le mie recensioni


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City Room_l’approccio [3]

NYC, 5 marzo 2009
Usciamo alle otto meno un quarto. L’aria è tersa e fredda. Nei giorni precedenti c’è stata una bufera di neve che ha travolto tutta la costa, New York inclusa. Sono passate poco più di quarantotto ore da quella nevicata e le strade sono pulite; tutto sembra funzionare alla perfezione. Solo alcune tracce testimoniano che ciò è realmente accaduto.

Per strada a quest’ora ci sono poche macchine, molti taxi e grandi camion. I grandi camion americani, pezzi pregiati che hanno arricchito la collezione di modellini che quasi tutti abbiamo avuto da bambini.

A casa di Maryann non abbiamo preso nulla, neanche un caffè. Vogliamo arrivare affamati alla prima colazione americana. Vogliamo farla proprio come gli americani, giornale in una mano e con l’altra spalmare burro, marmellata piuttosto che esagerare con la senape e il ketckup a guarnire il già abbastanza guarnito piatto che ci viene servito. Preleviamo un po’ di dollari al primo bancomat che incontriamo per strada. A New York City non esiste il pericolo di restare senza soldi perché non trovi un bancomat. Li hanno sistemati dappertutto. Puoi trovarli dal tabaccaio, all’interno dei negozi di generi alimentari, nei negozi di giocattoli. Proprio dappertutto, e le commissioni sono molto basse anche se prelevi con la carta di credito.
Scegliamo un metro diner che si trova proprio dietro l’angolo di casa nostra. Uova strapazzate, patate, succo d’arancia piccolo in dotazione più un succo large che chiediamo a parte. Per finire caffè. Appena seduti servono acqua con ghiaccio. Adesso stiamo decisamente meglio e siamo pronti ad affrontare la città che non dorme mai.

Questa mattina ci separeremo. Io andrò a visitare l’Empire State Building mentre Lucia e Roberto andranno al “The Volta Show”, una fiera internazionale d’arte che si svolge proprio di fronte all’ingresso dell’Empire.
Lucia è il direttore responsabile di una rivista d’arte, Segno, e Roberto ha una casa editrice che pubblica libri d’arte e di architettura e lavora anche per la rivista che dirige Lucia. Loro sono venuti a New York perché in questi giorni si svolge una delle più importanti fiere d’arte contemporanea del mondo, “The Armory Show.”
Anch’io ho collaborato con Segno, in gioventù, scrivevo di architettura e ho imparato tanto in quel lungo apprendistato. Anche per questo sono molto legato a Lucia e a Roberto. Oltre ovviamente a Umberto, il marito di Lucia, che è rimasto a Pescara perché non prende l’aereo; arrivare a New York in nave è possibile ma abbastanza complicato e soprattutto occorre tempo.
Ci accordiamo per incontrarci, io e Roberto, alle 13.00 al Madison Square Garden, mentre Lucia farà shopping da Macy’s. È un grande magazzino nel senso più pieno del termine: occupa infatti un intero isolato di Manhattan.

L’Empire state building oltre a essere uno degli edifici più famosi e alti di New York è nell’immaginario collettivo l’edificio di King Kong che in un film del 1933, diretto da Merian C.Cooper e Ernest B. Schoedsack, scala l’intero edificio per morire poi sotto colpi di mitra sparati da biplani a motore. Un film che ha visto parecchi remake e che è considerato tra i primi quaranta film americani più belli di sempre.
Salire sull’Empire ha in sé quindi qualcosa di epico e di affascinante. Non si sale solo per guardare Manhattan dal cielo. Salendo su quell’edificio ripercorri una storia che hai già vissuto. Così anche quando ti affacci per la prima volta dall’86° piano dell’edificio e guardi oltre il parapetto. Ciò che si presenta ai tuoi occhi, anche se è la prima volta che sali fin lassù proprio come fece King Kong prima di te nel 1933, lo hai già visto. Lo hai già visto perché quelle immagini le vediamo tutti i giorni. Nei film, nei telefilm, nei telegiornali, sui giornali. Fa parte di noi, della nostra vita. E nonostante tutto ti emozioni. Ti manca il fiato perché tocchi con mano la grandezza dell’uomo e la sua capacità di saper sempre superare il limite. I grattacieli sono sempre una sfida. E allora puoi lasciarti andare e guardare dall’alto dei tuoi 86 piani tutta l’isola di Manhattan. E non scenderesti più da quel posto. Le macchine giù in fondo e gli uomini sono lontanissimi mentre tu sei in cielo, lo sfiori, quasi.
Non resisto alla tentazione di salire più in alto. Volendo, con un supplemento di 15 dollari, puoi arrivare fino al piano 102. Pago e prendo il secondo ascensore che mi porterà tra le nuvole. E mentre aspetto l’ascensore, chissà da dove, emerge un ricordo legato agli Stati Uniti d’America.
Quando avevo quattordici anni mi regalarono un maglione. Era tutto bianco con al centro un’aquila e la bandiera americana. A circoscrivere l’aquila e la bandiera, nella parte superiore, c’era scritto in blu: I dream USA. Mettevo questo maglione ogni qualvolta dovevo incontrare una persona importante, a me cara. Così come lo mettevo per le interrogazioni a scuola. E ovviamente quando c’erano delle feste. Era diventato una specie di portafortuna fino a quando zia Rita, la sorella di mia madre, non ebbe la malsana idea di lavarlo in lavatrice. Ne uscì un quadro di arte contemporanea. Anche bello a pensarci adesso che la rabbia è quasi sbollita. Ma, ovviamente, non era più lo stesso. Non trasmetteva più nessuna aspettativa, nessun sogno. Era un guazzabuglio di colori e basta. E mentre penso al bel maglione bianco, che quando lo mettevo, soprattutto di sera, mi aiutava anche negli approcci con le ragazze, l’ascensore arriva al piano 102. Qui non ci si può affacciare e guardare giù perché c’è un vetro che non ti permette di farlo. In fondo è una delusione perché gli edifici si vedono, più o meno, nella stessa dimensione di prima, e hai la sensazione di essere al cinema. Ve lo sconsiglio. Se volete vedere New York dall’Empire fermatevi al piano 82, e con quei 15 dollari risparmiati ci potete fare la colazione il giorno successivo o comprarvi quattro magneti per il vostro frigorifero o una maglietta con King Kong che scala l’Empire.

Tra ricordi, foto e l’acquisto degli ormai noti magneti per il frigorifero, si è fatto tardissimo e mi devo affrettare se non voglio arrivare in ritardo all’appuntamento con Roberto. Ovviamente ho comprato il magnete con King Kong abbracciato all’Empire. So già dove piazzarlo, tra l’autobus rosso a due piani di Londra e il Partenone.
Arrivo puntuale al Madison Square Garden. Roberto è già lì e scatta foto anche se ormai è il sesto anno consecutivo che viene a New York. Decidiamo di mangiare qualcosa. Andiamo in un deli proprio di fronte a noi. Un pranzo frugale, molto frugale, e via al Madison. Qui la visita è molto veloce. Guardiamo le foto che celebrano la grandezza e i fasti dell’edificio, e scopro che qui si è fatto e si continua a fare di tutto. Basket, pugilato, tennis, wrestling, concerti, avvenimenti politici. Tutto quello che vi viene in mente al Madison sicuramente ci sarà.

Nel pomeriggio facciamo una prima visita all’Armory Show e per andarci prendiamo un taxi.
L’Armory Show è una fiera d’arte relativamente giovane ma che ha già soppiantato tutte le fiere esistenti. Gli resiste solo la fiera di Basilea, forse. Perciò in questi giorni a New York si concentra il meglio dell’arte contemporanea di tutto il mondo. Ed è ovviamente tutto un fiorire d’iniziative. Accanto all’evento principale si svolgono contemporaneamente moltissime altre piccole fiere, come appunto il Volta, dove sono stati questa mattina Lucia e Roberto. E a corollario delle fiere, eventi mondani legati al mondo dell’arte e nella notte tante feste.

La fiera mi è piaciuta. Non ho visitato tutto perché ci torneremo con Maryann e quella sarà l’occasione per avere un incontro ravvicinato con l’arte contemporanea.
Alle 18.30 siamo alla sede dell’Istituto italiano di Cultura a New York. Ci spostiamo ancora in taxi perché i tempi sono molto stretti e perché qui, a differenza dell’Italia, non sono cari. 686 Park Avenue. S’inaugurano due mostre e si presenta l’edizione speciale di una moleskine stampata per questo evento. (Uso da sempre le moleskine; anche adesso ne ho una in mano dove sto scrivendo questi appunti, ma non compro questa edizione speciale. Non m’interessa. C’è poco spazio per scrivere e io le moleskine le uso per scrivere. Compro quelle con le righe e la fascetta color arancio).
Si sta bene qui. Dopo il saluto di rito del padrone di casa c’è il buffet. Vino rosso e bianco, acqua e grissini. Non è un granché ma questo passa il convento. C’è una bella atmosfera. Giornalisti, artisti, galleristi. Molti giovani. Tutti informali e nello stesso tempo eleganti.
È sera e sono molto stanco. Ho dormito poco e siamo usciti presto questa mattina.
Ma sono a New York, posso permettermi di essere stanco?
Quando finisce il party decidiamo di andare in giro senza una meta predefinita. Prendiamo la metropolitana e io approfitto per dormire un po’. Scendiamo e ci ritroviamo in St. Mark Place, un posto pieno di locali e di gioventù. Dopo un paio di giri a vuoto, optiamo per un pub irlandese. Non abbiamo fame, vogliamo solo bere.
È tardi quando usciamo dal pub e io ormai crollo per il sonno. Ho retto fin quando sono stato nel locale ma da quando siamo usciti non riesco a tenere gli occhi aperti. Dormirò di nuovo nella metropolitana. Sarò immortalato da Roberto e taggato immediatamente su Facebook.

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City Room_la partenza e il viaggio [2]

NYC, 4 marzo 2009
La sveglia è prima dell’alba e il risveglio non è un bel risveglio. Ma tant’è. Si parte per l’America e c’è qualche piccolo sacrificio da fare. Il viaggio da Pescara a Roma è piacevole, parliamo molto e ci distraiamo abbastanza tanto da arrivare in ritardo per il primo appuntamento. Ah! I miei compagni di viaggio sono Roberto e Lucia. Li conosco da sempre, sono le prime persone che ho conosciuto quando mi sono trasferito a Pescara e per questo sono certo che staremo bene insieme in questi giorni. Prima d’imbarcarci, avendo un tempo nuovo a disposizione, pianifichiamo nel dettaglio la trasferta americana. Facciamo un programma giornaliero lasciando pochissimo spazio all’improvvisazione.

Durante il primo volo, Roma-Londra, parlo quasi sempre io. Ho iniziato a Civitavecchia e ho finito quando l’arco del nuovo stadio di Wembley ci avvertiva che stavamo per atterrare a Heathrow. Roberto era seduto tra me e Lucia e non ha potuto far altro che ascoltare per tutto il viaggio. Avrebbe preferito dormire e minaccia ritorsioni per il secondo volo.

Il primo volo è stato bello, nessuna turbolenza. Decollo e atterraggio perfetti. Anche il secondo, Londra-New York City, inizia bene. Durerà sette ore e mezza. Ho con me la guida della Lonely Planet e un libro, Settembre 1943. I giorni della vergona. Un tema che mi appassiona da sempre, la settimana della vergogna che ci ha resi ridicoli agli occhi di tutto il mondo e che sta lì a ricordarci la nostra cialtroneria. Di italiani intendo.
Apro la guida per ripassare gli itinerari che abbiamo definito qualche ora fa. Dopo un po’ comincio a leggere il libro e così inizia un viaggio nel viaggio. Un viaggio nel tempo che mi porta ai giorni della vergogna nazionale, tra fascisti sempre meno fascisti e nazisti sempre più nazisti. Quando vedo Badoglio svegliato nella notte che si presenta ai suoi interlocutori come uno zombi non reggo più e chiudo il libro. Chiudo gli occhi e mi riposo. Un piccolo sobbalzo mi sveglia. Guardo fuori, siamo sopra le nuvole, sospesi tra la terra e il cielo. Accendo il visore di fronte ai miei occhi e guardo il piano di volo.

Altitude 11.582 m
Ground speed 792 km/h
Outside time temperature -60°

Local time 19.18
Time to destination 3.48

Distance to destination 2744 km/h
Estimate arrival time 18.05
Head wind 96 km/h

C’è tempo. Roberto ha messo la mascherina e prova a dormire, Lucia si è assopita.
Che faccio? Decido di vedere un film.
C’è un’ampia scelta. Film vecchi e nuovi. Non resisto alla tentazione di ri-vedere l’inizio di Colazione da Tiffany. Audrey Hepburn è una bellezza senza tempo. È deliziosa. Rivedo la scena iniziale una, due, tre volte. Poi mi decido e scelgo un film nuovo, appena uscito nelle sale cinematografiche: The Millionaire. Otto premi oscar, non l’ho visto e mi sembra una buona occasione. Il film scorre veloce e accorcia la distanza che mi separa da New York City a quando Jamail Malik corre disperato nella folla della stazione di Bombay per cercare d’incontrare Latika, manca poco all’atterraggio al “JFK.”
Arriviamo a casa di Maryann alle 20.00, in Italia sono le 2.00, in taxi. Sono sveglio ormai da 23 ore e ho sonno. Per questo motivo mentre Roberto, Lucia e Maryann parlano in cucina, mi sistemo il divano e mi addormento senza neanche salutare. Mi sveglio alle 2.30. Non so se è il divano o il fuso o la voglia di uscire per strada. Provo a riaddormentarmi ma è difficile. Niente da fare, non riesco a riaddormentarmi. Mi alzo e vado alla finestra, prendo la macchina fotografica e comincio a fotografare. In fondo al viale s’intravedono alberi, è Central Park. La mia casa in questo soggiorno americano sarà qui a Manhattan,  West End Avenue, Upper West Side, a due passi da Central Park appunto.
Ormai sono sveglio e non riesco a far altro, vista l’ora, che fotografare il giorno che sta arrivando. Una, due, tre, quattro, cinque volte.

Adesso Maryann si è svegliata e sta preparando la colazione per i tre piccoli della casa. Hanno nove, sei e tre anni e mezzo e devono andare a scuola.
Roberto smanetta con l’iPhone e Lucia è quasi pronta.
La prima giornata a New York City sta per iniziare.

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City Room_il prologo [1]

NYC, 3 marzo 2009
Inizia il viaggio nella città che non dorme mai. Inizia in ritardo come in ritardo è iniziato nella realtà. E per il prologo, iniziamo dal perché ho scelto questo titolo per il mio diario americano: City Room.
City Room è una rubrica del New York Times, un diario giornaliero da New York. Il NYT si compone di sei colonne per pagina e City Room occupa una di queste sei colonne. City Room è anche un blog.

Quello di oggi è un prologo al viaggio che parte proprio dal New York Times e che possiamo anche considerare un inserto. Un inserto da staccare e conservare.
Internet ti permette di essere connesso sempre, minuto per minuto, con tutto il mondo. E così se sei a New York e vuoi sapere cosa sta succedendo in Italia piuttosto che in India o in qualunque altra parte del mondo, basta digitare www e quello che ti pare e sei in un mondo altro, in tempo reale. Dipende solo dalla potenza del computer o del telefono, con il quale ti colleghi alla rete.
E così da NYC scopro, attraverso la prima pagina di repubblica.it, che il Vaticano è irritato con Barack Obama per la sua decisione di dare disco verde all’utilizzo delle cellule staminali embrionali. Un titolo da prima pagina con tanto di foto e di commenti. La notizia m’incuriosisce e comincio a cercarla sui giornali americani. Una ricerca che non darà nessun frutto per il semplice fatto che è una non notizia. Si sapeva da tempo che Barack Obama avrebbe modificato la legge di Bush junior e per questo motivo la notizia così come la reazione del Vaticano non trova nessuna eco o comunque spazi non significativi sulla stampa americana. In Italia, invece, dove il Vaticano è uno Stato nello Stato, ogni gemito, ogni stormir di fronde che proviene da oltre Tevere trova sempre un riscontro importante. Spesso da prima pagina.
Incuriosito da questa prima non notizia comincio a cercare sui quotidiani americani notizie dell’Italia. O meglio m’incuriosisce sapere cosa scrivono dell’Italia gli americani. Cerco. Ricerco. Vado sui quotidiani on line. Niente. Non trovo quasi nulla. La notizia più lunga e per certi versi più importante che riesco a trovare e nell’ultima pagina dell’inserto sportivo del New York Times di lunedì 9 marzo. «Beckham pays to extend his loan with A.C. Milan.»

Qualcuno potrebbe dire che sui giornali americani si parla solo dell’America o comunque gran parte degli articoli sono dedicati alle questioni interne. Questo è in parte vero. Solo in parte però, perché le altre nazioni sono presenti in maniera costante anche se solo con piccoli trafiletti. Noi italiani semplicemente non esistiamo.
Esiste invece Barack Obama. Il suo ritratto bicolore campeggia ovunque. Nella metropolitana, sulle borse e sulle giacche delle ragazze e dei ragazzi, sulle saracinesche dei negozi, sui giornali, sulle bancarelle dei venditori ambulanti.

Un fiorire d’iniziative editoriali ha inondato gli Stati Uniti d’America e in questi giorni sono in edicola tante riviste che dedicano numeri monotematici al Presidente.
Io ne ho comprate tre.
Time. EXPANDED INAUGURATION EDITION. PRESIDENT OBAMA, THE PATH TO THE WHITE HOUSE

Essence. Special commemorative edition. The Obamas. Portrait of America’s New First Family

Newsweek. COMMEMORATIVE INAUGURAL EDITION. «WE ARE READY TO LEAD ONCE MORE» PRESIDENT OBAMA

Tre edizioni speciali che restituiscono una visione a tutto tondo della nuova speranza per la politica mondiale. Dalla sfera privata alla lunga corsa per la candidatura prima e per le elezioni successivamente, e un approfondimento tematico sulle politiche che Barack Obama intende adottare per rilanciare l’economia.
E con la faccia sorridente di Obama vi do appuntamento a domani. La partenza e il viaggio.

La foto di Obama sulla saracinesca è di Roberto Sala, il mio compagno di viaggio.

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City Room_anteprima

Il 4 marzo sono partito per nyc e sono tornato ieri sera.
È stato un bellissimo viaggio, pieno. Pieno di tante cose.
Da domani ripercorrerò questo viaggio, giorno per giorno, riportando indietro le lancette del tempo di una settimana.
Per fissare meglio nella mia mente ciò che ho visto e per condividere, con chi vorrà condividere.

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Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista dal multiforme ingegno

Il 5 marzo del 1922 nasceva a Bologna, Pier Paolo Pasolini. Scrittore, poeta, regista cinematografico, giornalista. Un intellettuale con tante facce che ha saputo capire e descrivere la società che abitava come pochi altri. Lo ha fatto usando registri diversi e tecniche diverse. Per questa sua versatilità mi viene spontaneo associarlo all’arte di Pablo Picasso e in particolare ai quadri di Pablo Picasso. Pasolini ha la stessa capacità di saper “guardare” l’oggetto da tutti i punti di vista per poi darne, sempre, una propria interpretazione.

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FCO_Heathrow_JFK

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Genova per noi…

Genova per noi è un’idea come un’altra, ratatatà, ratatatà, ratatatatà, canta Paolo Conte, e quando dall’autostrada, che scende giù fino al mare, si comincia a vedere Genova, mi torna sempre in mente questa canzone. Ratatatà, ratatatà, ratatatatà.
Uno splendido sole e un vento bello che arriva dal mare e sale su fino a via XX settembre è lo spettacolo che trovo al mio arrivo. Il tempo di lasciare la valigia in albergo e sono già nel sottoportico di Palazzo Ducale all’ingresso della mostra. Fabrizio De André, la mostra. Il sole è ancora lontano dal mare.

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Beppino Englaro e la libertà di pensiero e il rispetto

In seguito alla partecipazione di Beppino Englaro alla trasmissione di Fabio Fazio, Che tempo che fa, una voce, sulle altre, si è alzata per attaccare, e non è una novità, Fabio Fazio per l’invito fatto al papà di Eluana, invocando tra le altre cose la par condicio. Queste alcune delle dichiarazioni di Luca Volontè dell’Udc, il partito di Casini.

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niente di personale

Ignazio Marino e il testamento biologico
Ignazio Marino ha detto chiaramente che se dovesse passare la legge sul testamento biologico proposta dalle destre dovremmo indire un referendum con l’intento di abrogare questa legge. Un ragionamento lineare sia da un punto di vista della sostanza, lo dico perché sono d’accordo con le tesi che sostiene Marino, sia da un punto di vista prettamente politico. La destra ha fatto una forzatura a tramutare in un disegno di legge il decreto legge non firmato dal presidente Napolitano e perciò Marino, avverte che ulteriori forzature saranno rigettate al mittente.

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Passaggio in ombra, Mariateresa Di Lascia

«[…] In questo romanzo si realizza una forma di “conoscenza fantastica”, dell’intelletto che viviseziona il cuore e dell’anima che s’impossessa della mente, una forma di conoscenza più sottile e imprevedibile di quella appresa dallo studio o dalla vita, e che per essere espressa richiede un linguaggio particolare. Un linguaggio che […] è fatto di parole, pensieri, e accostamenti di sintassi e sensazioni, dove predomina quel “raffinato spirito di scelta e quel delicato istinto di selezione coi quali l’artista, secondo Wilde, capisce per noi la vita, donandole una passeggera perfezione.
Raffaele La Capria, Il Corriere della Sera, 22 febbraio 1995

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