le mie recensioni

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Cina, Russia, Usa e diritti civili
Qui il banner Free Tibet c’é da tanto tempo. Penso sia giusto battersi per questa giusta causa e penso anche che dovrebbe essere innanzitutto la politica ad occuparsi di questo. Questa premessa per dire che su una battaglia per i diritti umani e civili del Tibet ci sono e ci sarò sempre. Detto ciò mi sembra insopportabile, strumentale e demagogico tutto il chiacchiericcio che si è fatto su questo tema a proposito delle Olimpiadi cinesi che si aprono oggi.
Continue reading niente di personale
Chi ha raccontato per più di una volta fiabe a una bambina o a un bambino sa benissimo che le fiabe devono essere sempre uguali a se stesse. Non si può modificare nulla. Non una virgola può essere spostata, pena un pegno altissimo da pagare. Una sorta di litania ripetuta all’infinito che ti chiede il perché di ogni pur minimo cambiamento. E un’altra cosa che sicuramente sa chi ha raccontato fiabe a una bambina o a un bambino è che le fiabe inventate piacciono di più, una sorta di battaglia contro la globalizzazione ante litteram.
Tutta questa premessa per dire che Le avventure di Cri-Cri, il grillo canterino è una favola che raccontavo a Carla e che oggi racconto a Caterina e che in qualche modo fui costretto a scrivere proprio per i motivi che spiegavo prima: per ripeterla sempre uguale a se stessa.
L’ho scritta per Carla e oggi la racconto a Caterina ma se qualcun altro volesse utilizzarla saremmo contenti.
Buona lettura.

C’era una volta un grillo canterino che si chiamava Cri-Cri, e abitava su una quercia gigante che si trovava al centro di una gran foresta. Il grillo Cri-Cri era tutto verde e delle piccolissime stel¬line rosse e gialle gli coprivano le ali facendole somigliare al cielo di notte.

Cri-Cri aveva tre cicciulini che si chiamavano Cri, Cro e Cru. La mattina si svegliavano molto presto e dopo aver preparato la colazione alle otto meno cinque in punto Cru, il più piccolo dei tre, con un bacino sulla guancia svegliava anche il papà, il grillo canterino Cri-Cri.
Dopo aver fatto colazione Cri, Cro e Cru si preparavano per la scuola, salivano sul dorso del grillo Cri-Cri e iniziavano così una nuova giornata.
Anche quella mattina come tutte le mattine quel rito si ripeté.
Mentre attraversavano la foresta sorvolarono la casa del serpente Psi-Psi che, come sempre, si diver¬tiva a tirar fuori la lingua per spaventare Cri, Cro e Cru.
Poco dopo le nove arrivarono a scuola, salutarono il papà e insieme entrarono in classe. I tre fratellini giocarono tutta la mattina e si divertirono a fare scherzi alla maestra Paola e a suor Agnese, sempre impegnate a dise¬gnare e costruire giochi per tutti.
Quelle mattine spensierate scorrevano via velocemente e dopo aver pranzato, puntuale come un orologio svizzero, alle tre meno un quarto in punto arrivava il grillo canterino Cri-Cri. Cri, Cro e Cru aspettavano in portineria il loro papà che dopo aver baciato tutti e tre ripartiva in volo con i grillini sul suo dorso.
Quel giorno, mentre facevano ritorno a casa, un temporale li sorprese per strada. Il grillo cante¬rino Cri-Cri subito si riparò sotto un balcone e aspettò che spiovesse. Il temporale durò molto e mentre aspettavano si fece buio. Quella sera non c’era la luna e i tre cicciulini cominciarono a lamentarsi al pensiero di dover attraversare la foresta e sorvolare la casa del serpente Psi-Psi con quel buio.

Il grillo canterino Cri-Cri capì subito il timore dei tre cicciulini e per tranquillizzarli chiese aiuto a Sacripante, lo zio elefante. Mentre Cri, Cro e Cru piangevano, in lontananza si udì il passo pesante dello zio elefante. «Eccomi, non abbiate paura, vi accompagnerò io a casa, adesso siete al sicuro» disse loro Sacripante alzando la proboscide ed emettendo un forte barrito.
E così il grillo canterino Cri-Cri e i tre piccoli Cri, Cro e Cru salirono sulla schiena dello zio elefante e si avviarono sulla strada di casa. Quando giunsero al margine della gran foresta, Sacripante si fermò di colpo perché si era ricordato che doveva accompagnare al cinema il piccolo cuginetto Dumbo. «Cari miei – disse rivolgendosi ai tre cicciulini – purtroppo vi devo lasciare qui, ma non abbiate paura: chiederò aiuto allo zio leone che sicuramente vi riporterà a casa.» Dopo aver salutato anche il grillo canterino Cri-Cri, Sacripante, lo zio elefante, alzò la proboscide, emise un nuovo e più grande barrito, e scom¬parve nel buio della notte.
Cri, Cro e Cru cominciarono a piangere, e la paura era tanto forte che faceva vedere loro il serpente Psi-Psi dappertutto: quella liana, quel fruscio, quel piccolo movimento dell’aria erano forse lui? Il grillo canterino Cri-Cri cominciò ad agitarsi e non vedendo arrivare lo zio leone pensò bene di ripararsi su un grande olmo.
Nel frattempo il serpente Psi-Psi, che aveva assistito a tutta la scena per incutere paura ai tre piccoli grilli, si piazzò sotto l’olmo con la lingua che roteava nell’aria e gli occhi di fuoco.
Cri, Cro e Cru piangevano così forte che tutti gli animali del bosco sentirono il loro grido d’aiuto.
Allora il serpente Psi-Psi si av¬vinghiò al tronco dell’albero e lentamente cominciò ad arrampicarsi. Il grillo canterino Cri-Cri, non sapendo più cosa fare per difendere i suoi cicciulini, cominciò a lanciare addosso al serpente Psi-Psi tutto quello che gli capitava tra le piccole zampe.
La faccenda sembrava ormai volgere al peggio, ma ecco che in lontananza si udì il possente ruggito di Gedeone, lo zio leone, che si avvicinava velocemente.

Il serpente Psi-Psi con un balzo in avanti tentò di mordere le sue piccole prede, ma il grillo canterino Cri-Cri afferrò i tre cicciulini e volò via su un altro albero. Il serpente Psi-Psi non si perse d’animo; scese dall’olmo e si diresse velocemente verso il secondo albero. Ma mentre stava per arrampicarsi, il ruggito dello zio leone lo raggiunse improvviso e lo costrinse ad una ritirata tra l’erba alta del sottobosco.
Un cinguettio assordante accompagnato dai versi di tutti gli animali della foresta testimoniò la gioia per lo scampato pericolo. Cri, Cro e Cru si abbracciarono felici e strinsero forte forte il loro papà, il grillo canterino Cri-Cri. «Ehm, ehm, forse vi siete dimenticati di qualcuno» protestò intanto Gedeone, lo zio leone, che si era piazzato sotto l’albero con l’intenzione di non far avvicinare nessuno.

«Certo che non ci siamo dimenticati di te» urlano i tre cicciulini. In un attimo, con un piccolo volo saltarono sulla criniera dello zio leone che tutto fiero e con sguardo da vincitore s’incamminò nella foresta.
Nel frattempo le nuvole si erano diradate, e la luna era tornata alta e lucente nel cielo illuminando tutta la foresta. I tre cicciulini non avevano più paura e, abbracciati al grillo canterino Cri-Cri sulla criniera di Gedeone, lo zio leone, sorridenti fecero finalmente ritorno a casa.

L’ospite incallito è un po’ un racconto. Un po’ poesia. Un po’ solo pensieri sparsi.
Per chi conosce Erri De Luca, i suoi scritti intendo, quest’ultimo libro è un sorta di biglietto agli amici. Un segno lasciato sul tavolo che si può leggere a qualunque ora del giorno, partendo dall’inizio oppure dalla fine o anche dal centro. E dopo averlo letto puoi lasciarlo lì dove l’hai trovato perché è piacevole riaprirlo e leggerlo di nuovo e poi di nuovo, ancora.
Continue reading L’ospite incallito, Erri De Luca
Una serata di bella musica. E di stelle.
Non tutte in cielo.
Perché le note vibrano eleganti e struggenti sotto le dita.

Una serata di conoscenza. E di anime.
Perché sapere cosa si ha dentro aiuta a vedere meglio fuori.
Perché ascoltare aiuta a conoscere.

Una serata che è finita troppo presto. E d’incontri.
Perché quando si vuole il tempo si trova.
Perché la notte non era ancora nata.

Una serata di bella musica. E di stelle.
Una serata di conoscenza. E di anime.
Una serata che è finita troppo presto. E d’incontri.
(le foto, che restituiscono meglio delle parole l’atmosfera, sono di paolo iammarrone, che ringrazio)
Craj, domani, è prima di tutto uno spettacolo teatrale. Poi un film. Poi un libro.
Un viaggio che è scoperta e riscoperta di tante cose che “stanno” tutte insieme, una dentro l’altra. Musica, territorio, vicende umane e poi ancora musica. È il sud più vero. Quel sud che farà cantare alla fine dello spettacolo Giovanni Lindo Ferretti: «Se non fossi tosco-emiliano vorrei essere di Lecce, greco-salentino.»
Ma ripartiamo dall’inizio.
Continue reading Craj. Domani, Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti
Il 13 maggio ho recensito L’ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore, il libro con il quale Randy Pausch si congedava dai suoi studenti e dal mondo per vivere gli ultimi momenti della sua vita con la moglie e i suoi tre figli. È morto a 47 anni per un terribile cancro.
Continue reading È morto Randy Pausch, viva Randy Pausch
Un cappello pieno di ciliegie
Le ciliege si sa, l’una tira l’altra. E quando le hai mangiate tutte ti viene pure il mal di pancia. Un cappello pieno di ciliege è il titolo del libro postumo di Oriana Fallaci che sarà in libreria a partire dal 30 luglio. Non è difficile ipotizzare un grande successo di vendite, se non adirittura un boom di vendite. Questo per almeno due motivi. Non ci sono grandi romanzi in circolazione e quindi la scelta di essere in libreria a ridosso dell’estate si rivelerà azzeccata e poi, soprattutto, sarà a la page leggere questa estate Oriana Fallaci.
Continue reading niente di personale
L’ho comprato ieri.
Non sono riuscito neppure a registrarlo.
(Eh si, perché registro tutti i libri che ho).
Mi guardava dalla copertina bianca e mi chiamava.
È un po’ un racconto. Un po’ poesia. Un po’ solo pensieri sparsi.
Forse.

Accosto la fronte alla tua, si toccano,
dico: «È una frontiera».
Fronte a fronte: frontiera,
mio scherzo desolato, ci sorridi.
Col naso ci riprovo, tocco il naso,
per una tenerezza da canile:
«E questa è una nasiera», dico
per risentire casomai
un secondo sorriso, che non c’é.
Poi tu metti la mano sulla mia
e io resto indietro di un respiro.
«E questa è una maniera», mi dici.
«Di lasciarsi?», ti chiedo. «Sí, cosí».

Le prime luci dell’alba colgono Jordi di sorpresa. Si è addormentato da poco e per questo la luce gli procura una fitta dolorosa agli occhi. Non ha nemmeno il tempo di svegliarsi del tutto, che Giancarlo gli allunga un biglietto piegato in quattro.
a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando.
«Ma dov’è?» chiede rivolgendosi a Giancarlo.
«Chi?» gli risponde questi mentre è alle prese con i rifiuti lasciati in spiaggia nella notte appena trascorsa.
«Rossella, chi altrimenti?» ripete Jordi.
«L’ho vista andare verso nord, mi ha detto che passava da Nino», e dopo aver risposto monta sul piccolo trattore per ripulire la spiaggia e farla trovare pronta ai primi bagnanti.
Il passo di Jordi questa mattina è più spedito del solito perché il carretto è ormai quasi vuoto. I suoi libri sono ormai saldamente nelle mani di altri e nuovi lettori.
Quando arriva all’“Ippocampo” c’è già parecchia gente che lo accoglie con il solito caloroso applauso.
«Come mai a quest’ora?» gli chiede Angelo, il marito di Rita che porta tutte le mattine al mare il nipotino.
«Domani parto e ho qualche altro libro da regalare. Oggi sarà una giornata difficile.» Siede sotto la palma di Roberto e Gabriella e comincia a cercare fogli nella sua agenda. Nonostante l’ora c’è già un buon numero di persone attorno a lui.
Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo per pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero.
«Mi rimetto in viaggio e di viaggi vorrei parlare con voi, oggi.» Mentre il suo sguardo si fa triste, Jordi lascia volare via il foglio del libro dal quale ha appena finito di leggere le parole di Marco Polo a Kublai Kan.
«Cosa cerchi nei tuoi viaggi?» Chiede Massimo, amico di vecchia data di Nino e abituale frequentatore dello stabilimento.
«Cerco risposte.»
E mentre si piega sul carretto per scegliere i libri da regalare ai presenti, Nino gli porge un biglietto identico a quello che gli aveva dato, poco prima, Giancarlo.
a j,. r.
so che a quest’ora mi stai cercando. Ancora.
Prende al volo la Corona che Nino gli ha portato e con il carrello sempre più leggero prosegue in direzione nord, non prima di aver lasciato ad Angelo un altro foglio da leggere.
Sì il bosco non c’era. Mancava la dolce umidità e il canto segreto dei boschi. I boschi sono i segreti di un paesaggio.
Questo è un paesaggio senza segreti. Ah, come capisco che qui crescano i razionalisti mentre altrove prosperano i mistici. Il vento, il famoso, celebrato e temuto mistral, è pieno di irruenza e non si lascia ostacolare da nulla. Altrove i boschi arrestano i venti , li avvolgono, li placano, come fanno le madri con i propri figli grandi, forti e selvaggi.
Il sole è ormai alto nel cielo e picchia forte questa mattina. La spiaggia è piena di turisti. In molti riconoscono Jordi che attraversa la riviera di Pescara e lo salutano. Gli chiedono di fermarsi ma lui prosegue dritto per la sua strada. Come un automa. Sa dove si dovrà fermare.
Quando arriva alle “4 Vele” è Alessandra che lo accoglie. Jordi è accaldato. Quando gli portano la Corona, ghiacciata e con il limone, Alessandra gli chiede di sorseggiarla piano. Ma prim’ancora che riesca a bere un solo sorso di birra, Roberta, l’ex di Roberto, che adesso sta con un altro Roberto, gli fa arrivare il biglietto che sta aspettando.
a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando. Ancora di più.
Jordi mette il biglietto in tasca insieme agli altri, e inizia a cercare un foglio da leggere.
Fu in quel periodo che Arkady sentì parlare del dedalo di sentieri invisibili, che coprono tutta l’Australia, e che gli europei chiamano «Piste del Sogno» o «Vie dei Canti», e gli aborigeni «Orme degli Antenati» o «Via della Legge». I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature totemiche che nel Tempo del Sogno avevano percorso in lungo e in largo il continente cantando il nome di ogni cosa in cui s’imbattevano – uccelli, animali, piante, rocce, pozzi -, e col loro canto avevano fatto esistere il mondo […] I bianchi, cominciò, commettevano comunemente l’errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. Era una sciocchezza. La verità era che gli aborigeni non potevano immaginare il territorio come un pezzo di terra circondato da frontiere, ma piuttosto come un reticolato di «vie» o «percorsi».
«Un reticolo di vie e di percorsi, oggi si direbbe una rete. Oppure una scacchiera dove sono già disegnate tutte le mosse, e tocca a noi decidere dove e come muovere le pedine.»
La voce di Carlo arriva chiara alle orecchie di tutti. Carlo è sempre il più bravo e le sue sono letture importanti.
«Bruce Chatwin è il viaggio, il viaggiare», dice Roberta con il suo accento che tradisce la provenienza barese.
«Lo sapevo che qui si andava a nozze con questi libri» ribatte Jordi con un sorriso largo. E mentre la discussione avviata da Carlo e Roberta prende quota, Jordi lascia i cinque libri sul bancone del bar, un altro foglio da leggere e si avvia verso “Istria”.
Il cielo si allargava viepiù verso lo zenith; nuvole immense si delinearono all’improvviso grazie a un amalgama di fili di seta grigi finemente accostati, dalle tonalità più trasparenti fino alle sfumature più fuligginose […] La diafana immagine evocava un paesaggio d’Oriente. Sotto un cielo puro si stendeva un giardino splendido, pieno di fiori affascinanti. Al centro di una vasca di marmo, un getto d’acqua zampillante da un tubo di giada disegnava con grazia una curva slanciata.
Anche Gigi s’incammina con lui verso “Istria”. Deve raggiungere Isabella che lo aspetta con la macchina stracarica per andare a Manfredonia. È tempo di partenze per tutti.
A “Istria” sono tutti in acqua e nessuno si accorge dell’arrivo di Jordi. Nessuno tranne Chiara che lo aspetta con la Corona ghiacciata in una mano e il biglietto di Rossella nell’altra.
a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando. Ancora di più. Sempre di più.
Jordi beve l’ennesima Corona e prosegue il suo viaggio non senza aver lasciato i cinque libri a Chiara, che nel frattempo ha fatto già sparire quello che terrà per lei, e l’ennesimo foglio da leggere.
Ho ritrovato le città bianche così come le avevo viste in sogno. Soltanto chi ritrova i sogni dell’infanzia può tornare bambino. Io non avevo osato sperarlo. Infatti l’infanzia giaceva irrimediabilmente lontana dietro le mie spalle, separata da un incendio di dimensioni mondiali, da un mondo in fiamme. Essa stessa non era più un sogno.
Quando Jordi arriva al “Barracuda” è pomeriggio inoltrato. Dal numero dei presenti si rende conto che l’attesa per lui, oggi è tanta.
Gerusalemme però non è soltanto pittoresca e trasandata, come tante città orientali. Se c’è sporcizia, sono assenti invece mattoni e gesso, muri scoloriti e sgretolati. Le costruzioni sono tutte di una pietra biancastra granulosa, ma pura e luminosa, che al tocco del sole assume tutte le sfumature dell’oro rossiccio […] Le manifestazioni della fede, le lamentazioni di ebrei e cristiani, la devozione dei musulmani per la Roccia sacra non hanno avvolto con alcun mistero il genius loci. Quello spirito è un’emanazione imperiosa, che suscita l’omaggio superstizioso e ne è magari alimentato, ma che esiste indipendentemente da esso.
«Il genius loci, finalmente,» esclama Fabrizio, gran disegnatore e fan sfegatato di Aldo Rossi, ma soprattutto amante della bella vita.
«Il genius loci e la città sono sempre presenti nei tuoi discorsi, nelle tue letture. Perché? » La domanda arriva da Roberto, la prima persona che Jordi ha conosciuto quando è arrivato a Pescara, in una bella e lontana mattina di novembre.
Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
«Io cerco risposte e le città spesso offrono, a chi sa dove orientare lo sguardo, risposte che ti permettono di conoscere meglio gli uomini che le abitano e che le vivono,» risponde Jordi.
Sono tante adesso le domande che risuonano nell’aria. La discussione è iniziata. Ancora una volta Jordi è riuscito a creare la giusta atmosfera, il clima perfetto per il confronto delle diverse opinioni.
«È il tempo e l’ora per congedarsi,» pensa Jordi.
Si avvia verso il banco del bar dove lascia gli ultimi cinque libri. Adesso il carretto è completamente vuoto. Non ci sono più fogli strappati direttamente dai libri nell’agenda di pelle nera. Non c’è più nulla da leggere.
Daniela gli porge una Corona, forse l’ultima di questa estate adriatica, e con la Corona, una lettera. Non un biglietto come quelli precedenti, ma una lettera.
Jordi la osserva per un po’. Poi si decide, bacia Marta, prende la lettera e la Corona e si dirige verso il mare.
Ormai è buio. La luna è lontana e alta nel cielo. Jordi procede con passo lento e sguardo basso. L’acqua ormai gli lambisce i piedi. Anche l’ultima Corona è andata così come la fetta di limone che gli ha rinfrescato per un attimo la bocca e i denti. Si ferma, si siede e si massaggia le tempie, allunga le gambe, sistema i bermuda e comincia a leggere.
a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando già da un po’.
Ti vedo trascinare il carretto ormai quasi vuoto e che fai la spola da uno stabilimento all’altro. Lo so perché continuo a sentire quello che fai, continuo a sentire quello che pensi. Così come continuo a vederti.
Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie.
Una storia d’amore così dovrebbero viverla tutti, almeno una volta nella vita. Un coinvolgimento totale che parte dalla testa e ti attraversa, poi ritorna indietro e ti riattraversa. Ti si aprono universi sconosciuti e voragini e vuoti quando incontri l’amore che t’invade in queste forme, soprattutto se ti lasci invadere. E non conta l’epilogo, la meta da raggiungere, conta il viaggiare in questa storia. Contano i continui cambiamenti di umore. Conta il numero di farfalle che è nella tua testa, nel tuo corpo. O le farfalle che si fermano in fondo allo stomaco. Conta tutto questo. Poi c’è anche altro, la fisicità, il fare le cose insieme. Ma conta soprattutto quello che senti. Come conta l’attimo in cui dentro di te stai cambiando e sai che questo cambiamento nasce da un altro da te. È influenzato da un altro da te. Perché un altro da te è in te in quel momento. Si chiama amore. È l’amore.
Quante vite può contenere una vita, Jordi? E dopo averle contenute quante ne può vivere?
E quanti di quelli che siamo, riusciamo a far vivere in queste vite?
Ho solo sfiorato il tuo mondo, la tua vita, le tue malinconie. E anche se sono stata sola in questo viaggiare, è stato bello.
E, soprattutto, rifarei quel viaggio.
Tuttavia senti. L’ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile della scuola. Subito quell’idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona.
Adesso ci vorrà tanta pioggia. E dopo la pioggia ancora altra pioggia. E solo dopo, forse, sarà di nuovo l’arcobaleno.
È tempo di saluti e di riprendere la mia strada con la vorrà condividere.
Buon viaggio anche a te, Jordi.
P.S.: non strappo mai le pagine direttamente dai libri come fai tu. Anche perché se mai un giorno ci rincontrassimo, magari, e avessimo voglia di rileggerne alcune sarebbe bello avere nuove pagine da strappare.
[fine]

CALVINO I., Le città invisibili, Einaudi 1977.
ROTH J., Le città bianche, Adelphi 1977.
CHATWIN B., Le vie dei canti , Adelphi 1988.
RAYMOND RUSSEL, Impressioni d’Africa , Rizzoli 1964.
BYRON R, La via per l’Oxiana , Adelphi 1993.
GORZ A., Lettera a D. Storia di un amore , Sellerio 2008.
GROSSMAN D., Che tu sia per me il coltello, Mondadori 1999.

La strada che congiunge il lungomare nord al lungomare sud è interrotta dal fiume Pescara proprio nel punto in cui il fiume incontra il mare. Tra un po’, pare, ci sarà un nuovo ponte, pedonale e ciclabile, che unirà le due sponde. Oggi non è così. Per questo motivo Jordi dove fare un giro abbastanza lungo per raggiungere la sua meta. Gli stabilimenti balneari di Pescara sud sono molto diversi da quelli di Pescara centro e Pescara nord. Sia nella loro forma architettonica sia nella composizione della gente che li frequenta. Qui ci sono prevalentemente famiglie con bambini oppure adulti.
Jordi preferisce questi posti agli altri perché qui è facile parlare di libri.
Quando arriva all’“Ippocampo” sono tutti riuniti nello spazio riservato al ristorante ad aspettarlo. Quando fa il suo ingresso nello stabilimento, Nino, il proprietario, architetto e sommelier, stappa la prima bottiglia di spumante in onore di Jordi. Contemporaneamente Giulia, la figlia di Paolo e Giovanna, che lavora al bar gli allunga una Corona ghiacciata con l’immancabile fetta di limone a Jordi. Alzando in alto la bottiglia, Jordi, brinda alla lunga serata che è appena iniziata.
«Questa sera vorrei parlarvi di Manuel Vázquez Montalbán e di Pepe Carvalho. Della Spagna di Franco e della voglia di libertà del popolo spagnolo. Di questa terra così importante per l’Europa e quindi anche per l’Italia. Che ne dite?» Sono le prime parole che Jordi pronuncia prim’ancora di salutare i presenti.
«Certo, parliamo della tua terra e delle sue bellezze» gli risponde Rossella, che si è sistemata in prima fila e divide lo spazio con Roberto e Gabriella.
«Non è la mia terra, ma è come se lo fosse» dice Jordi guardandola dritto negli occhi.
Si arrivava a casa di Carvalho per una larga strada sterrata che strisciava tra vecchie ville cariche di storia, una strada di un bianco ormai grigio per le pioggie di cinquant’anni, ravvivata qua e là da piastrelle di maiolica verde e blu e dai penduli ciuffi delle bungavillee o delle campanule che spuntavano dai bordi dei muretti.
Jordi fa una breve pausa, giusto il tempo di bere un altro sorso di birra; poi continua.
Carvalho sistemò il tavolino davanti al fuoco e mangiò nella stessa pentola. Sorseggiò invece il Fefiñanes ghiacciato in un calice di fine cristallo. Ogni vino deve avere il suo bicchiere. Carvalho accettava pochi comandamenti, ma questo era uno dei più rispettati.
«È Pepe Carvalho il protagonista assoluto delle storie di Montalbán. Un personaggio molto interessante, dal passato non proprio lineare e chiaro, ma che trova un riscatto totale nella seconda vita che gli fa vivere l’autore» precisa Jordi e sembra quasi che stia continuando a leggere dal foglio che tiene tra le sue mani.
«Un bel personaggio Pepe Carvalho, hai ragione. Le sue storie sono forse un po’ troppo partigiane», eccepisce Rita, la sorella di Gabriella, professoressa d’italiano in pensione.
«Hai ragione» risponde secco Jordi «penso che questo le renda interessanti, perché così diventano più vere e soprattutto perché ogni volta che leggi una pagina sai che l’autore non si sta nascondendo dietro alibi di nessun tipo.»
Perché avete usurpato il ruolo degli déi che in altri tempi guidarono la condotta degli uomini, senza arrecare conforti soprannaturali, ma soltanto la terapia delle grida più irrazionali: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire [..]. Perché l’imbrunire è la tarda ora in cui scendono i bioritmi dell’entusiasmo, e lo sgozzamento e il rantolo suonano con una musica non meno truce che malinconica: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire.
«Pepe Carvalho si muove sempre in situazioni molto difficili in cui la soluzione del caso è spesso legata a piccoli, piccolissimi particolari. E poi c’è sempre la Spagna nelle sue storie. In questo caso Barcellona e le Olimpiadi del 1992, una città in piena trasformazione in bilico tra speculazioni edilizie e lavori in corso.»
Con un ultimo sorso finisce la sua birra.
«È anche vero però che non c’è sempre e solo la Spagna. Spesso Montalbán concede a Pepe Carvalho il lusso di lunghi e avventurosi viaggi in giro per il mondo» fa notare Rossella che nel frattempo ha abbandonato la prima fila che condivideva con Roberto e Gabriella e si è portata proprio davanti a Jordi.
«Certo, Rossella» le risponde Jordi, «in effetti stavo proprio per leggere un brano che parla di questi paesaggi esotici». Accarezzandole il viso si china sull’agenda con la custodia di pelle nera ed estrae un foglio un po’ spiegazzato.
Bangkok si ostinava a non scomparire. Si perpetuava mostrando le sue terga vergognose di baracche e subcanali marciti, il paesaggio che Carvalho aveva percorso a tentoni la notte del suo primo incontro con madame La Fleur. Quelle case spettrali accanto ai subcanali erano reali, reali i loro abitanti con una stanchezza asiatica sotto la pietà di alberi di lusso, canali stagno con vegetazione galleggiante, bambini che giocavano a badminton fra le strade morte, acque marce, quasi vegetali, e all’improvviso compariva un anticipo di giungla con sentieri che promettevano l’elefante, la tigre o Errol Flynn con l’elemetto mimetizzato con le foglie di palma.
Nino irrompe con un’altra bottiglia di spumante proprio mentre Jordi ha finito di leggere. «Pausa», urla, «adesso si beve, la lettura continua più tardi, anzi continua alla “Zattera”, da Giancarlo. Adesso si beve e si mangia.»
È un po’ come quando l’arbitro fischia la fine del primo tempo durante una finale del campionato del mondo di calcio.
All’improvviso tutta l’arena è in piedi. Adesso parlano animatamente tra di loro.
In questo via vai di gente Jordi si ritrova ancora una volta faccia a faccia con Rossella. Una nuova bottiglia di Corona ghiacciata è nella sua mano, con la fetta di limone metà dentro e metà fuori. Sono talmente vicini che Jordi riesce a sentire il battito asimmetrico del cuore di Rossella. Lei come spesso le succede quando è così vicina a Jordi, resta immobile e lo guarda intensamente, desiderando solamente che quell’attimo non abbia mai fine.
«Accompagnami alla “Zattera” » le dice Jordi passandole una mano tra i capelli. Rossella è felice, felicissima. Non sta nella pelle per quell’invito e per quella carezza. Vorrebbe dirglielo, ma non riesce a proferire parola. Neanche una banalità. Nulla.
Nino arriva al momento opportuno prima che il silenzio diventi imbarazzante. Jordi gli porge cinque libri, si salutano, tenendo con una mano il carretto di libri e con l’altra Rossella, si allontana in direzione della “Zattera”.
Tra l’”Ippocampo” e la “Zattera” ci sono tredici o quattordici stabilimenti balneari. Mezz’ora di strada procedendo con passo svelto, il passo di Jordi.
Hanno appena lasciato l’”Ippocampo”, quando Rossella improvvisamente ritrova la parola.
«Da dove vieni, Jordi?» Mentre glielo chiede lascia la sua mano, aumenta il passo precedendolo di poco; con la testa china guarda in basso all’altezza dei piedi.
«Perché mi fai sempre la stessa domanda? È più importante sapere dove sto andando. Dove stiamo andando. Non credi?» risponde Jordi fermandosi di colpo e mollando la presa del carretto.
Rossella si ferma, si volta. Ora è di fronte a Jordi.
Si guardano senza dire nulla. Rossella non regge a lungo e abbassa lo sguardo puntando di nuovo i piedi. Jordi fa un passo in avanti. Con la mano destra le sfiora il mento mentre con l’indice fa pressione e le alza il viso portando di nuovo i suoi occhi negli occhi di Rossella. E poi la abbraccia.
È un abbraccio lungo, lunghissimo, o almeno così sembra a Rossella che ritrova un respiro normale solo quando Jordi la lascia per riprendere il carretto e la sua mano.
Quando arrivano alla “Zattera” è buio. Un lungo applauso li accoglie mentre Giancarlo si avvicina con la Corona ghiacciata per Jordi.
Charo cominciò a spogliarsi nel corridoio e Carvalho si sentì fremere mentre guardava quel culo che, come un sole, tremava a ogni suo passo. La penombra della camera da letto non riusciva a nascondere quanto fossero sode le carni della ragazza, sotto la loro abbronzatura da terrazzo e lampada, i capezzoli ancora impigriti. Una lingua che si ficcò tra i denti di Carvalho contundente come un campione di karatè. Charo gli levò gli indumenti come se si fosse trattato dell’astuccio di uno splendido regalo e sedette sul pene dell’uomo mentre gli sfregava il petto con la guancia sempre più incredibilmente morbida. Lentamente i corpi si avvicinarono al letto senza perder tempo con i passi, consentendo appena ai piedi di trascinarsi con volontà di ritardo e lontananza, e ormai sul letto Carvalho si sdraiò con la faccia verso il soffitto sostituto dal volto congestionato di Charo, pieno di calori interni, di rossori da vergine mentale […] La pace scese dal soffitto su Carvalho mentre cercava di lasciare nei seni di Charo le penultime solidarietà, una brace dell’intensa comunicazione al tramonto, come un tardo sole su animali sazi.
Senza neanche salutare, Jordi ha estratto un foglio dalla sua agenda e l’ha letto tutto d’un fiato con un trasporto che non gli è abituale.
«Una bella pagina» gli fa Oscar «ma potrebbe apparire fuorviante se non conosci Pepe e soprattutto la storia di Charo.»
«Credi davvero sia importante sapere sempre tutto? O non è forse meglio sapere poco o nulla. Magari valutare le situazioni e le persone per quello che sono in quel preciso momento dinanzi a noi?» risponde Jordi che nel frattempo ha perso di vista Rossella e comincia a cercarla con gli occhi.
«Forse hai ragione, ma non vale per tutti questa ricetta. O almeno non sempre è così», dice Valentina, una giovane studentessa universitaria che non si separa mai dal suo ragazzo, a cui resta avvinghiata anche mentre parla con Jordi.
«Non so, ne parleremo un’altra volta. Adesso scusami ma devo cercare un brano importante al quale tengo molto.» Comincia a frugare nella sua agenda con un’insolita agitazione, che si placa solo quando riesce finalmente a trovare ciò che cerca.
«Scusatemi se cambio argomento in modo così brusco, ma vorrei condividere con voi un brano che, letto oggi, assume un significato assai particolare.» Inizia a leggere, ma la sua voce intensa, è rotta…
Nel funerale di un uomo che non era religioso non c’è migliore preghiera che il rispetto di quell’eroismo che consiste nel negare a se stesso la consolazione della resurrezione. In Fernando Garrido vita e Storia sono la stessa cosa. Fin dalla nascita credette che la speranza di ciascun uomo si realizzasse solo attraverso l’emancipazione collettiva, e divenne rivoluzionario perché credeva nell’uomo. Non c’è identità più indissolubile, più etica di quella che si stabilisce tra socialismo e umanesimo. Il socialismo ha tolto l’etica ai filosofi e l’ha data alla classe operaia, come Prometeo rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini. La storia di Fernando Garrido la conoscete tutti, e soprattutto la conoscete voi, che siete coscienti della vostra stessa storia e del ruolo che ha giocato in essa la lotta contro il fascismo e per la libertà. Io saluto il vecchio amico, l’antico fratello delle ore tristi dello sconforto, da cui non si lasciò mai abbattere. Era un uomo forte, figlio di un popolo forte, di una forte classe sociale. Non ho mai potuto chiamarlo compagno, ma ho sempre saputo che eravamo compagni e che mai ci avrebbero potuto separare del tutto le tattiche e le strategie. Presagì che in un futuro, ormai non molto lontano, comunisti e socialisti sarebbero stati condannati a costruire il socialismo con la libertà e a garantire la libertà con il socialismo. A voi, comunisti, vi pose sulla via di questa certezza. A noi, socialisti, ci mostrò il termine di un cammino ancora lungo. Qualcuno ha detto che la lotta finale sarà tra comunisti ed ex comunisti. Io vi dico che non ci sarà lotta finale perché esempi come quello di Fernando Garrido danno pieno significato all’Internazionale come canto e spirito unitario. Non piangete per la sua morte. Abbracciate il suo esempio.
Un applauso liberatorio si alza dalla “Zattera”. Sembra non finire mai. E insieme a quel lungo applauso qualcuno versa delle lacrime. Lacrime trattenute, forse, da troppi giorni che stasera possono finalmente sgorgare libere.
Non è questa la sera giusta per fare l’amore. Rossella lo capisce subito quando vede che anche il volto di Jordi é segnato dalle lacrime.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!», dice Jordi, e lo ripete due, tre volte. Poi sparisce, inghiottito nel buio della notte. Una notte che molti ricorderanno a lungo per il brivido che la sua lettura ha provocato.
[3. continua]

MONTALBAN M.V., Il centravanti è stato assassinato verso sera, Feltrinelli 1991.
MONTALBAN M.V., Tatuaggio, Feltrinelli 1993.
MONTALBAN M.V., Gli uccelli di Bangkok, Feltrinelli 1992.
MONTALBAN M.V., La solitudine del manager, Feltrinelli 1993.
MONTALBAN M.V., Assassinio al Comitato Centrale, Sellerio 1984.
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