Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Giovanni Gaggia ci spiega come nel libro “Com’è il cielo in Palestina?”
L’arte non è mai solo divertissement, se è solo quello non è arte. È rottura delle regole. Libertà di pensiero. Innovazione continua. È, per certi versi, la vita stessa. E dunque, in un tempo diseguale come quello che stiamo attraversando, se un artista non è schierato, non esprime attraverso l’arte il suo pensiero sul mondo, si può ancora definire artista?
È da qui che occorre partire per entrare in Com’è il cielo in Palestina? (Mar dei Sargassi Edizioni), un libro che racconta la genesi e lo sviluppo di un’opera d’arte relazionale e collettiva. Ma, soprattutto, racconta come un’idea possa trasformarsi in un processo capace di coinvolgere persone, luoghi, storie, assenze e conflitti.
«Tornare a fare domande. È un atto politico, un punto di contatto, perché la guerra, oggi, vive anche della loro negazione. Le domande, invece, interrompono, mettono in crisi, costringono a prestare ascolto». È questo un buon punto di partenza per cominciare a comprendere meglio e tutto.
L’opera relazionale alla quale Gaggia ha lavorato parte da una domanda: «Com’è il cielo in Palestina?». La domanda che Gaggia rivolge ai palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza, attraverso il coinvolgimento di Iyad Twal, rettore dell’Università di Betlemme, trova una risposta che diventa arte attraverso la cucitura, il ricamo, su una bandiera palestinese.
Un gesto apparentemente semplice. In realtà, il punto di arrivo e insieme di partenza di un flusso continuo di riflessioni a più voci e più penne sulla guerra, sul senso dello stare al mondo, sul ruolo che l’arte, sia essa pittura o letteratura, musica o altro ancora, può avere nelle vicende umane.
L’opera nasce, parte, ritorna e riparte da Casa Sponge, artist-run space e luogo di accoglienza per artisti e viaggiatori, nei pressi di Pergola, in provincia di Pesaro Urbino. Nelle Marche, nel cuore dell’Appennino. Si nutre degli incontri, dei conflitti, della vita quotidiana. È un processo in divenire che non ha una traiettoria predefinita. Ha una direzione, un senso di marcia, ma non una traiettoria.
Si alimenta di persone. Di vita e anche di morte. Morti lontane e morti vicine. Morti premature. Morti che avvicinano e creano connessioni. E cieli. Cieli stellati sopra di noi.
«Custodire il bello non come ornamento, ma come responsabilità», scrive Gaggia. È la seconda chiave per comprendere il senso dell’opera e, forse, il senso stesso dell’arte.
È l’arte che si assume la responsabilità del cambiamento. Gaggia lo ricorda attraverso Guernica di Pablo Picasso e Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut: un quadro e un romanzo, due opere profondamente diverse, accomunate dalla capacità di interrogare la guerra e l’uomo.
E poi Antonio Gramsci: «Vivere significa partecipare e non essere indifferenti a quello che accade». E ancora Eraclito, con l’invito a «destare i dormienti».
L’arte diventa rito collettivo, «facilitatore di relazioni umane e di crescita», ma soprattutto si nutre delle tante persone che Gaggia incontra lungo la strada e di cui lascia traccia nel libro. Le loro storie non sono un semplice contorno: costituiscono il tessuto connettivo del racconto e, insieme, l’anima stessa dell’opera Com’è il cielo in Palestina?.
Tra le persone citate e raccontate più approfonditamente c’è Marcella Russo. Un’amica comune che, anche se non è più con noi, continua a creare connessioni. Come quella che si sta stabilendo tra chi scrive e Casa Sponge.
È forse proprio qui che il libro rivela la sua natura più profonda. Il progetto e la realizzazione del volume non sono meno importanti e significativi dell’opera d’arte stessa. Il libro ne racconta la genesi, ne segue lo sviluppo, registra incontri e pensieri, restituisce il movimento di un processo che non si conclude nel momento in cui l’opera viene realizzata. Conserva e rende visibile ciò che normalmente resta fuori dall’opera: le relazioni che l’hanno resa possibile.
«Da quassù la terra è bellissima, senza frontiere né confini», disse Yuri Gagarin, il primo uomo a volare nello spazio. Lo stesso panorama, in fondo, si gode dalla collina di Mezzanotte, a Casa Sponge. Perché l’arte, quando riesce a farlo, non cambia soltanto ciò che guardiamo. Ci aiuta a vedere meglio. E più lontano.








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