Riassunto. Sergio riordina con un criterio molto personale l’ordine dei fatti culminati nell’uccisione di Zosia. Nella sua narrazione, torna sempre sulle conversazioni avvenute il giorno prima a casa di Andrea e Bruna. Intanto, però, il ritrovamento del cadavere innesca l’indagine.
Nessuno di noi aveva un alibi. Peggio ancora, nessuno di noi poteva confermare le dichiarazioni degli altri. Perché nessuno di noi si trovava in compagnia all’ora presunta in cui Zosia era stata uccisa.
Sempre che non l’avesse fatto uno sconosciuto o una torma di predatori umani, dalla mano pesante e dal carattere irritabile in un attacco di delusione.
L’onere, la pena o il merito di trovare il cadavere di Zosia attaccato dai gabbiani era toccato a Lorenzo. Lui correva ancora, malgrado gli anni trascorsi da quando vinceva ai cento metri nei tornei d’istituto. Qui, approfittava dell’alba sull’arenile compatto per non rinunciare alla sua consuetudine di aprire il giorno in velocità.
A me non piace correre. È da lepre o da coniglio. Preferisco passeggiare. Anche in pendenza, fra i pini che si susseguivano fin quasi sulla sabbia.
Bruna e Roberta erano scese a piedi sul litorale, in direzioni opposte. La prima verso il mercatino che occupava un poggio a strapiombo sul mare. La seconda verso la litoranea, diretta al breve assembramento di negozi fra gli alberghi e i condomini.
Andrea aveva preso la macchina. Anche Federico. E nessuno dei due si era preoccupato di altro che mettere in moto e fare manovra per togliersi dal piazzale antistante la villa. D’altro canto, nemmeno le donne e Lorenzo avevano ritenuto di dover informare sulle rispettive uscite. Normale. Viviamo senza accorgerci che tutte le nostre azioni possono costituire argomenti di indagine e ogni cosa un indizio. Il che risponde al problema che si pone Raskòl’nikov in “Delitto e castigo”: «Perché quasi tutti i delitti saltano fuori e si scoprono, e le tracce di quasi tutti i delinquenti si delineano così chiaramente?»
Inoltre, l’unico a poter giustificare la sua levataccia era Lorenzo, notoriamente devoto all’esercizio fisico. Ma neanche questo serviva da alibi. Anzi, accresceva i sospetti a suo carico, qualora vi fosse premeditazione. Approfittando della sua risaputa passione per la corsa, era andato fuori con il sole ancora basso e l’intento di uccidere.
Nella concitata rincorsa mnemomica che poi impegnò tutti nel ricordare il proprio orario di uscita dalla villa, sfuggì un dettaglio. Ci aveva comunque preceduto Zosia. Era stata lei a scendere per prima di casa. Uno qualunque di noi sei l’aveva poi seguita per ucciderla.
Lorenzo correva sulla battigia compatta quando aveva adocchiato lo stormo di gabbiani dai pigolii affamati. Picchiavano tutti verso un punto ai piedi della pineta, dove gli alberi mettevano radici sull’ultimo tratto di terreno, prima delle rocce e della spiaggia.
Il cadavere di Zosia l’aveva riconosciuto dai vestiti che portava. Quelli del giorno prima: un maglietta sbracciata e un pantaloncino di tela.
Si era fermato a non pochi metri dallo scempio. Con la mano in automatico al cellulare, sul quale avevo composto il 112.
Io ero arrivato dalla direzione opposta, camminando.
Lui mi aveva indicato il pasto degli uccelli con il mento e un pallore che gli schiariva l’abbronzatura di vacanze già consumate su altre coste.
– Non ti avvicinare. I gabbiani possono aggredire.
Raccomandazione superflua. Avevamo rivisto insieme “Gli Uccelli”, di Alfred Hitchcock.
Per liberare il corpo di Zosia da quei becchi affamati, dovemmo attendere i carabinieri sul loro corteo di due fuoristrada che segnarono la riva con il passaggio di gomme pesanti.
Sotto la ferrovia, si formava un ponte che dava l’accesso alla spiaggia dalla provinciale. Tre chilometri abbondanti fino al cadavere e a noi. Il primo a scendere fu il capitano. Ordinò a un graduato di sparare in aria per disperdere i gabbiani e i quattro colpi di automatica furono gli unici della vicenda, sebbene per compiere l’omicidio fosse bastata una mano nuda. Da individuare.
Il capitano Montichiari confermava la simmetria capovolta con cui lo stato disloca gli ufficiali dell’Arma: meridionali al nord e settentrionali al sud. Un bresciano già solenne e brizzolato a meno di quarant’anni non era esattamente in tema qui, sulle rive basse dell’Adriatico. Ma neppure in una barzelletta sui carabinieri.
Quando sentenziai che Zosia era stata uccisa, senza nemmeno avvicinarmi al cadavere, mi assorbì con un’occhiata. Ci incamminammo verso i resti della necrofagia e Montichiari prese il cellulare, scambiando impressioni con un “dottore” all’altro capo della linea.
– Di solito ci si aspetta una procuratrice trentacinquenne – lo stuzzicai.
– Sono tutte impegnate con la delinquenza organizzata. E il sostituto competente mi ha delegato. Dovrà accontentarsi di me.
Nonostante il lavorio dei gabbiani, l’ecchimosi sulla nuca di Zosia si notava alla perfezione.
– La causa di morte – esposi al capitano Montichiari. – Un fendente le ha spezzato il collo. Prima di cadere sulla spiaggia, per lei era già finita.
L’ufficiale mi dedicò soltanto la visione periferica dei suoi occhi: – Conosce il mestiere.
Non un complimento. Il principio di un’accusa.
Sperai di scagionarmi: – Faccio il consulente per la Farnesina. Per andare in posti sconsigliati, seguiamo corsi di pronto soccorso e traumatologia.
Montichiari si volse a Lorenzo: – Anche lei è del ministero?
– No. Ho una finanziaria.
Con gli altri, fummo acquisiti nel successivo fascicolo aperto dal capitano. Mi figuravo tutti, scremati dal corredo anagrafico e ordinati per cognome.
Cansiano Andrea: dirigente ASL.
De Carlo Bruna, coniugata Cansiano: pediatra.
Gentile Federico: informatore sanitario.
Javrosky Zosia, convivente del Gentile: disoccupata.
Losito Lorenzo: operatore finanziario.
Morrese Roberta, coniugata Losito: insegnante elementare.
Valenzano Sergio: ministero degli esteri.
Restammo a vegliare su Zosia, sfigurata dai gabbiani, fino all’arrivo del mezzo che doveva prelevare il corpo. In volo. Un elicottero anfibio della guardia costiera utilizzato per il soccorso in mare. Melodrammatica ed eccessivo, malgrado la mia preferenza degli apparecchi ad ala rotante come mezzi di trasporto. Posandosi sulla risacca, accrebbe la desolazione del litorale disertato dai bagnanti. Veniva il dubbio che non se ne fossero andati per la chiusura delle vacanze ma perché avevano presagito l’uccisione di Zosia.
Riassunto.La rimpatriata di fine settimana fra Sergio, Andrea, Bruna, Lorenzo, Roberta, Federico e Zosia, finisce con l’assassinio di quest’ultima. Per risalire al movente, non resta che analizzare i rapporti all’interno del gruppo. E lo fa Sergio, il narratore.
Zosia da sola nella pineta poteva avere attratto un balordo o un branco.
Eppure la sua morte aleggiava dal giorno prima. Negli sguardi e nelle parole che le si appuntavano addosso.
Roberta rimproverò a Zosia la sua linea inattaccata dai cedimenti che le donne di marca occidentale sviluppano da giovanissime: – Dev’essere la vostra alimentazione. – Alimentazione con due zeta, per calcare il concetto e la cadenza locale.
Bruna rimestava nel “bigos” e nella discussione: – Non credo. Le calorie dello stufato sono tantissime. A mangiarlo almeno due volte alla settimana, come dice Zosia, si vedrebbe l’effetto. È proprio il fisico che cambia.
– Sì – rimarcò Lorenzo. – Mio nonno raccontava delle profughe polacche…
– A quei tempi erano magre anche le profughe italiane – lo interruppe Federico con il gusto dichiarato della contraddizione, non per difendere Zosia.
– La bellezza varia da un posto all’altro – insistette Bruna, con gli occhi su tutti e il resto di se stessa impegnato nello sforzo di evitarmi.
– Però, a cucinare, cucina bene – si complimentò Andrea, aggiungendo una scorta proteine animali al suo principio di obesità, con una forchettata di “bigos”.
Lorenzo si accese una sigaretta di metà pasto, dispersa dalle folate di brezza che salivano dal mare.
Oltre la ringhiera della balconata, i tetti e i giardini della altre ville digradavano in basso fino alla litoranea. Il mare tagliava l’orizzonte con una striscia netta di azzurro più cupo di quello del cielo. Faceva caldo, ma non c’era foschia.
– Tu, come va? – mi chiese Federico.
– Normale.
– Che ci sei andato a fare lì?- indicò la busta con la bandiera nazionale, abbandonata in un angolo della balconata ai refoli di brezza marina.
– Un convegno.
Roberta e Bruna seguitavano ad accanirsi nel martirio di Zosia.
– Perché spendo una cifra in palestra, se poi mi vengono i nervi a infilare un costume che non nasconde le smagliature?- recriminò Roberta.
Era perfino attraente, con il pareo firmato che costava cento volte il prezzo di quelli venduti dagli ambulanti. Le smagliature le aveva nell’equilibrio personale. Si rifiutava di cedere il passo a una nuova concorrente, sulla piazza dell’immaginario maschile.
– Io ci ho rinunciato, alla palestra – ammise Bruna, accendendosi anche lei una sigaretta.
Era meno procace di Roberta. La riscattavano gli occhi e il naso, svirgolato all’insù. Tre dettagli che mi avevano regalato innumerevoli notti di insonnia.
Federico si alzò, scostando all’indietro la sedia, che stridette sul pavimento della balconata.
– Voi, scusate la mano pesante, non capite. Non capite proprio. – Si rivolgeva a Roberta e Bruna, associando nell’accusa tutte le donne di marca occidentale. Prima fra tutte, la sua ex moglie. – Zosia viene da una situazione differente. Le smagliature, le palestre, le diete, lì sono tutte parolacce.
– Vero – lo sostenni.
– Tu sei l’autorità in materia – mi lanciò addosso Andrea, risentito.
– Quale materia? – si informò Lorenzo.
– Tutte – asserì Bruna, rafforzando la tesi del marito.
– Però, voi sta qui a festeggiare mormorò Zosia, con il capo chino sul suo piatto di “bigos”. – Invece litiga. Per colpa mia.
Succede sempre che quando in molti si discute a voce alta, un’uscita sommessa ottiene il silenzio.
-Non litighiamo – la corresse Federico. -Tanto meno per colpa tua. Sei un oggetto d’interesse.
– Oggetto? – rilanciai.
Federico sbuffò: – Ho bisogno di un giaciglio per la controra. Lo sapete, no? Per me fa notte due volte al giorno.
Era lo stesso anche per noi.
L’ennesimo inconveniente delle ville al mare sta nella sottigliezza delle pareti. Perciò, nel pomeriggio, dovetti sorbirmi in audio l’esecuzione di Federico a letto con Zosia. Un assolo, e lei unica spettatrice, indifferente.
All’imbrunire, mi sorpresi da solo, poggiato sulla ringhiera della balconata. Di spalle al panorama, nella stessa maniera di Zosia prima degli aperitivi. Ciò che intendevo rimirare sedeva sul divano in similpelle della sala, con una rivista dell’anno prima arricciata dall’umidità invernale.
– Sono usciti tutti? – chiesi a Bruna.
– Stavi qui. Non li hai visti?
– Stavo qui, ma non c’ero.
Bruna gettò la rivista arricciata nel caminetto: – Dovresti smetterla di rispondere alla telefonate di Andrea, quando ti
invita qui. Sarebbe meno penoso per tutti.
– Oppure più comodo.
– Senti, Sergio. Le trattative fra noi due si sono chiuse il giorno che sono andata a firmare in comune la promessa con Andrea.
– Con Andrea e uno stipendio da direttore dell’ASL.
– No, con Andrea e la sua solidità di uomo, a prescindere dal reddito. Tu eri un ragazzo che si rifiutava di crescere. E lo rimarrai. Sempre. Anche la tua difesa di Zosia, a tavola.
– Ho pronunciato solamente due parole.
– Bastavano. Hai spalleggiato Federico nei confronti di quella irresponsabile che è venuta qui a sfasciare una famiglia.
– La famiglia in questione era già sfasciata. E il viaggio all’est l’ha fatto Federico. Per rimediare una schiava. Mentre Zosia potrebbe dare lezioni di maturità a Carla, che ci ha messo il doppio dei suoi anni per capire che il corpo non basta.
– Non parlare di Carla, che probabilmente tirava anche te, quando non scrivevi poesie per me. Lo sai che grazie a Federico non è andata all’università, e adesso deve fare la bidella per rimediare i soldi dell’affitto, senza nemmeno dei figli come sostegno.
– Cioè non può pretendere più alimenti.
Bruna si alzò, afferrando l’icona della Madonna Nera: —Io non sono quella che adoravi. Non lo sono mai stata. Nemmeno Carla, a suo tempo.
– Non credo che Federico provasse per lei sentimenti così elevati.
– Tu e lui siete molto più uguali di quello che appare.
– Non fisicamente, spero.
Bruna lacerò l’aria greve della sera con una risata improvvisa, che si prolungava all’interminabile. A tratti scemava, per riprendere, convulsa.
– Fammi ridere con te – la sollecitai.
Bruna smise: – Ti importa del fisico, no? Come tutti. – Mise la Madonna Nera accanto alla rivista accartocciata: – Chi ha avuto l’idea di questo fine settimana?
Smisi di provocarla. Per lasciarla sbollire. Adesso, se mi rigiro quella sua domanda nei pensieri, so la risposta. Chi aveva avuto l’idea di quel fine settimana mirava a una cosa sola: uccidere.
Riassunto. Alcuni amici si ritrovano per il fine settimana in una villa al mare. Sono Andrea e Bruna, i padroni di casa, Lorenzo e Roberta, Federico e Zosia, e Sergio, il narratore. Dietro la cordialità del pranzo devono nascondersi dei retroscena preoccupanti, perché il mattino dopo sulla spiaggia viene ritrovato il cadavere di Zosia.
La matematica vale anche per gli esseri umani.
Ciascuno di noi è la somma di variabili non infinite. E si può sempre elaborare un teorema per spiegare come siamo fatti.
Specialmente se si comincia con un aperitivo e si finisce con un cadavere.
Io, che a scuola non capivo i numeri, avevo imparato a usarli per la mia professione. Ora mi sentivo abbastanza ferrato.
Il giorno prima che Zosia venisse straziata dai gabbiani sulla spiaggia, lei era meno scomposta. Ma non per questo più viva. Anzi, ritta controluce sulla soglia della balconata, aveva una fissità che anticipava il rigor mortis sfoggiato poi, distesa all’obitorio.
Era l’unica di spalle al panorama. Espresso in numeri: una su cinque.
Gli altri si assiepavano sulla balconata intorno agli aperitivi con versi e risate da cani che si disputavano avanzi.
Io, all’interno, cercavo di posare le chiavi, l’orologio e il portafoglio. Tre elementi, nuovi numeri. Teorema su di me: lo faccio sempre in una casa non estranea.
Quella di Andrea e Bruna aveva la peculiarità di tutte le ville al mare. La sala sviava verso la balconata, per evitare assembramenti su una superficie piuttosto ridotta. L’arredo rustico era incongruo. Il caminetto non serviva a granché d’inverno, se non a portare dentro l’aria umida del maestrale.
Lasciati i miei averi portatili su una cassapanca, sollevai il sacchetto di plastica sul quale campeggiava una bandiera nazionale.
– Bruna – chiamai.
Lei, anziché rispondermi, alzò nella mia direzione un bicchiere in cui spumeggiava qualcosa di giallo.
Per andare da lei, mi toccò sfiorare Zosia, sulla soglia: – Scusa.
– Sergio – il coro smozzicato di voci.
– Lui è un cammello – mi canzonò Federico, avvinghiando Zosia e trascinandola sulla balconata. – Regge senza bere per chilometri e chilometri.
Numeri anche questi.
– Un pensiero. – Porsi a Bruna la busta con la bandiera nazionale.
– Dall’altro capo del mondo – interloquì Lorenzo.
– No. Da molto più vicino – lo corressi, indicando la bandiera.
Lorenzo la identificò: – È di là che venivi, quando mi hai risposto al cellulare dall’aeroporto?
– Una tappa – precisai.
Bruna accettò il regalo con un sorriso incrinato e tirò fuori dalla busta l’involto che conteneva. C’era da disfarlo, senza spargere i trucioli di polistirolo dell’imbottitura. Lei ci riuscì, con il sorriso che si incrinava sempre di più, per lasciarle sul viso frammenti di apprensione. Dall’unità ai numeri decimali. Altra matematica.
Il quadro di legno che venne allo scoperto era una replica costosa dell’originale, con la firma di un celebre realizzatore di icone.
– La Madonna Nera – svelò Andrea, prendendo la moglie per un braccio.
– Tutte le Madonne dovrebbero essere nere, come quella autentica – precisai. – “Nigra sum, sed formosa”. In Palestina, il colore della pelle non era quello anemico delle donne medioevali cui si ispiravano i pittori nostrani.
– Il pozzo di scienza sta per traboccare – mi omaggiò Federico, stringendosi Zosia che contrasse le labbra in una smorfia di fastidio.
Lorenzo e Roberta rimirarono la Madonna Nera tra le mani di Bruna e annuirono con approvazione.
– Questo è un regalo – convenne Andrea, liberando il braccio della moglie.
– Un pensiero – ripetei.
– Lo so già che abbiamo creato un allineamento magico, con questa giornata – decretò Federico, mollando Zosia. – È stata un’idea da premiare.
In realtà, nessuno ricordava più chi l’aveva avuta. Con gli anni, le chiacchiere ai cellulari sostituivano quasi del tutto le nostre frequentazioni. Ogni tanto, però, bisognava stare insieme. Fisicamente. Almeno per tornare a fiutarci gli uni con gli altri, per non scordare i nostri odori.
Zosia ne aveva uno molto più recente. Sentito per la prima volta cinque anni prima, al ritorno di Federico dalla Polonia. Ci era andato per un viaggio di nozze al contrario, che lui chiamava “luna di bile”, con cui festeggiare il suo divorzio da Carla.
Federico aveva giocato troppo a calcio e tendeva a risolvere tutto con i piedi. Così aveva sbattuto fuori di casa una moglie che lui considerava ormai complicata solo perché non era più la bellona di paese corteggiata e sposata venticinque anni prima. Paradosso di un’epoca che trasformava molti in imbecilli e aiutava una donna vistosa ad accorgersi di se stessa, oltre il suo corpo. Federico non poteva sopportare l’ex bambola di carne divenuta problematica e in cerca di spazi più vasti del letto da scaldare al marito. Gli era bastato cambiare modello e cilindrata. Aveva optato per la produzione dell’est. E anche il rapporto fra Carla e Zosia comportava dei numeri. La polacca ne aveva parecchi in più.
Bruna sparecchiò il tavolo dagli aperitivi e Andrea preparò per il pranzo. Che non nasceva sul posto. Lorenzo e Roberta avevano portato la teglia del timballo e Zosia il resto. Specialità polacche, dall’originario e radicato “bigos”, stufato di carne, cavoli e crauti, aromatizzato con prugne secche e spezie, ai “golabki”, involtini di cavolo (ancora) ripieni riso, e per completare i “pyzy”, gnocchi extralarge di patate. Non esattamente il migliore menù per un pranzo di agosto, anche se in coda al mese. Volevano compensare in anticipo per la tavolata natalizia cui sapevamo di non poterci ritrovare. E comunque, era escluso un giudizio di Alain Ducasse o di altri chef della sua caratura.
-Le altre ville sono vuote – constatai, intaccando la mia porzione di timballo con una voracità rimasta anche quella all’adolescenza.
-Dopo il ferragosto, se ne vanno tutti. Ma ormai sono sempre di meno – mi aggiornò Bruna, definitivamente incrinata. – Molti vorrebbero vendere.
– Il mondo è diventato più grande – si rallegrò Federico. – O più piccolo, dipende. -Assestò un’occhiata in tralice a Zosia.
– Noi non vendiamo – ci rassicurò Andrea.
– D’altronde, c’è meno ressa, più intimità – opinò Lorenzo.
– Ma sì. In pochi, si ha il campo libero. – Ancora un residuo calcistico nel parlare di Federico.
– Il campo libero per cosa? – domandai.
– Per tutto – mi liquidò Federico.
Anche per uccidere Zosia.
Quel tratto della conversazione a tavola, avvenuta neanche ventiquattro ore prima, mi scorreva a ripetizione nella testa mentre osservavo il cadavere finalmente sgombrato degli uccelli.
Che strano ripensarci ora, quando tutto è già successo.
Avevo una convinzione: certi panorami possono uccidere. Nel senso che la loro bellezza elimina la necessità della presenza umana. A contemplarli, ci si sente inutili, con la voglia di sparire. Invece, fra le pinete che si affacciano sul mare la morte aveva assunto la sua parvenza più propria.
Quella di un corpo in decomposizione.
Andrea e Bruna, i padroni di casa, ci attendevano nella loro villa. Lorenzo e Roberta venivano dalla superstrada, che sbucava più in alto e ridiscendeva a tornanti attraverso gli alberi. Federico e Zosia, preferivano la litoranea, più trafficata ma solare e caratteristica, specie nella salita che si inerpicava fra le casupole del borgo abbarbicato sulle rocce. I pescatori le affittavano a villeggianti capaci di scambiare i disagi per semplicità. Dopodiché, il percorso tornava in piano, con quei chilometri tra la spiaggia libera e la ferrovia, fino alla zona residenziale nella pineta, dove avremmo trascorso il fine settimana.
Io facevo ancora un’altra strada. La più difficile. Perché non passava nello spazio, ma nel tempo.
Era il tentativo di riprodurre le condizioni della mia adolescenza. Una pratica che ormai applicavo a tutto, da sempre. O meglio da quella stessa adolescenza verso la quale non erano possibili svolte a U sull’asse della freccia temporale. L’unico modo per violare le leggi della fisica stava nel tornare indietro con la mente. Molto più che ricordare e basta. Protendersi nel passato con ogni risorsa interiore.
In questo caso, si trattava di riprendermi un amore sfuggito nelle maglie di quella rete che l’esistenza cala addosso a chiunque, impedendo le mosse alternative, quelle che potrebbero modificare tutto e realizzare le aspirazioni.
Certo, esisteva anche un tracciato, che seguivo. Lo stesso sul quale arrancavo molti anni prima, con una moto da cross di seconda mano. Era la provinciale ormai quasi dismessa che tagliava i centri interni del promontorio e finiva nella pineta, diramandosi nell’intrico dei viali asfaltati e in forte pendenza lungo i quali si allineavano le ville. Ognuna con la propria loggia o balconata sul versante costiero. La veduta rimaneva la stessa. Cambiavano soltanto l’altezza e l’angolazione.
La villa di Andrea e Bruna sorgeva alla metà esatta del ripido pendio. Alle spalle, costruzioni liberty degli anni trenta, dimenticate dagli eredi dei proprietari e troppo costose per il mercato immobiliare. Di sotto, qualche complesso a schiera, d’imitazione mediterranea, con gli intonaci a bucciati da rifare per l’erosione marina.
Parcheggiai il SUV noleggiato all’aeroporto di Fiumicino sotto l’ombra di un pino che sporgeva dal muro liberty più vicino.
Sul piazzale davanti all’ingresso della villa, l’entrata di Federico avvenne con uno stridore delle gomme del suo coupé, che divelsero il pietrisco del fondo stradale più logoro e scatenarono una tempesta di polvere su piccola scala.
– Con tanto spazio sul lungomare – si lamentò con i piedi a terra. – Dovevano costruirsi la villa in cima al mondo.
– I panorami bisogna conquistarseli – fu il mio saluto.
Zosia scese dopo essersi data un’occhiata allo specchietto incorporato nell’aletta parasole.
Erano spaiati. Di più. Stonavano nella stessa macchina, nello stesso piazzale e nella stessa vita.
Lui basso e tarchiato, calvo, con i resti di una gioventù da calciatore di promozione nei polpacci robusti che gli spuntavano dai pantaloni corti. Lei alta e un po’ trascendentale con quei capelli biondo cenere cortissimi.
– Ciao, Sergio – mi salutò Zosia. Il suo accento polacco sembrava coltivato accuratamente per resistere all’italiano.
Spaiati, sì.
Ma il più spaiato ero io.
L’auto di Lorenzo e Roberta guadagnò lo slargo senza melodrammi. E anche loro, scendendo, diedero un’impressione di sobrietà che era l’opposto di quella offerta da Federico e Zosia.
Lorenzo conservava la sua solida snellezza da primatista dei cento metri ai tornei d’istituto nella linea regolare e decisa del tronco. Roberta, un fulgore corvino di sinuosità e morbidezza, era tutta nel suo sorriso per nulla appannato.
Andrea e Bruna, che vennero ad accoglierci fuori dal cancello, rappresentavano la via di mezzo fra la disparità grossolana di Federico e Zosia e l’equibrio riposante di Lorenzo e Roberta.
La loro era una coppia che intrigava.
Andrea, un po’ tendente alla pinguedine da scarsità di esercizio, sovrastava Bruna, minuta ma non fragile. Le passava spesso un braccio intorno al collo. Non solo se io fissavo gli occhi su di lei un istante in più del dovuto. Anche se Federico smetteva di sorreggere Zosia per la schiena e scendeva con le pupille sui fianchi di Bruna.
Io ero il meno guardato di tutti.
Però non si parlava che di me.
Di me che facevo il diplomatico. Di me che volavo nei posti che gli altri vedevano in televisione. Di me che si sapeva cosa dovevo diventare.
Avevo rinunciato definitivamente a spiegare che non facevo il diplomatico, bensì l’analista politico. Che nei posti dove capitavo, la peggiore difficoltà sorgeva sempre dalla ressa di turisti in cerca di avventura. Che non avevo mai saputo cosa dovevo diventare. Tanto meno ora che c’ero riuscito.
– Quando le persone che passano il tempo a girare il mondo trovano un fine settimana per dedicarsi agli amici, è festa solenne – decretò Roberta.
Per gli altri, suonò da invito a entrare nella villa.
Era mezzogiorno. Sulla balconata erano già pronti gli aperitivi. Insieme ai discorsi con i quali si vorrebbe riempire il vuoto che si apre da un momento all’altro fra persone incapaci di parlare perché non hanno pensieri da condividere.
Funzionava benissimo.
Peccato che fra noi fosse il contrario.
Quei discorsi servivano a coprire i troppi pensieri che avevamo da condividere e che, prigionieri nelle nostre teste, brulicavano urtando contro le pareti interne delle scatole craniche. Uccelli prigionieri che sbattevano le ali e uscirono allo scoperto il mattino dopo.
Erano le frotte di gabbiani che beccavano il cadavere di Zosia, ai piedi della pineta, nel punto in cui gli alberi finivano sulla spiaggia.
Per lei, si concludevano tutte le possibili settimane.
Un mio amico, uno scrittore, ha deciso di regalare agli amici di culture metropolitane un racconto. È un giallo a puntate che è stato pubblicato la scorsa estate su un importante quotidiano italiano. Anche qui sarà pubblicato a puntate a partire da oggi. La prima, delle sei puntate previste, è preceduta da un mia recensione. Prima di partire con la lettura un grazie a Enzo Verrengia, anche da parte vostra, che ci regala queste belle pagine.
Zorro, Andreotti e la condizionale
Marco Travaglio nella sua rubrica su L’Unità, Zorro, si occupa di Giulio Andreotti. Del suo novantesimo compleanno e di come lo ha festeggiato la Rai, radio televisione italiana, nella trasmissione televisiva Porta a Porta.
Un resoconto esilarante, puntuale e, per certi versi, tragico e nello stesso tempo comico.
«No, non andrò all’insediamento di Obama: non sono andato a quello di Bush e poi sono un protagonista non una comparsa» Silvio Berlusconi, Ansa 13 gennaio ore 17.20
«Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all’uso delle lettere dell’alfabeto anche l’invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l’attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz’età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato […] La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea». Fabrizio De André
Sono tantissime le iniziative che si stanno svolgendo in tutt’Italia per ricordare Faber nel decennale della sua morte. Ne segnalo due.
La seconda è una mostra che Genova dedica al cantautore che s’innamorava di tutto. Inaugurata il 31 dicembre 2008, resterà aperta fino al 3 maggio 2009.
Sede della mostra
Palazzo Ducale – Sottoporticato
Piazza Matteotti , 9
Orario
Da martedì a domenica 9.00-20.00
Lunedì chiuso
«Quando durante la guerra ero sfollato in Piemonte, Genova per me era un mito. A cinque anni la vidi per la prima volta e me ne innamorai subito, tremendamente. Genova per me è come una madre. È dove ho imparato a vivere. Mi ha partorito e allevato fino al compimento del trentacinquesimo anno di età: e non è poco, anzi, forse è quasi tutto.
Anche se a colmare la distanza fra quel quasi e quel tutto contribuirono le canzoni di Brassens.
Oggi a me pare che Genova abbia la faccia di tutti i poveri diavoli che ho conosciuto nei suoi carruggi, gli esclusi che avrei poi ritrovato in Sardegna, ma che ho conosciuto per la prima volta nelle riserve della città vecchia, le ‘graziose’ di via del Campo e i balordi che, per mangiare, potrebbero anche dar via la loro madre. I fiori che sbocciano dal letame. I senzadio per i quali chissà che Dio non abbia un piccolo ghetto ben protetto, nel suo paradiso, sempre pronto ad accoglierli.» Fabrizio De André
Infine un libro e un ricordo.
Il libro è: Evaporati in una nuvola rock: La storia e le foto di una tournée indimenticabile, a cura di Guido Harari e Franz Di Cioccio
«L’idea di un tour con un gruppo rock sulle prime mi spaventò, ma il rischio ha sempre il suo fascino: proprio per questo, un tour insieme alla PFM poteva risolversi in una grande avventura. All’epoca ero tormentato da interrogativi sul mio ruolo, sul mio lavoro, sull’assenza di nuove motivazioni. La PFM mi risolse il problema, dandomi una formidabile spinta verso il futuro, stimolandomi a rimettermi a creare per non morire.
La nostra tournée è stata il primo esempio di collaborazione tra due modi completamente diversi di concepire e eseguire le canzoni. Un’esperienza irripetibile perché PFM non era un’accolita di ottimi musicisti riuniti per l’occasione, ma un gruppo con una storia importante, che ha modificato il corso della musica italiana. Ecco, un giorno hanno preso tutto questo e l’hanno messo al mio servizio.» Fabrizio de André
Non si può fare.
Il centro destra ciclicamente ci riprova. Oggi vuole equiparare partigiani e deportati ai repubblichini di Salò.
Per questo ha depositato un proposta di legge che prevede l’istituzione dell’Ordine del Tricolore, con assegno vitalizio incluso, da assegnare indifferentemente ai partigiani e ai repubblichini di Salò.
Non si può fare.
Scrive Edmondo Berselli, in un suo recente articolo, richiamando Albert Hirschman che c’è un tempo per le passioni e un tempo per gli interessi e che talvolta nell’agire politico le due dimensioni possono coesistere. A suo dire oggi per la sinistra è il tempo degli interessi, definire e mettere a fuoco le ragioni della crisi economica per creare i presupposti di una risposta politica adeguata. Verrà poi il tempo per le passioni. E aggiunge che la sinistra ha davanti a se molto tempo per mettere a punto idee e programmi per rendersi credibile prima come opposizione e poi come alternativa di governo.