Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Bruno Arpaia spinge la distopia oltre il romanzo precedente
Ci salveranno l’umanità, il senso di giustizia e di uguaglianza che albergano in molti esseri umani. Marta, Sara e Miguel, i protagonisti con i quali Bruno Arpaia apre la narrazione de “Il mondo senza inverno”, appartengono a questa categoria e lo sono anche grazie al lascito morale di Lino Delmastro, giunto cadavere dal libro precedente, “Qualcosa là fuori”.
Cosa era successo nel romanzo precedente? In una Napoli non più vivibile a causa dei grandi e repentini sconvolgimenti dovuti al cambiamento climatico, la sapienza di Livio, sospinto e sorretto dalla sua cultura, era riuscita a portare in salvo molte persone. Alcuni di questi, alla fine di un lungo viaggio a piedi e una volta giunti nell’unico posto ancora vivibile in Europa, la Scandinavia, erano stati accolti da Ahmed, cognato di Livio, l’unico in grado di aiutarli a risolvere i problemi della sopravvivenza.
«Percorsero stradine dissestate fiancheggiate da baracche e da casupole, lungo viali disadorni che fendevano selve di palazzi e moltitudini di gente sfaccendata […] fin dove si poteva spingere lo sguardo, si apriva l’enorme distesa di piazze, capannoni, strade, chiese e moschee, palazzi e grattacieli, case di tutti i tipi in cui formicolavano i quasi dieci milioni di abitanti di Trondheim». A Trondheim tutto ciò che si vedeva preannunciava il peggio.
Più della fame, più dell’ordine e della pulizia della città, si avvertiva la mancanza della luce gialla del sole, la trasparenza dell’acqua: temi sui quali Arpaia indugia molto nella sua scrittura. Una scrittura che, a differenza di altri suoi lavori, utilizza in alcuni casi una lingua molto vicina al parlato, capace di informare anche sulla provenienza dei protagonisti.
Sono trascorsi dieci anni tra il primo e il secondo libro e la differenza più evidente non è nelle mutate condizioni climatiche, ma nella mutata condizione umana. Il mondo capitalistico, per mantenere in vita sé stesso, ha plasmato una società divisa in cittadini di serie A (gli Ugm, umani geneticamente modificati), B e C, nella quale la tecnologia la fa da padrona. Ha creato cittadini Ugm ricchi, alti, indistruttibili, e due serie minori e subalterne, con diritti e possibilità differenti, destinate a soccombere.
Cambiano le coordinate di riferimento, restano invariate le aspirazioni dei singoli a una vita migliore, il contrasto all’ingiustizia, l’anelito alla libertà. Resta invariato anche lo strumento per ottenerle: organizzare la Resistenza.
In questo mondo senza inverno l’uomo ha affidato la propria sopravvivenza all’algoritmo, abdicando alle prerogative che lo avevano posto in cima alla piramide degli esseri viventi: il libero arbitrio. E se è vero che la tecnologia ha migliorato molte cose, in fin dei conti «quello che dava era molto di meno di quello che toglieva».
«Chi sa: comanda», sbotta Miguel quando, a scuola, scopre di non avere libero accesso a tutta la conoscenza perché non è un Ugm. «Chi sa è ricco; e noi costretti a essere poveri, poveri di sapere…». Ci fosse stato il maestro Livio Delmastro, gli avrebbe ricordato la lezione di don Milani e l’importanza di conoscere il maggior numero di parole possibile per ridurre la distanza dai ricchi.
E quando sta per iniziare una nuova fase della narrazione, uno dei protagonisti pesca dai suoi ricordi un’immagine che evoca l’inizio di una nuova era in un’altra grande narrazione: la fumosa fumeria di oppio di Chinatown che apre e chiude il capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America.
Dicevo della Resistenza. La chiamata alla rivolta coincide con una carestia che colpisce i cittadini di serie C, gli ultimi della scala sociale. Una battaglia, quella per acquisire cittadinanza e libertà, che non si combatte più con le armi convenzionali, ma con l’intelligenza artificiale supportata dalla cultura e da una profonda attenzione ai comportamenti umani. Ed è proprio dall’osservazione di questi comportamenti che prende avvio la rivoluzione.
Il tempo a disposizione è poco, perché l’algoritmo controlla tutto e obnubila i cervelli umani ogni giorno di più. Bisogna fare presto e riportare la persona al centro di tutto: «il collasso del mondo di cui ci avevano parlato qualche volta Marta e Ahmed non era un crollo che riguardava solamente il clima, ma era anche politico e sociale. Anzi di più: mentale, collettivo. Che ci toccava tutti, noi compresi».
Una storia che ci mostra ciò che potrebbe accadere nella realtà, ma che, a leggere bene tra le righe, parla molto dell’oggi, di ciò che sta già accadendo sotto i nostri occhi.
«Marta aveva assistito attonita allo sfaldamento dell’ultima finzione di Stato: per stanchezza, per inutilità. Quando la fine della specie era apparsa davvero come una possibilità concreta, l’urgenza non aveva saputo che farsene dei lenti e faticosi processi della democrazia e l’Occidente aveva tradito ancora una volta i suoi ideali di libertà».









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