Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Una riflessione sentimentale e politica nel nuovo libro di Anna Rizzo, “I paesi invisibili”
Leggere Anna Rizzo ne I paesi invisibili è come leggere il resoconto di un esploratore in terre sconosciute. Eppure, Anna Rizzo scrive dell’Appennino, del cuore d’Italia. Perché, allora, questa sensazione di estraneità? Perché abbiamo davanti un mondo che non conosciamo più?
Forse perché non siamo più abituati a guardare, ad ascoltare, a parlare con chi abita quei luoghi. Perché sull’Appennino è in atto una trasformazione profonda, alimentata da ingenti risorse pubbliche. «Per questo molti sindaci, amministratori, architetti impegnati a trasformare paesi in alberghi diffusi prima mi attaccarono, poi capirono che avevo toccato un tasto dolente», scrive Rizzo.
Con i soldi del PNRR sono arrivati progettisti che non hanno mai progettato altro che carte, prenditori locali, venditori di fumo. Per costruire il futuro, bisognerebbe innanzitutto cacciare i mercanti dal tempio e affidarsi a chi opera sul campo con professionalità riconosciuta e, soprattutto, ai cittadini che continuano a presidiare quei territori. E a politici competenti.
Chiamare ogni paese con il proprio nome e leggerlo in profondità è la premessa di questo sforzo intellettuale che mi trova in sintonia. Chiamare le cose con il proprio nome dà forma alla realtà. Rizzo sostiene che non ci siano lavori scientifici capaci di raccontare cosa siano diventati oggi i paesi. Giriamo questa affermazione alle università italiane. Perché le amministrazioni pubbliche non commissionano questi studi?
Si parte da quello che c’è, dalla realtà delle cose: da progetti concreti come il sistema di accoglienza dei migranti finalizzato al ripopolamento di Riace, il paese di Mimmo Lucano.
Partire da progetti micro, scrive Anna Rizzo, è l’unico modo per entrare in contatto con le dinamiche di chi abita i piccoli paesi dell’Appennino. Se non si parte da chi c’è e da quello che fa, qualsiasi strategia è inutile, e persino dannosa.
L’errore più frequente dei prenditori di professione è proporre idee e progetti che vanno bene ovunque, interagendo poco o nulla con chi abita quei paesi. C’è bisogno di progetti pensati e realizzati con le persone che mantengono e custodiscono i paesi. E invece accade il contrario, soprattutto con molti soldi pubblici a disposizione.
Prima di progettare bisognerebbe chiedersi perché i paesi si spopolano, perché i giovani se ne vanno.
«I piccoli paesi non sono altro che gruppi di famiglie e di parentele dove quasi tutti si conoscono e agiscono in maniera corporativa». Comprendere questo sarebbe già un buon punto di partenza.
Pochi progetti hanno come obiettivo il riequilibrio delle disuguaglianze («la storia di chi è partito racconta il margine a cui apparteneva»). Spesso, al contrario, acuiscono la distanza tra ricchi e poveri, trasformando gli abitanti in pubblico non pagante e non protagonista.
Qui risiede il fallimento di tante ricette proposte da prenditori di risorse pubbliche. Non c’è bisogno di «creare palinsesti culturali da vendere», scrive Rizzo: «i paesani cooperanti sono un mito». Bisogna invece affrontare le disuguaglianze e dare voce e respiro ai paesani.
Ci si concentra quasi esclusivamente sulla dimensione turistica come panacea di tutti i mali, ma questo elude la questione dei diritti e dunque delle disuguaglianze. Un paese diventa così un luogo da consumare, non una comunità nella quale vivere.
La testimonianza di Viola, di Anversa degli Abruzzi, mostra quanto sia difficile smontare il mito di un’Arcadia appenninica senza conoscere davvero i luoghi e le persone che li abitano.
«La toponomastica dei paesi la sceglie chi ci vive», scrive Anna Rizzo.
Chiamiamo i paesi con il proprio nome e lasciamo in pace il termine borgo («adesso il termine borgo ricerca purezza»). Studiamoli non per renderli «dei fondali instagrammabili», ma per capire cosa sono diventati e quali possibilità abbiano.
Un paese ci vuole, ha scritto Cesare Pavese.
Necessario, luogo del presente, della memoria e del futuro.
Un paese così ci vuole.









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