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Craj. Domani, Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti

Craj, domani, è prima di tutto uno spettacolo teatrale. Poi un film. Poi un libro.
Un viaggio che è scoperta e riscoperta di tante cose che “stanno” tutte  insieme, una dentro l’altra. Musica, territorio, vicende umane e poi ancora musica. È il sud più vero. Quel sud che farà cantare alla fine dello spettacolo Giovanni Lindo Ferretti: «Se non fossi tosco-emiliano vorrei essere di Lecce, greco-salentino.»
Ma ripartiamo dall’inizio.

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È morto Randy Pausch, viva Randy Pausch

Il 13 maggio ho recensito L’ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore, il libro con il quale Randy Pausch si congedava dai suoi studenti e dal mondo per vivere gli ultimi momenti della sua vita con la moglie e i suoi tre figli. È morto a 47 anni per un terribile cancro.

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niente di personale

Un cappello pieno di ciliegie
Le ciliege si sa, l’una tira l’altra. E quando le hai mangiate tutte ti viene pure il mal di pancia. Un cappello pieno di ciliege è il titolo del libro postumo di Oriana Fallaci che sarà in libreria a partire dal 30 luglio. Non è difficile ipotizzare un grande successo di vendite, se non adirittura un boom di vendite. Questo per almeno due motivi. Non ci sono grandi romanzi in circolazione e quindi la scelta di essere in libreria a ridosso dell’estate si rivelerà azzeccata e poi, soprattutto, sarà a la page leggere questa estate Oriana Fallaci.

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e poi lo recensirò

L’ho comprato ieri.
Non sono riuscito neppure a registrarlo.
(Eh si, perché registro tutti i libri che ho).
Mi guardava dalla copertina bianca e mi chiamava.
È un po’ un racconto. Un po’ poesia. Un po’ solo pensieri sparsi.
Forse.

Accosto la fronte alla tua, si toccano,
dico: «È una frontiera».
Fronte a fronte: frontiera,
mio scherzo desolato, ci sorridi.
Col naso ci riprovo, tocco il naso,
per una tenerezza da canile:
«E questa è una nasiera», dico
per risentire casomai
un secondo sorriso, che non c’é.
Poi tu metti la mano sulla mia
e io resto indietro di un respiro.
«E questa è una maniera», mi dici.
«Di lasciarsi?», ti chiedo. «Sí, cosí».

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Storie da spiaggia e da ombrellone [4 e ultima puntata]

Le prime luci dell’alba colgono Jordi di sorpresa. Si è addormentato da poco e per questo la luce gli procura una fitta dolorosa agli occhi. Non ha nemmeno il tempo di svegliarsi del tutto, che Giancarlo gli allunga un biglietto piegato in quattro.

a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando.

«Ma dov’è?» chiede rivolgendosi a Giancarlo.
«Chi?» gli risponde questi mentre è alle prese con i rifiuti lasciati in spiaggia nella notte appena trascorsa.
«Rossella, chi altrimenti?» ripete Jordi.
«L’ho vista andare verso nord, mi ha detto che passava da Nino», e dopo aver risposto monta sul piccolo trattore per ripulire la spiaggia e farla trovare pronta ai primi bagnanti.
Il passo di Jordi questa mattina è più spedito del solito perché il carretto è ormai quasi vuoto. I suoi libri sono ormai saldamente nelle mani di altri e nuovi lettori.
Quando arriva all’“Ippocampo” c’è già parecchia gente che lo accoglie con il solito caloroso applauso.
«Come mai a quest’ora?» gli chiede Angelo, il marito di Rita che porta tutte le mattine al mare il nipotino.
«Domani parto e ho qualche altro libro da regalare. Oggi sarà una giornata difficile.» Siede sotto la palma di Roberto e Gabriella e comincia a cercare fogli nella sua agenda. Nonostante l’ora c’è già un buon numero di persone attorno a lui.
Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo, un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che partendo di lì metterò assieme pezzo per pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero.
«Mi rimetto in viaggio e di viaggi vorrei parlare con voi, oggi.» Mentre il suo sguardo si fa triste, Jordi  lascia volare via il foglio del libro dal quale ha appena finito di leggere le parole di Marco Polo a Kublai Kan.
«Cosa cerchi nei tuoi viaggi?» Chiede Massimo, amico di vecchia data di Nino e abituale frequentatore dello stabilimento.
«Cerco risposte.»
E mentre si piega sul carretto per scegliere i libri da regalare ai presenti, Nino gli porge un biglietto identico a quello che gli aveva dato, poco prima, Giancarlo.

a j,. r.
so che a quest’ora mi stai cercando. Ancora.

Prende al volo la Corona che Nino gli ha portato e con il carrello sempre più leggero prosegue in direzione nord, non prima di aver lasciato ad Angelo un altro foglio da leggere.
Sì il bosco non c’era. Mancava la dolce umidità e il canto segreto dei boschi. I boschi sono i segreti di un paesaggio.
Questo è un paesaggio senza segreti. Ah, come capisco che qui crescano i razionalisti mentre altrove prosperano i mistici. Il vento, il famoso, celebrato e temuto mistral, è pieno di irruenza e non si lascia ostacolare da nulla. Altrove i boschi arrestano i venti , li avvolgono, li placano, come fanno le madri con i propri figli grandi, forti e selvaggi.

Il sole è ormai alto nel cielo e picchia forte questa mattina. La spiaggia è piena di turisti. In molti riconoscono Jordi che attraversa la riviera di Pescara e lo salutano. Gli chiedono di fermarsi ma lui prosegue dritto per la sua strada. Come un automa. Sa dove si dovrà fermare.
Quando arriva alle “4 Vele” è Alessandra che lo accoglie. Jordi è accaldato. Quando gli portano la Corona, ghiacciata e con il limone, Alessandra gli chiede di sorseggiarla piano. Ma prim’ancora che riesca a bere un solo sorso di birra, Roberta, l’ex di Roberto, che adesso sta con un altro Roberto, gli fa arrivare il biglietto che sta aspettando.

a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando. Ancora di più.

Jordi mette il biglietto in tasca insieme agli altri, e inizia a cercare un foglio da leggere.
Fu in quel periodo che Arkady sentì parlare del dedalo di sentieri invisibili, che coprono tutta l’Australia, e che gli europei chiamano «Piste del Sogno» o «Vie dei Canti», e gli aborigeni «Orme degli Antenati» o «Via della Legge». I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature totemiche che nel Tempo del Sogno avevano percorso in lungo e in largo il continente cantando il nome di ogni cosa in cui s’imbattevano – uccelli, animali, piante, rocce, pozzi -, e col loro canto avevano fatto esistere il mondo […] I bianchi, cominciò, commettevano comunemente l’errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. Era una sciocchezza. La verità era che gli aborigeni non potevano immaginare il territorio come un pezzo di terra circondato da frontiere, ma piuttosto come un reticolato di «vie» o «percorsi».
«Un reticolo di vie e di percorsi, oggi si direbbe una rete. Oppure una scacchiera dove sono già disegnate tutte le mosse, e tocca a noi decidere dove e come muovere le pedine.»
La voce di Carlo arriva chiara alle orecchie di tutti. Carlo è sempre il più bravo e le sue sono letture importanti.
«Bruce Chatwin è il viaggio, il viaggiare», dice Roberta con il suo accento che tradisce la provenienza barese.
«Lo sapevo che qui si andava a nozze con questi libri» ribatte Jordi con un sorriso largo. E mentre la discussione avviata da Carlo e Roberta prende quota, Jordi lascia i cinque libri sul bancone del bar, un altro foglio da leggere e si avvia verso “Istria”.
Il cielo si allargava viepiù verso lo zenith; nuvole immense si delinearono all’improvviso grazie a un amalgama di fili di seta grigi finemente accostati, dalle tonalità più trasparenti fino alle sfumature più fuligginose […] La diafana immagine evocava un paesaggio d’Oriente. Sotto un cielo puro si stendeva un giardino splendido, pieno di fiori affascinanti. Al centro di una vasca di marmo, un getto d’acqua zampillante da un tubo di giada disegnava con grazia una curva slanciata.
Anche Gigi s’incammina con lui verso “Istria”. Deve raggiungere Isabella che lo aspetta con la macchina stracarica per andare a Manfredonia. È tempo di partenze per tutti.
A “Istria” sono tutti in acqua e nessuno si accorge dell’arrivo di Jordi. Nessuno tranne Chiara che lo aspetta con la Corona ghiacciata in una mano e il biglietto di Rossella nell’altra.

a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando. Ancora di più. Sempre di più.

Jordi beve l’ennesima Corona e prosegue il suo viaggio non senza aver lasciato i cinque libri a Chiara, che nel frattempo ha fatto già sparire quello che terrà per lei, e l’ennesimo foglio da leggere.
Ho ritrovato le città bianche così come le avevo viste in sogno. Soltanto chi ritrova i sogni dell’infanzia può tornare bambino. Io non avevo osato sperarlo. Infatti l’infanzia giaceva irrimediabilmente lontana dietro le mie spalle, separata da un incendio di dimensioni mondiali, da un mondo in fiamme. Essa stessa non era più un sogno.
Quando Jordi arriva al “Barracuda” è pomeriggio inoltrato. Dal numero dei presenti si rende conto che l’attesa per lui, oggi è tanta.
Gerusalemme però non è soltanto pittoresca e trasandata, come tante città orientali. Se c’è sporcizia, sono assenti invece mattoni e gesso, muri scoloriti e sgretolati. Le costruzioni sono tutte di una pietra biancastra granulosa, ma pura e luminosa, che al tocco del sole assume tutte le sfumature dell’oro rossiccio […] Le manifestazioni della fede, le lamentazioni di ebrei e cristiani, la devozione dei musulmani per la Roccia sacra non hanno avvolto con alcun mistero il genius loci. Quello spirito è un’emanazione imperiosa, che suscita l’omaggio superstizioso e ne è magari alimentato, ma che esiste indipendentemente da esso.
«Il genius loci, finalmente,» esclama Fabrizio, gran disegnatore e fan sfegatato di Aldo Rossi, ma soprattutto amante della bella vita.
«Il genius loci e la città sono sempre presenti nei tuoi discorsi, nelle tue letture. Perché? » La domanda arriva da Roberto, la prima persona che Jordi ha conosciuto quando è arrivato a Pescara, in una bella e lontana mattina di novembre.
Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.
«Io cerco risposte e le città spesso offrono, a chi sa dove orientare lo sguardo, risposte che ti permettono di conoscere meglio gli uomini che le abitano e che le vivono,» risponde Jordi.
Sono tante adesso le domande che risuonano nell’aria. La discussione è iniziata. Ancora una volta Jordi è riuscito a creare la giusta atmosfera, il clima perfetto per il confronto delle diverse opinioni.
«È il tempo e l’ora per congedarsi,» pensa Jordi.
Si avvia verso il banco del bar dove lascia gli ultimi cinque libri. Adesso il carretto è completamente vuoto. Non ci sono più fogli strappati direttamente dai libri nell’agenda di pelle nera. Non c’è più nulla da leggere.
Daniela gli porge una Corona, forse l’ultima di questa estate adriatica, e con la Corona, una lettera. Non un biglietto come quelli precedenti, ma una lettera.
Jordi la osserva per un po’. Poi si decide, bacia Marta, prende la lettera e la Corona e si dirige verso il mare.
Ormai è buio. La luna è lontana e alta nel cielo. Jordi procede con passo lento e sguardo basso. L’acqua ormai gli lambisce i piedi. Anche l’ultima Corona è andata così come la fetta di limone che gli ha rinfrescato per un attimo la bocca e i denti. Si ferma, si siede e si massaggia le tempie, allunga le gambe, sistema i bermuda e comincia a leggere.

a j., r.
so che a quest’ora mi stai cercando già da un po’.

Ti vedo trascinare il carretto ormai quasi vuoto e che fai la spola da uno stabilimento all’altro. Lo so perché continuo a sentire quello che fai, continuo a sentire quello che pensi. Così come continuo a vederti.
Stai per compiere ottantadue anni. Sei rimpicciolita di sei centimetri, non pesi che quarantacinque chili e sei sempre bella, elegante e desiderabile. Sono cinquantotto anni che viviamo insieme e ti amo più che mai. Porto di nuovo in fondo al petto un vuoto divorante che solo il calore del tuo corpo contro il mio riempie.
Una storia d’amore così dovrebbero viverla tutti, almeno una volta nella vita. Un coinvolgimento totale che parte dalla testa e ti attraversa, poi ritorna indietro e ti riattraversa. Ti si aprono universi sconosciuti e voragini e vuoti quando incontri l’amore che t’invade in queste forme, soprattutto se ti lasci invadere. E non conta l’epilogo, la meta da raggiungere, conta il viaggiare in questa storia. Contano i continui cambiamenti di umore. Conta il numero di farfalle che è nella tua testa, nel tuo corpo. O le farfalle che si fermano in fondo allo stomaco. Conta tutto questo. Poi c’è anche altro, la fisicità, il fare le cose insieme. Ma conta soprattutto quello che senti. Come conta l’attimo in cui dentro di te stai cambiando e sai che questo cambiamento nasce da un altro da te. È influenzato da un altro da te. Perché un altro da te è in te in quel momento. Si chiama amore. È l’amore.
Quante vite può contenere una vita, Jordi? E dopo averle contenute quante ne può vivere?
E quanti di quelli che siamo, riusciamo a far vivere in queste vite?
Ho solo sfiorato il tuo mondo, la tua vita, le tue malinconie. E anche se sono stata sola in questo viaggiare, è stato bello.
E, soprattutto, rifarei quel viaggio.
Tuttavia senti. L’ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti. Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile della scuola. Subito quell’idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona.
Adesso ci vorrà tanta pioggia. E dopo la pioggia ancora altra pioggia. E solo dopo, forse, sarà di nuovo l’arcobaleno.
È tempo di saluti e di riprendere la mia strada con la vorrà condividere.

Buon viaggio anche a te, Jordi.

P.S.: non strappo mai le pagine direttamente dai libri come fai tu. Anche perché se mai un giorno ci rincontrassimo, magari, e avessimo voglia di rileggerne alcune sarebbe bello avere nuove pagine da strappare.

[fine]

CALVINO I., Le città invisibili, Einaudi 1977.
ROTH J., Le città bianche, Adelphi 1977.
CHATWIN B., Le vie dei canti , Adelphi 1988.
RAYMOND RUSSEL, Impressioni d’Africa , Rizzoli 1964.
BYRON R, La via per l’Oxiana , Adelphi 1993.
GORZ A., Lettera a D. Storia di un amore , Sellerio 2008.
GROSSMAN D., Che tu sia per me il coltello, Mondadori 1999.

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Storie da spiaggia e da ombrellone [3]

La strada che congiunge il lungomare nord al lungomare sud è interrotta dal fiume Pescara proprio nel punto in cui il fiume incontra il mare. Tra un po’, pare, ci sarà un nuovo ponte, pedonale e ciclabile, che unirà le due sponde. Oggi non è così. Per questo motivo Jordi dove fare un giro abbastanza lungo per raggiungere la sua meta. Gli stabilimenti balneari di Pescara sud sono molto diversi da quelli di Pescara centro e Pescara nord. Sia nella loro forma architettonica sia nella composizione della gente che li frequenta. Qui ci sono prevalentemente famiglie con bambini oppure adulti.
Jordi preferisce questi posti agli altri perché qui è facile parlare di libri.
Quando arriva all’“Ippocampo” sono tutti riuniti nello spazio riservato al ristorante ad aspettarlo. Quando fa il suo ingresso nello stabilimento, Nino, il proprietario, architetto e sommelier, stappa la prima bottiglia di spumante in onore di Jordi. Contemporaneamente Giulia, la figlia di Paolo e Giovanna, che lavora al bar gli allunga una Corona ghiacciata con l’immancabile fetta di limone a Jordi. Alzando in alto la bottiglia, Jordi, brinda alla lunga serata che è appena iniziata.
«Questa sera vorrei parlarvi di Manuel Vázquez Montalbán e di Pepe Carvalho. Della Spagna di Franco e della voglia di libertà del popolo spagnolo. Di questa terra così importante per l’Europa e quindi anche per l’Italia. Che ne dite?» Sono le prime parole che Jordi pronuncia prim’ancora di salutare i presenti.
«Certo, parliamo della tua terra e delle sue bellezze» gli risponde Rossella, che si è sistemata in prima fila e divide lo spazio con Roberto e Gabriella.
«Non è la mia terra, ma è come se lo fosse» dice Jordi guardandola dritto negli occhi.
Si arrivava a casa di Carvalho per una larga strada sterrata che strisciava tra vecchie ville cariche di storia, una strada di un bianco ormai grigio per le pioggie di cinquant’anni, ravvivata qua e là da piastrelle di maiolica verde e blu e dai penduli ciuffi delle bungavillee o delle campanule che spuntavano dai bordi dei muretti.
Jordi fa una breve pausa, giusto il tempo di bere un altro sorso di birra; poi continua.
Carvalho sistemò il tavolino davanti al fuoco e mangiò nella stessa pentola. Sorseggiò invece il Fefiñanes ghiacciato in un calice di fine cristallo. Ogni vino deve avere il suo bicchiere. Carvalho accettava pochi comandamenti, ma questo era uno dei più rispettati.
«È Pepe Carvalho il protagonista assoluto delle storie di Montalbán. Un personaggio molto interessante, dal passato non proprio lineare e chiaro, ma che trova un riscatto totale nella seconda vita che gli fa vivere l’autore» precisa Jordi e sembra quasi che stia continuando a leggere dal foglio che tiene tra le sue mani.
«Un bel personaggio Pepe Carvalho, hai ragione. Le sue storie sono forse un po’ troppo partigiane», eccepisce Rita, la sorella di Gabriella, professoressa d’italiano in pensione.
«Hai ragione» risponde secco Jordi «penso che questo le renda interessanti, perché così diventano più vere e soprattutto perché ogni volta che leggi una pagina sai che l’autore non si sta nascondendo dietro alibi di nessun tipo.»
Perché avete usurpato il ruolo degli déi che in altri tempi guidarono la condotta degli uomini, senza arrecare conforti soprannaturali, ma soltanto la terapia delle grida più irrazionali: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire [..]. Perché l’imbrunire è la tarda ora in cui scendono i bioritmi dell’entusiasmo, e lo sgozzamento e il rantolo suonano con una musica non meno truce che malinconica: il centravanti verrà ucciso all’imbrunire.
«Pepe Carvalho si muove sempre in situazioni molto difficili in cui la soluzione del caso è spesso legata a piccoli, piccolissimi particolari. E poi c’è sempre la Spagna nelle sue storie. In questo caso Barcellona e le Olimpiadi del 1992, una città in piena trasformazione in bilico tra speculazioni edilizie e lavori in corso.»
Con un ultimo sorso finisce la sua birra.
«È anche vero però che non c’è sempre e solo la Spagna. Spesso Montalbán concede a Pepe Carvalho il lusso di lunghi e avventurosi viaggi in giro per il mondo» fa notare Rossella che nel frattempo ha abbandonato la prima fila che condivideva con Roberto e Gabriella e si è portata proprio davanti a Jordi.
«Certo, Rossella» le risponde Jordi, «in effetti stavo proprio per leggere un brano che parla di questi paesaggi esotici». Accarezzandole il viso si china sull’agenda con la custodia di pelle nera ed estrae un foglio un po’ spiegazzato.
Bangkok si ostinava a non scomparire. Si perpetuava mostrando le sue terga vergognose di baracche e subcanali marciti, il paesaggio che Carvalho aveva percorso a tentoni la notte del suo primo incontro con madame La Fleur. Quelle case spettrali accanto ai subcanali erano reali, reali i loro abitanti con una stanchezza asiatica sotto la pietà di alberi di lusso, canali stagno con vegetazione galleggiante, bambini che giocavano a badminton fra le strade morte, acque marce, quasi vegetali, e all’improvviso compariva un anticipo di giungla con sentieri che promettevano l’elefante, la tigre o Errol Flynn con l’elemetto mimetizzato con le foglie di palma.
Nino irrompe con un’altra bottiglia di spumante proprio mentre Jordi ha finito di leggere. «Pausa», urla, «adesso si beve, la lettura continua più tardi, anzi continua alla “Zattera”, da Giancarlo. Adesso si beve e si mangia.»
È un po’ come quando l’arbitro fischia la fine del primo tempo durante una finale del campionato del mondo di calcio.
All’improvviso tutta l’arena è in piedi. Adesso parlano animatamente tra di loro.
In questo via vai di gente Jordi si ritrova ancora una volta faccia a faccia con Rossella. Una nuova bottiglia di Corona ghiacciata è nella sua mano, con la fetta di limone metà dentro e metà fuori. Sono talmente vicini che Jordi riesce a sentire il battito asimmetrico del cuore di Rossella. Lei come spesso le succede quando è così vicina a Jordi, resta immobile e lo guarda intensamente, desiderando solamente che quell’attimo non abbia mai fine.
«Accompagnami alla “Zattera” » le dice Jordi passandole una mano tra i capelli. Rossella è felice, felicissima. Non sta nella pelle per quell’invito e per quella carezza. Vorrebbe dirglielo, ma non riesce a proferire parola. Neanche una banalità. Nulla.
Nino arriva al momento opportuno prima che il silenzio diventi imbarazzante. Jordi gli porge cinque libri, si salutano, tenendo con una mano il carretto di libri e con l’altra Rossella, si allontana in direzione della “Zattera”.
Tra l’”Ippocampo” e la “Zattera” ci sono tredici o quattordici stabilimenti balneari. Mezz’ora di strada procedendo con passo svelto, il passo di Jordi.
Hanno appena lasciato l’”Ippocampo”, quando Rossella improvvisamente ritrova la parola.
«Da dove vieni, Jordi?» Mentre glielo chiede lascia la sua mano, aumenta il passo precedendolo di poco; con la testa china guarda in basso all’altezza dei piedi.
«Perché mi fai sempre la stessa domanda? È più importante sapere dove sto andando. Dove stiamo andando. Non credi?» risponde Jordi fermandosi di colpo e mollando la presa del carretto.
Rossella si ferma, si volta. Ora è di fronte a Jordi.
Si guardano senza dire nulla. Rossella non regge a lungo e abbassa lo sguardo puntando di nuovo i piedi. Jordi fa un passo in avanti. Con la mano destra le sfiora il mento mentre con l’indice fa pressione e le alza il viso portando di nuovo i suoi occhi negli occhi di Rossella. E poi la abbraccia.
È un abbraccio lungo, lunghissimo, o almeno così sembra a Rossella che ritrova un respiro normale solo quando Jordi la lascia per riprendere il carretto e la sua mano.
Quando arrivano alla “Zattera” è buio. Un lungo applauso li accoglie mentre Giancarlo si avvicina con la Corona ghiacciata per Jordi.
Charo cominciò a spogliarsi nel corridoio e Carvalho si sentì fremere mentre guardava quel culo che, come un sole, tremava a ogni suo passo. La penombra della camera da letto non riusciva a nascondere quanto fossero sode le carni della ragazza, sotto la loro abbronzatura da terrazzo e lampada, i capezzoli ancora impigriti. Una lingua che si ficcò tra i denti di Carvalho contundente come un campione di karatè. Charo gli levò gli indumenti come se si fosse trattato dell’astuccio di uno splendido regalo e sedette sul pene dell’uomo mentre gli sfregava il petto con la guancia sempre più incredibilmente morbida. Lentamente i corpi si avvicinarono al letto senza perder tempo con i passi, consentendo appena ai piedi di trascinarsi con volontà di ritardo e lontananza, e ormai sul letto Carvalho si sdraiò con la faccia verso il soffitto sostituto dal volto congestionato di Charo, pieno di calori interni, di rossori da vergine mentale […] La pace scese dal soffitto su Carvalho mentre cercava di lasciare nei seni di Charo le penultime solidarietà, una brace dell’intensa comunicazione al tramonto, come un tardo sole su animali sazi.
Senza neanche salutare, Jordi ha estratto un foglio dalla sua agenda e l’ha letto tutto d’un fiato con un trasporto che non gli è abituale.
«Una bella pagina» gli fa Oscar «ma potrebbe apparire fuorviante se non conosci Pepe e soprattutto la storia di Charo.»
«Credi davvero sia importante sapere sempre tutto? O non è forse meglio sapere poco o nulla. Magari valutare le situazioni e le persone per quello che sono in quel preciso momento dinanzi a noi?» risponde Jordi che nel frattempo ha perso di vista Rossella e comincia a cercarla con gli occhi.
«Forse hai ragione, ma non vale per tutti questa ricetta. O almeno non sempre è così», dice Valentina, una giovane studentessa universitaria che non si separa mai dal suo ragazzo, a cui resta avvinghiata anche mentre parla con Jordi.
«Non so, ne parleremo un’altra volta. Adesso scusami ma devo cercare un brano importante al quale tengo molto.» Comincia a frugare nella sua agenda con un’insolita agitazione, che si placa solo quando riesce finalmente a trovare ciò che cerca.
«Scusatemi se cambio argomento in modo così brusco, ma vorrei condividere con voi un brano che, letto oggi, assume un significato assai particolare.» Inizia a leggere, ma la sua voce intensa, è rotta…
Nel funerale di un uomo che non era religioso non c’è migliore preghiera che il rispetto di quell’eroismo che consiste nel negare a se stesso la consolazione della resurrezione. In Fernando Garrido vita e Storia sono la stessa cosa. Fin dalla nascita credette che la speranza di ciascun uomo si realizzasse solo attraverso l’emancipazione collettiva, e divenne rivoluzionario perché credeva nell’uomo. Non c’è identità più indissolubile, più etica di quella che si stabilisce tra socialismo e umanesimo. Il socialismo ha tolto l’etica ai filosofi e l’ha data alla classe operaia, come Prometeo rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini. La storia di Fernando Garrido la conoscete tutti, e soprattutto la conoscete voi, che siete coscienti della vostra stessa storia e del ruolo che ha giocato in essa la lotta contro il fascismo e per la libertà. Io saluto il vecchio amico, l’antico fratello delle ore tristi dello sconforto, da cui non si lasciò mai abbattere. Era un uomo forte, figlio di un popolo forte, di una forte classe sociale. Non ho mai potuto chiamarlo compagno, ma ho sempre saputo che eravamo compagni e che mai ci avrebbero potuto separare del tutto le tattiche e le strategie. Presagì che in un futuro, ormai non molto lontano, comunisti e socialisti sarebbero stati condannati a costruire il socialismo con la libertà e a garantire la libertà con il socialismo. A voi, comunisti, vi pose sulla via di questa certezza. A noi, socialisti, ci mostrò il termine di un cammino ancora lungo. Qualcuno ha detto che la lotta finale sarà tra comunisti ed ex comunisti. Io vi dico che non ci sarà lotta finale perché esempi come quello di Fernando Garrido danno pieno significato all’Internazionale come canto e spirito unitario. Non piangete per la sua morte. Abbracciate il suo esempio.
Un applauso liberatorio si alza dalla “Zattera”. Sembra non finire mai. E insieme a quel lungo applauso  qualcuno versa delle lacrime. Lacrime trattenute, forse, da troppi giorni che stasera possono finalmente sgorgare libere.
Non è questa la sera giusta per fare l’amore. Rossella lo capisce subito quando vede che anche il volto di Jordi é segnato dalle lacrime.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!», dice Jordi, e lo ripete due, tre volte. Poi sparisce, inghiottito nel buio della notte. Una notte che molti ricorderanno a lungo per il brivido che la sua lettura ha provocato.

[3. continua]

MONTALBAN M.V., Il centravanti è stato assassinato verso sera, Feltrinelli 1991.
MONTALBAN M.V., Tatuaggio, Feltrinelli 1993.
MONTALBAN M.V., Gli uccelli di Bangkok, Feltrinelli 1992.
MONTALBAN M.V., La solitudine del manager, Feltrinelli 1993.
MONTALBAN M.V., Assassinio al Comitato Centrale, Sellerio 1984.

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Storie da spiaggia e da ombrellone [2]

Rossella è innamorata persa di Jordi. Lo segue ovunque e, regolarmente, quando Jordi ha terminato l’ultima citazione e prima che cominci a distribuire i cinque o i dieci libri giornalieri, si fa spazio tra la gente, lo raggiunge, lo bacia e lo abbraccia, ogni volta con lo stesso trasporto.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!»
La voce di Jordi risuona nel silenzio della grigia mattina che riempie il cielo dello stabilimento balneare “Istria”.
Rossella è già lì, come se qualcuno o qualcosa l’avesse avvertita della presenza di Jordi.
Non c’è nessuno in spiaggia. Un po’ per l’ora; molto per il tempo che minaccia pioggia.
Jordi risale dalla battigia e si dirige verso la grande pensilina dello stabilimento. Come sempre quando arriva lui il limone fa capolino dal collo allungato e trasparente di una Corona. Stamattina è la mano di Rossella che gli porge la bottiglia. Mentre Jordi comincia a bere, lei gli si siede accanto.
Ci sono anche Marco, Andrea e Chiara, tutti ragazzi intorno ai vent’anni che lavorano allo stabilimento.
Jordi continua a bere mentre Rossella ha il cuore che batte a mille. Vorrebbe chiedergli tante cose, vorrebbe urlare tutto il suo amore. Ma le uniche parole che riesce a pronunciare sono:  «Da dove cavolo sbuchi, Jordi?»
Vatanen si alzò, diede un’occhiata agli ultimi riflessi del sole dietro la foresta, fece un cenno di capo alla lepre.
Guardò verso la strada, ma non si mosse. Raccolse la lepre, la sistemò con delicatezza in una tasca laterale della giacca e s’incamminò in direzione della foresta, che ormai cominciava a farsi buia.

«Vengo da una vita lontana e cerco una vita lontana» risponde Jordi, «un po’ come Vatanen che incamminandosi nella foresta si lascia alle spalle ciò che è stato e va incontro a ciò che sarà.»
Ma Rossella non lo ascolta. Si è persa nei sogni che la rapiscono ogni volta che incrocia quegli occhi, o guarda quei lunghi capelli neri raccolti nell’immancabile elastico rosso.
Per svariati mesi non mi accorsi che era alto poco più di un metro e sessanta. Solo quando un berlinese invidioso lo paragonò sarcasticamente a Napoleone mi resi conto della sua statura; oltre a essere bravo aveva le mani e i piedi piccoli, e camminava con un andatura dinoccolata per via delle gambe leggermente arcuate. Era anche piuttosto pingue di vita. Ma per me l’intensità del volto, quegli occhi brillanti, e la sua innata capacità di intuire cosa ci voleva per fare un film gli conferivano dimensioni da gigante, e non dubitavo che potesse avere qualsiasi donna gli andasse a genio. Neppure concepivo che una bella donna sana di mente potesse esitare, poniamo fra Lubitsch e Gable. O fra Lubitsch e un tizio di sangue blu – un gentiluomo affascinante, un giocatore di polo con lo yatch. O Hemingway! Neanche a parlarne. Avrei potuto scrivere la scena: una sfida persa in partenza.
È talmente presa da Jordi che la sfida, appunto, è persa in partenza.
L’irrompere violento del sole la distoglie dai suoi pensieri, anche perché con il sole la spiaggia inizia a riempirsi di ragazzi e ragazze, di donne, bambini, anziani.
Isabella, la ragazza di Gigi, si avvicina a Jordi e comincia a parlargli fitto fitto. A lei si aggiungono Marilisa prima e Marcella poi, due ragazze pugliesi che studiano a Pescara. La discussione è incentrata sulla chiacchierata del giorno precedente allo stabilimento “Barracuda” e riguarda Pier Vittorio Tondelli.
In una stanza del Taft Glenn si era fatto installare uno Steinway sul quale suonava ogni giorno da otto a dieci ore, e spesso anche di notte. Non passava giorno senza suonare il pianoforte.
Jordi ha appena finito di leggere uno dei fogli presi dall’agenda di pelle nera e, prima che Marilisa riesca a dire qualcosa, continua a leggere da un altro blocco di fogli che nel frattempo ha sfilato dall’agenda.
È stato l’unico virtuoso del pianoforte di fama mondiale che abbia detestato il suo pubblico e cha da questo pubblico così detestato si sia veramente ritratto una volta per tutte. Del pubblico non aveva bisogno. Acquistò una casa nel bosco, in questa casa si sistemò e continuò a perfezionarsi. Abitò con Bach questa casa americana fino alla morte. Era un fanatico dell’ordine […] Suonava per così dire dal basso verso l’alto, non come tutti gli altri dall’alto verso il basso. Era questo il suo segreto.
«Vedi Marilisa, Tondelli è un po’ come Glenn  Gould. Un predestinato. Uno che come tutti i fuoriclasse esercita il proprio talento naturale con l’esercizio e l’abnegazione, talvolta immedesimandosi totalmente in ciò che fa al punto da annullare tutto il resto» dice Jordi mentre un gruppo di gente inizia a radunarsi.
Dal fondo rimbomba la voce di Enzo, pugliese anche lui, che vive a Pescara da un po’ di anni e che sogna di diventare un designer.
«Jordi a volte non bastano l’abnegazione e l’applicazione. Non sempre almeno. Occorrono altre cose. Serve rompere gli schemi. Andare oltre. Andare contro se è necessario.»
«Hai ragione», gli risponde Jordi mentre piegandosi sulla sua agenda comincia a cercare nuovi fogli.
«Sai, proprio stamattina ho letto qualcosa che riassume quello che hai appena detto. Un po’ meglio, forse.»
Tra il vecchio e il nuovo, tra l’oggi e il domani, c’è una lotta senza fine. Questa lotta si svolge in tutti i campi della vita umana, compreso quello della scienza. Per oggi s’intende tutto ciò che ha già assunto forma stabile, definita, ciò che viene considerato irrefutabile e infallibile. E proprio la credenza nella sua infallibilità, talvolta, fa sì che i rappresentanti della scienza “dell’oggi” siano elemento conservatore che frena il continuo progredire della scienza […] Eppure il mondo è vivo solo grazie agli eretici, solo grazie a chi nega l’oggi, come qualcosa di incrollabile e di infallibile.
“Istria” è uno stabilimento balneare molto frequentato da ragazzi, per questo motivo quando Jordi termina di leggere si alza un applauso forte e lungo, lunghissimo. C’è energia positiva nell’aria. Ancora una volta Jordi ancora una volta è riuscito a coinvolgere tanta gente in discorsi che non sono proprio da spiaggia e da ombrellone. La discussione è partita.
Adesso è Enzo che tiene banco; non gli pare vero che Jordi gli abbia offerto quell’incredibile assist con la lettura di Zamjatin. Probabilmente, non sa nemmeno chi è Evgenij Zamjatin. E sì perché Enzo è istintivo. Riesce bene in quel che fa. Lo fa con passione, con entusiasmo. Ma non ha grossi studi alle spalle e soprattutto non ha letto molto nella sua pur giovane vita.
Jordi è al banco e beve l’ennesima Corona. Al suo fianco, indomabile c’è Rossella. Oggi pare non voglia mollarlo nemmeno per un attimo.
«Ok, vieni da un vita lontana e vai verso una vita lontana» gli fa roteando rumorosamente il cucchiaino nella tazza del caffè.
«Però avrai un passato, dei genitori, magari dei fratelli, oppure una che ti aspetta da qualche parte. Un amore. Una vita prima di oggi. Un passato ce l’hanno tutti.»
Jordi si volta lentamente verso di lei. Con una mano regge la birra e con l’altra cerca un foglio tra i fogli dell’agenda di pelle nera.
Ricordiamo a volte che i sogni passati non erano meno tristi, che la vita non era più facile, eppure ci sembra che essa sia stata migliore e più tranquilla. Ci sembra di non aver mai avuto quei foschi pensieri, dai quali siamo tormentati ora, quei cupi rimorsi, che, paurosi, non ci danno requie né di giorno né di notte.
«Cercare rifugio nel passato ci porta a considerare tutto con occhi diversi. E il passato ci appare spesso anche meglio, molto meglio del presente. Mi piace pensarmi nell’oggi e nel domani.» Gli risponde Jordi chiosando il brano che ha appena finito di leggere.
La verità è che Rossella vorrebbe soltanto baciarlo. Baciarlo e lasciarsi travolgere dalle emozioni. Niente altro. Non le importa niente della letteratura. Le parole sono importanti, ma ora riesce solo a pensare che ha bisogno di spegnere quel fuoco che ha dentro, di riempire quel vuoto che avverte quando lui non c’é. Il mondo intero sembra non esistere più quando lui le parla. Quando sente la sua voce così profonda, piena di echi di una terra lontana.
Jordi ha finito di bere la sua birra e dopo aver cercato a lungo tra le sue carte estrae un nuovo foglio. Comincia a leggere con voce bassa, in modo che possa udire solo lei.
Ma ultimamente il futuro si è fatto sempre più prevedibile, mentre il passato – basta che mi volga indietro – ritorna in vita pieno di enigmi, indizi e conti aperti. Lubitsch riemerge dal profondo. Era destinato a rientrare nella mia vita anche senza il memento degli odierni fervori cinefili. Infatti comincio ad accorgermi che fu molto più importante per me, e forse anch’io per lui, di quanto mi sia mai preso la briga di riconoscere.
Rossella rimane lì, come in un fermo immagine. Qualsiasi cosa lui avesse voluto dire con quella citazione, perché non poteva esprimerla con parole sue? Perché, ogni volta la lasciava sola, a cercare di capire? Ma Jordi non può più rispondere alle sue mute domande. Se n’è già andato, via verso le “4 Vele”, lo stabilimento accanto, dove lo accoglie il fracasso gioioso della gente che lo aspetta vicino all’ombrellone del bagnino.
«Ragazzi, oggi son stanco. Mi sa che non vi leggerò nulla, ma in compenso vi regalerò i libri che non ho dato ai ragazzi di “Istria”» dice sedendosi al centro del bel gruppo di gente che si era radunato attorno a lui.
Si levano alcuni fischi e molti mugugni.
«Ti prego, Jordi, non puoi farci questo!» urla Patrizia, bella e altera, fasciata nel suo completo mare che lascia pochissimo spazio all’immaginazione di tutti quelli che le stanno intorno
«Sono stanco ho detto. E non vorrei parlare più oggi.
E tutti gli occhi che poco prima guardavano la sinuosa figura di Patrizia adesso pendono dalle labbra di Jordi. Sembra una partita a ping pong, dove i due giocatori sono Jordi e Patrizia e la pallina gli occhi degli astanti.
«No Jordi, ti abbiamo aspettato per tutta la mattina e tu devi leggerci qualcosa» dice lei. Gli occhi dei presenti s’indirizzano di nuovo dalla sua parte. Nel silenzio la pallina resta sospesa a mezz’aria sulla linea di mezzeria del campo. Non aspetta che un soffio di vento per dirigersi da una parte piuttosto che da un’altra.
Jordi aprel’agenda e cerca tra i tanti fogli mal ordinati che fuoriescono dalla custodia di pelle nera. Legge e rilegge ma non riesce a trovare il libro giusto, quello adatto a quel momento e a quella situazione. E ogni volta che ricomincia a sfogliare i fogli dall’inizio, dai ragazzi riuniti si leva un coro di dissenso. Finalmente, dopo tanto cercare, si ferma con lo sguardo su uno di questi. Lo legge e lo rilegge diverse volte. Poi, lascia cadere l’agenda da un lato e comincia a parlare.
«Non sarà una chiacchierata organica, strutturata, quella che vi propongo oggi. Ma la coda di una discussione iniziata altrove. In qualche modo una risposta che devo a qualcuno.»
Mentre pronuncia queste parole, comincia a cercare tra la gente il viso di Rossella.
Le madri sono suscettibili, non consentono ai figli di prendersi delle libertà sul passato. Lo evoco in questa ora con esattezza, ma forse non con verità. Molti particolari non formano un ricordo, molti ricordi non costituiscono un passato. Che io non ti faccia torto: non c’era altro passato che quello […] Mi torna in mente il passato con parvenza di intero, per un bisogno di appartenenza a qualcosa, che stasera mi spinge verso di esso, verso una provenienza.
«Questo è Erri De Luca» dice con sicurezza Patrizia che nel frattempo ha conquistato la prima fila. «Sì è lui» le risponde Rossella, «e adesso ci sarà da discutere. A lungo.»
Mentre la discussione prende quota, Jordi capisce che può allontanarsi e si avvia verso il banco del bar.
«Ecco la tua Corona. Bello il nostro letterato» gli sussurra Giulia, la quattordicenne figlia del proprietario dello stabilimento balneare.
Jordi beve la birra con due lunghi sorsi, appoggia dieci libri presi a caso dal suo carretto sul banco del bar, e dopo aver baciato in fronte Giulia, fa per andarsene, dirigendosi a sud.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!» La sua voce riecheggia nell’aria, ma ormai nessuno lo ascolta più. Sono tutti presi dalla discussione sul senso e il valore del passato, e sulla poetica di Erri De Luca. Nessuno sembra accorgersi di lui. Solo Rossella si accorge che lui sta andando via. Fingendo di assecondare le posizioni che emergono nella discussione, i suoi occhi riescono a vedere solo Jordi, che ormai ha già oltrepassato la Nave di Cascella, la fontana monumento che si trova al centro della città, e si dirige verso Pescara sud e la pineta.

[2. continua]

THOMAS BERNHARD, Il soccombente, Adelphi 1985.
AARTO PAASILINNA, L’anno della lepre, Iperborea 1994.
SAMSON RAPHAELSON, L’ultimo tocco di Lubitsch, Adelphi 1993.
EVGENIJ ZAMIJATIN, Il destino di un eretico, Sellerio 1988.
FËDOR DOSTOEVSKIJ, Le notti bianche, Einaudi 1988.
ERRI DE LUCA, Non ora non qui, Feltrinelli 1989.

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Storie da spiaggia e da ombrellone [1]

Storie da spiaggia e da ombrellone è un racconto che parla di libri ed è una storia d’amore.
Mi è sempre piaciuto scrivere di libri, consigliare libri. Tanti anni fa, ma proprio tanti anni fa, curavo una rubrica su una rivista a diffusione gratuita, Sipario, antesignana delle attuali free press, in cui mi occupavo proprio di questo. Il titolo della rubrica era: Punto, virgola, due punti. Intervistavo personaggi pubblici in cui si parlava di libri. Accanto al profilo dell’intervistato c’era sempre una scheda su tutti i libri di cui avevamo parlato.
Sempre per quella stessa rivista avevo preparato un progetto che poi non si concretizzò. Un racconto a puntate, che sarebbe dovuto durare per tutta l’estate, in cui un personaggio sbucato fuori chissà da quale angolo della mia mente, Jordi, trascorreva le sue giornate sulla spiaggia di Pescara a raccontare storie e a regalare libri. La storia che avevo immaginato prevedeva diverse puntate. Di quelle puntate scrissi solo la prima.
Questa storia è riemersa da una cartellina ingiallita che giaceva tra altre cartelline ingiallite. Oltre alla prima puntata ho ritrovato gli  appunti con la selezione dei libri di cui parlare nelle successive puntate, mai scritte.
Ho riletto quella prima puntata e mi è piaciuta e così ho deciso di continuare a scrivere. Sono partito dai libri selezionati a suo tempo e dalle frasi estrapolate che ho trovato nella ormai famosa cartellina ingiallita. Ho fatto qualche piccola aggiunta perché mi sembrava capitasse nel posto giusto e al momento giusto, come si dice quando accade qualcosa che ci piace. Un piccolo brano tratto da Non ora non qui di Erri De Luca che mi è capitato di rileggere proprio in questi giorni. E nell’ultima puntata due libri che non erano inclusi nella scelta fatta tanti anni fa. Ma tanti anni fa non sapevo tante cose. E poi mi sembrava, ancora una volta, che questi libri capitassero nel posto giusto e al momento giusto. I libri sono, Che tu sia per me il coltello di David Grossman e Lettera a D. Storia di un amore di André Gorz.
Non pensavo di scrivere tutte le puntate previste inizialmente e soprattutto non pensavo di riuscire a scriverle così velocemente. Questa storia si era rintanata in qualche angolo della memoria e, forse, aspettava solo un pretesto per venire fuori e rendersi palese. Spero vi piaccia.

Uno strano tipo si aggira tra gli stabilimenti balneari della calda estate pescarese.
Si chiama Jordi, un ragazzo di circa ventidue anni, forse spagnolo. Bermuda blu, maglietta bianca e sandali a occhio di bue. Capelli lunghi, neri, raccolti con un elastico rosso, un filo di barba, bocca grande e carnosa che racchiude denti perfetti e bianchissimi.
Trascina sulla battigia un carretto pieno di libri e giornali. Nessuno sa bene da dove è sbucato né perché tutti i giorni percorre chilometri di spiaggia trascinando quel pesantissimo carretto.
Quando si ferma, in poco tempo, riesce a radunare tante persone attorno a sé che resta ammaliata dal suo modo di parlare. Un parlare dal vago sapore latino, e lo ascolta, a volte, anche per due ore filate.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!». Così conclude le sue chiacchierate; poi, dopo aver regalato cinque libri, prende il carretto e ricomincia il suo girovagare su e giù per la riviera.
Chi l’ha incontrato racconta che è affascinante, colto, che parla bene l’italiano ma non è di queste parti.
Oggi ha fatto la spola tra “l’Ammiraglia” e il “Barracuda” e ha trascorso quasi tutta la mattina a leggere. Ha una pila di libri di Tondelli ed è tutto indaffarato a sottolineare e prendere appunti.
I primi ad avvicinarlo sono Massimo e Fabio, che solitamente occupano il campo da beach volley e non lo mollano fin quando non stramazzano a terra sfiniti.
«Ciao Jordi, di cosa ci parli oggi?» gli dicono allungandogli una Corona ghiacciata con l’immancabile fetta di limone.
«Pier Vittorio Tondelli da Correggio, Reggio Emilia, Italia» risponde tirando giù il primo lunghissimo sorso di birra.
«Lo conosco Tondelli, cioè l’ho letto. Parla di pere e gay» dice Giovanna, una stralunata e bianchissima ragazza di Montesilvano che non prende mai il sole prima delle cinque del pomeriggio.
«Tonterias señorita. Stupidaggini. Tondelli parla anche di amori omosessuali e di droga, ma parla soprattutto della vita. Dei ragazzi, dell’amore, così come della solitudine e della morte. Come puoi dire che dietro l’inseguimento a Lele in Pao Pao ci sia solo una storia di gay? O che in Altri Libertini si parli solo di pere e non di solitudine, di disagio, di voglia di comunicare in modi e forme diverse?»
E dopo aver visto che la sua risposta ha spiazzato Giovanna, tira giù l’altra mezza bottiglia di Corona masticando con soddisfazione la fetta di limone.
«Però Jordi, devi ammettere che il suo è un linguaggio aspro, a volte fin troppo diretto» ribatte Giovanna.
Come sarà il mio nuovo amore, si era chiesto innumerevoli volte Leo non appena aveva deciso di farla finita una volta per tutte con Hermann […] Con quale aspetto amore verrà a me, in quale corpo si mostrerà di nuovo? […] L’amore è assoluto, non si può comandare, accelerare, evitare, guidare. L’amore è totalità è pienezza. Per questo Leo sapeva che sarebbe di nuovo tornato a lui, ma quello che non sapeva era appunto il modo, l’accadimento con il quale amore avrebbe mostrato, di nuovo, il proprio volto.
«E questo ti sembra un linguaggio aspro e duro? Io penso che uno scrittore non si debba porre il problema di come descrivere le emozioni.»
Così Jordi, da grande istrione, rivolgendo lo sguardo verso la piccola folla che nel frattempo si è radunata, chiede a Giovanna: «Sei d’accordo?»¬
«Stavi leggendo un brano di Camere Separate, un romanzo molto delicato, quasi un’eccezione nel panorama tondelliano», risponde Giovanna a muso duro.
«Non sono d’accordo. Si potrebbe parlare utilizzando gli stessi termini di Rimini o di un Weekend postmoderno» eccepisce Daniela, la ragazza del bar, che nel frattempo sta allestendo il banco per gli aperitivi.
A questo punto Jordi capisce che la discussione è ormai ben avviata, e comincia a defilarsi indirizzandosi verso un gruppetto di ragazzi che sta ascoltando un po’ in disparte.
«E voi cosa ne pensate? Conoscete Tondelli?» dice guardandoli uno a uno, lo sguardo penetrante, quasi a voler leggere i loro pensieri.
«Io preferisco il Tondelli acuto osservatore della nuova condizione metropolitana che descrive la diffusione e la polverizzazione della città adriatica. Oppure il Tondelli che osserva il degrado dei centri storici» gli risponde Maurizio, un laureando in architettura di Manfredonia.
Quello che faceva da sfondo al grande terrazzo dell’Excelsior era solamente il doppio notturno di una città mai esistita in quella forma e in quella dimensione e soprattutto in quei tagli di luce così plastici e così artificiali. Con tutta probabilità, cinquecento anni prima, una città chiamata Firenze era lì realmente esistita. In quel momento invece si trattava semplicemente di una fra le tante città della notte in cui un occidente agonizzante specchiava la propria inevitabile fine: accendendo candele ai monumenti e al passato come si fa con le immagini dei morti.
E dopo aver letto tutto d’un fiato l’ennesima citazione, pescata tra un mucchio di fogli strappati dai libri, che custodiva in un’agenda di pelle nera, Jordi chiede un’altra birra a Daniela che nel frattempo ha finito di preparare il banco per gli aperitivi.
Del clan di Maurizio fa parte Fabio, anche lui laureando in architettura, «uno della fauna d’arte» come avrebbe detto Tondelli.
«Sai Jordi, io continuo a preferire il Tondelli che parla di noi, dei nostri mali e dei nostri amori. Dei nostri vizi, delle stronzate che facciamo e anche della nostra umanità.»
Jordi, che nel frattempo si è scolato un’altra birra, girandosi verso di lui, molto lentamente, annuisce, si china sull’agenda di pelle nera ed estrae l’ennesimo foglio. Questa volta legge con un tono diverso. La voce è più chiara. C’è più passione in questa lettura. Più trasporto.
Non è possibile tracciare un identikit del giovane d’oggi, se non dimenticando tutte le mode e tutti i discorsi già fatti […] Per tracciare un tale tipo di ritratto scaveremo nei weekend, nelle sottoccupazioni, nei doppi lavori. Andremo presso i ladri di polli, i giovani artisti incantati, scenderemo nelle strade provinciali e comunali, incontreremo finalmente una marea di giovani improduttivi e selvatici, incazzati e morbidi, ubriaconi e struggenti, di cui i giornali non s’occupano […] Questi sono per me i giovani. Questi i ragazzi che danno speranza. Questi sono la novità: i ragazzi che pensano e cercano nell’oscurità la propria via individuale, le proprie risorse, al di là del baccano, degli strombazzamenti, dei riflettori puntati, dei capelli e dei vestitini. Ho appena terminato un romanzo di John Cheever, Il prigioniero di Falconer. Ho trovato un’immagine molto bella che cito a memoria:«Farragut sentì crescere nel deserto che era ormai il suo animo un fiore. Ma non lo trovò. Per questa sola ragione gli fu impossibile strapparlo.» L’esperienza giovanile degli anni Settanta, suicidatasi per gran parte in fenomeni d’illegalità e di tossicomania, ha fatto il deserto. Ma in quell’ansia distruttrice, suo malgrado, non è riuscita a strappare quel fiore. Quel fiore è, lì, adesso. Quel fiore siete voi
Fa un lungo, interminabile respiro e poi Pfuuuuuuu; l’aria gli esce dai polmoni e impatta con quella umida e stagnante che avvolge Pescara.
Uno applauso parte dall’interno dello stabilimento balneare mentre tutta la spiaggia è attraversata da un brivido caldo, quasi un’eco della lettura appena terminata.
Jordi afferra un’altra birra e la butta giù con un solo sorso, tenendo gli occhi chiusi.
A un tratto, tra la gente che ha intorno, sbuca Rossella che gli piazza un bacio sulla fronte stringendolo a sé.
La folla si dirada, ognuno torna alle sue occupazioni. C’è chi insegue la propria donna, chi il proprio uomo, chi i propri figli, chi la propria ombra.
Jordi dà il via al rito del dono dei libri. Li regala a caso, senza guardare il titolo. Si fa guidare dal colore della copertina o dall’immagine o dal numero di pagine, e associa ognuna di queste cose alle facce delle persone che sono davanti a lui a chiedere libri, appunto.
Cinque è il numero di libri che regala. Cinque per ogni stabilimento.
E quando termina il rito, riprende il carretto e si allontana. Nell’aria sembra udirsi ancora la sua voce. È come sospesa, immobile. «Regalo sogni e realtà che costano nulla.»

[1. continua]

TONDELLI P., Pao Pao, Feltrinelli 1989.
TONDELLI P., Altri libertini, Feltrinelli 1987.
TONDELLI P., Rimini, Bompiani 1987.
TONDELLI P., Camere separate, Bompiani 1991.
TONDELLI P., Un week postmoderno, Bompiani 1993.

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La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano

«Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.»
Quando incontri questa frase nel romanzo d’esordio di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, capisci molte cose di ciò che hai letto fino a quel momento. E quando poi arrivi alla fine del libro e fai depositare tutto ciò che hai appena letto nella tua testa e aspetti ancora un po’ per goderti fino in fondo il piacere della lettura appena terminata, ti ritornano in mente gli anni del liceo, Giustiniano e una delle sue massime: nomina sunt consequentia rerum.

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Elogio di Zeman

«A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco.» Zdenek Zeman

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