik corre disperato nella folla della stazione di Bombay per cercare d’incontrare Latika, manca poco all’atterraggio al “JFK.”
Arriviamo a casa di Maryann alle 20.00, in Italia sono le 2.00, in taxi. Sono sveglio ormai da 23 ore e ho sonno. Per questo motivo mentre Roberto, Lucia e Maryann parlano in cucina, mi sistemo il divano e mi addormento senza neanche salutare. Mi sveglio alle 2.30. Non so se è il divano o il fuso o la voglia di uscire per strada. Provo a riaddormentarmi ma è difficile. Niente da fare, non riesco a riaddormentarmi. Mi alzo e vado alla finestra, prendo la macchina fotografica e comincio a fotografare. In fondo al viale s’intravedono alberi, è Central Park. La mia casa in questo soggiorno americano sarà qui a Manhattan,  West End Avenue, Upper West Side, a due passi da Central Park appunto.
Ormai sono sveglio e non riesco a far altro, vista l’ora, che fotografare il giorno che sta arrivando. Una, due, tre, quattro, cinque volte.

Adesso Maryann si è svegliata e sta preparando la colazione per i tre piccoli della casa. Hanno nove, sei e tre anni e mezzo e devono andare a scuola.
Roberto smanetta con l’iPhone e Lucia è quasi pronta.
La prima giornata a New York City sta per iniziare.

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City Room_il prologo [1]

NYC, 3 marzo 2009
Inizia il viaggio nella città che non dorme mai. Inizia in ritardo come in ritardo è iniziato nella realtà. E per il prologo, iniziamo dal perché ho scelto questo titolo per il mio diario americano: City Room.
City Room è una rubrica del New York Times, un diario giornaliero da New York. Il NYT si compone di sei colonne per pagina e City Room occupa una di queste sei colonne. City Room è anche un blog.

Quello di oggi è un prologo al viaggio che parte proprio dal New York Times e che possiamo anche considerare un inserto. Un inserto da staccare e conservare.
Internet ti permette di essere connesso sempre, minuto per minuto, con tutto il mondo. E così se sei a New York e vuoi sapere cosa sta succedendo in Italia piuttosto che in India o in qualunque altra parte del mondo, basta digitare www e quello che ti pare e sei in un mondo altro, in tempo reale. Dipende solo dalla potenza del computer o del telefono, con il quale ti colleghi alla rete.
E così da NYC scopro, attraverso la prima pagina di repubblica.it, che il Vaticano è irritato con Barack Obama per la sua decisione di dare disco verde all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. Un titolo da prima pagina con tanto di foto e di commenti. La notizia m’incuriosisce e comincio a cercarla sui giornali americani. Una ricerca che non darà nessun frutto per il semplice fatto che è una non notizia. Si sapeva da tempo che Barack Obama avrebbe modificato la legge di Bush junior e per questo motivo la notizia così come la reazione del Vaticano non trova nessuna eco o comunque spazi non significativi sulla stampa americana. In Italia, invece, dove il Vaticano è uno Stato nello Stato, ogni gemito, ogni stormir di fronde che proviene da oltre Tevere trova sempre un riscontro importante. Spesso da prima pagina.
Incuriosito da questa prima non notizia comincio a cercare sui quotidiani americani notizie dell’Italia. O meglio m’incuriosisce sapere cosa scrivono dell’Italia gli americani. Cerco. Ricerco. Vado sui quotidiani on line. Niente. Non trovo quasi nulla. La notizia più lunga e per certi versi più importante che riesco a trovare e nell’ultima pagina dell’inserto sportivo del New York Times di lunedì 9 marzo. «Beckham pays to extend his loan with A.C. Milan.»

Qualcuno potrebbe dire che sui giornali americani si parla solo dell’America o comunque gran parte degli articoli sono dedicati alle questioni interne. Questo è in parte vero. Solo in parte però, perché le altre nazioni sono presenti in maniera costante anche se solo con piccoli trafiletti. Noi italiani semplicemente non esistiamo.
Esiste invece Barack Obama. Il suo ritratto bicolore campeggia ovunque. Nella metropolitana, sulle borse e sulle giacche delle ragazze e dei ragazzi, sulle saracinesche dei negozi, sui giornali, sulle bancarelle dei venditori ambulanti.

Un fiorire d’iniziative editoriali ha inondato gli Stati Uniti d’America e in questi giorni sono in edicola tante riviste che dedicano numeri monotematici al Presidente.
Io ne ho comprate tre.
Time. EXPANDED INAUGURATION EDITION. PRESIDENT OBAMA, THE PATH TO THE WHITE HOUSE

Essence. Special commemorative edition. The Obamas. Portrait of America’s New First Family

Newsweek. COMMEMORATIVE INAUGURAL EDITION. «WE ARE READY TO LEAD ONCE MORE» PRESIDENT OBAMA

Tre edizioni speciali che restituiscono una visione a tutto tondo della nuova speranza per la politica mondiale. Dalla sfera privata alla lunga corsa per la candidatura prima e per le elezioni successivamente, e un approfondimento tematico sulle politiche che Barack Obama intende adottare per rilanciare l’economia.
E con la faccia sorridente di Obama vi do appuntamento a domani. La partenza e il viaggio.

La foto di Obama sulla saracinesca è di Roberto Sala, il mio compagno di viaggio.

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City Room_anteprima

Il 4 marzo sono partito per nyc e sono tornato ieri sera.
È stato un bellissimo viaggio, pieno. Pieno di tante cose.
Da domani ripercorrerò questo viaggio, giorno per giorno, riportando indietro le lancette del tempo di una settimana.
Per fissare meglio nella mia mente ciò che ho visto e per condividere, con chi vorrà condividere.

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