le mie recensioni


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Storie da spiaggia e da ombrellone [2]

Rossella è innamorata persa di Jordi. Lo segue ovunque e, regolarmente, quando Jordi ha terminato l’ultima citazione e prima che cominci a distribuire i cinque o i dieci libri giornalieri, si fa spazio tra la gente, lo raggiunge, lo bacia e lo abbraccia, ogni volta con lo stesso trasporto.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!»
La voce di Jordi risuona nel silenzio della grigia mattina che riempie il cielo dello stabilimento balneare “Istria”.
Rossella è già lì, come se qualcuno o qualcosa l’avesse avvertita della presenza di Jordi.
Non c’è nessuno in spiaggia. Un po’ per l’ora; molto per il tempo che minaccia pioggia.
Jordi risale dalla battigia e si dirige verso la grande pensilina dello stabilimento. Come sempre quando arriva lui il limone fa capolino dal collo allungato e trasparente di una Corona. Stamattina è la mano di Rossella che gli porge la bottiglia. Mentre Jordi comincia a bere, lei gli si siede accanto.
Ci sono anche Marco, Andrea e Chiara, tutti ragazzi intorno ai vent’anni che lavorano allo stabilimento.
Jordi continua a bere mentre Rossella ha il cuore che batte a mille. Vorrebbe chiedergli tante cose, vorrebbe urlare tutto il suo amore. Ma le uniche parole che riesce a pronunciare sono:  «Da dove cavolo sbuchi, Jordi?»
Vatanen si alzò, diede un’occhiata agli ultimi riflessi del sole dietro la foresta, fece un cenno di capo alla lepre.
Guardò verso la strada, ma non si mosse. Raccolse la lepre, la sistemò con delicatezza in una tasca laterale della giacca e s’incamminò in direzione della foresta, che ormai cominciava a farsi buia.

«Vengo da una vita lontana e cerco una vita lontana» risponde Jordi, «un po’ come Vatanen che incamminandosi nella foresta si lascia alle spalle ciò che è stato e va incontro a ciò che sarà.»
Ma Rossella non lo ascolta. Si è persa nei sogni che la rapiscono ogni volta che incrocia quegli occhi, o guarda quei lunghi capelli neri raccolti nell’immancabile elastico rosso.
Per svariati mesi non mi accorsi che era alto poco più di un metro e sessanta. Solo quando un berlinese invidioso lo paragonò sarcasticamente a Napoleone mi resi conto della sua statura; oltre a essere bravo aveva le mani e i piedi piccoli, e camminava con un andatura dinoccolata per via delle gambe leggermente arcuate. Era anche piuttosto pingue di vita. Ma per me l’intensità del volto, quegli occhi brillanti, e la sua innata capacità di intuire cosa ci voleva per fare un film gli conferivano dimensioni da gigante, e non dubitavo che potesse avere qualsiasi donna gli andasse a genio. Neppure concepivo che una bella donna sana di mente potesse esitare, poniamo fra Lubitsch e Gable. O fra Lubitsch e un tizio di sangue blu – un gentiluomo affascinante, un giocatore di polo con lo yatch. O Hemingway! Neanche a parlarne. Avrei potuto scrivere la scena: una sfida persa in partenza.
È talmente presa da Jordi che la sfida, appunto, è persa in partenza.
L’irrompere violento del sole la distoglie dai suoi pensieri, anche perché con il sole la spiaggia inizia a riempirsi di ragazzi e ragazze, di donne, bambini, anziani.
Isabella, la ragazza di Gigi, si avvicina a Jordi e comincia a parlargli fitto fitto. A lei si aggiungono Marilisa prima e Marcella poi, due ragazze pugliesi che studiano a Pescara. La discussione è incentrata sulla chiacchierata del giorno precedente allo stabilimento “Barracuda” e riguarda Pier Vittorio Tondelli.
In una stanza del Taft Glenn si era fatto installare uno Steinway sul quale suonava ogni giorno da otto a dieci ore, e spesso anche di notte. Non passava giorno senza suonare il pianoforte.
Jordi ha appena finito di leggere uno dei fogli presi dall’agenda di pelle nera e, prima che Marilisa riesca a dire qualcosa, continua a leggere da un altro blocco di fogli che nel frattempo ha sfilato dall’agenda.
È stato l’unico virtuoso del pianoforte di fama mondiale che abbia detestato il suo pubblico e cha da questo pubblico così detestato si sia veramente ritratto una volta per tutte. Del pubblico non aveva bisogno. Acquistò una casa nel bosco, in questa casa si sistemò e continuò a perfezionarsi. Abitò con Bach questa casa americana fino alla morte. Era un fanatico dell’ordine […] Suonava per così dire dal basso verso l’alto, non come tutti gli altri dall’alto verso il basso. Era questo il suo segreto.
«Vedi Marilisa, Tondelli è un po’ come Glenn  Gould. Un predestinato. Uno che come tutti i fuoriclasse esercita il proprio talento naturale con l’esercizio e l’abnegazione, talvolta immedesimandosi totalmente in ciò che fa al punto da annullare tutto il resto» dice Jordi mentre un gruppo di gente inizia a radunarsi.
Dal fondo rimbomba la voce di Enzo, pugliese anche lui, che vive a Pescara da un po’ di anni e che sogna di diventare un designer.
«Jordi a volte non bastano l’abnegazione e l’applicazione. Non sempre almeno. Occorrono altre cose. Serve rompere gli schemi. Andare oltre. Andare contro se è necessario.»
«Hai ragione», gli risponde Jordi mentre piegandosi sulla sua agenda comincia a cercare nuovi fogli.
«Sai, proprio stamattina ho letto qualcosa che riassume quello che hai appena detto. Un po’ meglio, forse.»
Tra il vecchio e il nuovo, tra l’oggi e il domani, c’è una lotta senza fine. Questa lotta si svolge in tutti i campi della vita umana, compreso quello della scienza. Per oggi s’intende tutto ciò che ha già assunto forma stabile, definita, ciò che viene considerato irrefutabile e infallibile. E proprio la credenza nella sua infallibilità, talvolta, fa sì che i rappresentanti della scienza “dell’oggi” siano elemento conservatore che frena il continuo progredire della scienza […] Eppure il mondo è vivo solo grazie agli eretici, solo grazie a chi nega l’oggi, come qualcosa di incrollabile e di infallibile.
“Istria” è uno stabilimento balneare molto frequentato da ragazzi, per questo motivo quando Jordi termina di leggere si alza un applauso forte e lungo, lunghissimo. C’è energia positiva nell’aria. Ancora una volta Jordi ancora una volta è riuscito a coinvolgere tanta gente in discorsi che non sono proprio da spiaggia e da ombrellone. La discussione è partita.
Adesso è Enzo che tiene banco; non gli pare vero che Jordi gli abbia offerto quell’incredibile assist con la lettura di Zamjatin. Probabilmente, non sa nemmeno chi è Evgenij Zamjatin. E sì perché Enzo è istintivo. Riesce bene in quel che fa. Lo fa con passione, con entusiasmo. Ma non ha grossi studi alle spalle e soprattutto non ha letto molto nella sua pur giovane vita.
Jordi è al banco e beve l’ennesima Corona. Al suo fianco, indomabile c’è Rossella. Oggi pare non voglia mollarlo nemmeno per un attimo.
«Ok, vieni da un vita lontana e vai verso una vita lontana» gli fa roteando rumorosamente il cucchiaino nella tazza del caffè.
«Però avrai un passato, dei genitori, magari dei fratelli, oppure una che ti aspetta da qualche parte. Un amore. Una vita prima di oggi. Un passato ce l’hanno tutti.»
Jordi si volta lentamente verso di lei. Con una mano regge la birra e con l’altra cerca un foglio tra i fogli dell’agenda di pelle nera.
Ricordiamo a volte che i sogni passati non erano meno tristi, che la vita non era più facile, eppure ci sembra che essa sia stata migliore e più tranquilla. Ci sembra di non aver mai avuto quei foschi pensieri, dai quali siamo tormentati ora, quei cupi rimorsi, che, paurosi, non ci danno requie né di giorno né di notte.
«Cercare rifugio nel passato ci porta a considerare tutto con occhi diversi. E il passato ci appare spesso anche meglio, molto meglio del presente. Mi piace pensarmi nell’oggi e nel domani.» Gli risponde Jordi chiosando il brano che ha appena finito di leggere.
La verità è che Rossella vorrebbe soltanto baciarlo. Baciarlo e lasciarsi travolgere dalle emozioni. Niente altro. Non le importa niente della letteratura. Le parole sono importanti, ma ora riesce solo a pensare che ha bisogno di spegnere quel fuoco che ha dentro, di riempire quel vuoto che avverte quando lui non c’é. Il mondo intero sembra non esistere più quando lui le parla. Quando sente la sua voce così profonda, piena di echi di una terra lontana.
Jordi ha finito di bere la sua birra e dopo aver cercato a lungo tra le sue carte estrae un nuovo foglio. Comincia a leggere con voce bassa, in modo che possa udire solo lei.
Ma ultimamente il futuro si è fatto sempre più prevedibile, mentre il passato – basta che mi volga indietro – ritorna in vita pieno di enigmi, indizi e conti aperti. Lubitsch riemerge dal profondo. Era destinato a rientrare nella mia vita anche senza il memento degli odierni fervori cinefili. Infatti comincio ad accorgermi che fu molto più importante per me, e forse anch’io per lui, di quanto mi sia mai preso la briga di riconoscere.
Rossella rimane lì, come in un fermo immagine. Qualsiasi cosa lui avesse voluto dire con quella citazione, perché non poteva esprimerla con parole sue? Perché, ogni volta la lasciava sola, a cercare di capire? Ma Jordi non può più rispondere alle sue mute domande. Se n’è già andato, via verso le “4 Vele”, lo stabilimento accanto, dove lo accoglie il fracasso gioioso della gente che lo aspetta vicino all’ombrellone del bagnino.
«Ragazzi, oggi son stanco. Mi sa che non vi leggerò nulla, ma in compenso vi regalerò i libri che non ho dato ai ragazzi di “Istria”» dice sedendosi al centro del bel gruppo di gente che si era radunato attorno a lui.
Si levano alcuni fischi e molti mugugni.
«Ti prego, Jordi, non puoi farci questo!» urla Patrizia, bella e altera, fasciata nel suo completo mare che lascia pochissimo spazio all’immaginazione di tutti quelli che le stanno intorno
«Sono stanco ho detto. E non vorrei parlare più oggi.
E tutti gli occhi che poco prima guardavano la sinuosa figura di Patrizia adesso pendono dalle labbra di Jordi. Sembra una partita a ping pong, dove i due giocatori sono Jordi e Patrizia e la pallina gli occhi degli astanti.
«No Jordi, ti abbiamo aspettato per tutta la mattina e tu devi leggerci qualcosa» dice lei. Gli occhi dei presenti s’indirizzano di nuovo dalla sua parte. Nel silenzio la pallina resta sospesa a mezz’aria sulla linea di mezzeria del campo. Non aspetta che un soffio di vento per dirigersi da una parte piuttosto che da un’altra.
Jordi aprel’agenda e cerca tra i tanti fogli mal ordinati che fuoriescono dalla custodia di pelle nera. Legge e rilegge ma non riesce a trovare il libro giusto, quello adatto a quel momento e a quella situazione. E ogni volta che ricomincia a sfogliare i fogli dall’inizio, dai ragazzi riuniti si leva un coro di dissenso. Finalmente, dopo tanto cercare, si ferma con lo sguardo su uno di questi. Lo legge e lo rilegge diverse volte. Poi, lascia cadere l’agenda da un lato e comincia a parlare.
«Non sarà una chiacchierata organica, strutturata, quella che vi propongo oggi. Ma la coda di una discussione iniziata altrove. In qualche modo una risposta che devo a qualcuno.»
Mentre pronuncia queste parole, comincia a cercare tra la gente il viso di Rossella.
Le madri sono suscettibili, non consentono ai figli di prendersi delle libertà sul passato. Lo evoco in questa ora con esattezza, ma forse non con verità. Molti particolari non formano un ricordo, molti ricordi non costituiscono un passato. Che io non ti faccia torto: non c’era altro passato che quello […] Mi torna in mente il passato con parvenza di intero, per un bisogno di appartenenza a qualcosa, che stasera mi spinge verso di esso, verso una provenienza.
«Questo è Erri De Luca» dice con sicurezza Patrizia che nel frattempo ha conquistato la prima fila. «Sì è lui» le risponde Rossella, «e adesso ci sarà da discutere. A lungo.»
Mentre la discussione prende quota, Jordi capisce che può allontanarsi e si avvia verso il banco del bar.
«Ecco la tua Corona. Bello il nostro letterato» gli sussurra Giulia, la quattordicenne figlia del proprietario dello stabilimento balneare.
Jordi beve la birra con due lunghi sorsi, appoggia dieci libri presi a caso dal suo carretto sul banco del bar, e dopo aver baciato in fronte Giulia, fa per andarsene, dirigendosi a sud.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!» La sua voce riecheggia nell’aria, ma ormai nessuno lo ascolta più. Sono tutti presi dalla discussione sul senso e il valore del passato, e sulla poetica di Erri De Luca. Nessuno sembra accorgersi di lui. Solo Rossella si accorge che lui sta andando via. Fingendo di assecondare le posizioni che emergono nella discussione, i suoi occhi riescono a vedere solo Jordi, che ormai ha già oltrepassato la Nave di Cascella, la fontana monumento che si trova al centro della città, e si dirige verso Pescara sud e la pineta.

[2. continua]

THOMAS BERNHARD, Il soccombente, Adelphi 1985.
AARTO PAASILINNA, L’anno della lepre, Iperborea 1994.
SAMSON RAPHAELSON, L’ultimo tocco di Lubitsch, Adelphi 1993.
EVGENIJ ZAMIJATIN, Il destino di un eretico, Sellerio 1988.
FËDOR DOSTOEVSKIJ, Le notti bianche, Einaudi 1988.
ERRI DE LUCA, Non ora non qui, Feltrinelli 1989.

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Storie da spiaggia e da ombrellone [1]

Storie da spiaggia e da ombrellone è un racconto che parla di libri ed è una storia d’amore.
Mi è sempre piaciuto scrivere di libri, consigliare libri. Tanti anni fa, ma proprio tanti anni fa, curavo una rubrica su una rivista a diffusione gratuita, Sipario, antesignana delle attuali free press, in cui mi occupavo proprio di questo. Il titolo della rubrica era: Punto, virgola, due punti. Intervistavo personaggi pubblici in cui si parlava di libri. Accanto al profilo dell’intervistato c’era sempre una scheda su tutti i libri di cui avevamo parlato.
Sempre per quella stessa rivista avevo preparato un progetto che poi non si concretizzò. Un racconto a puntate, che sarebbe dovuto durare per tutta l’estate, in cui un personaggio sbucato fuori chissà da quale angolo della mia mente, Jordi, trascorreva le sue giornate sulla spiaggia di Pescara a raccontare storie e a regalare libri. La storia che avevo immaginato prevedeva diverse puntate. Di quelle puntate scrissi solo la prima.
Questa storia è riemersa da una cartellina ingiallita che giaceva tra altre cartelline ingiallite. Oltre alla prima puntata ho ritrovato gli  appunti con la selezione dei libri di cui parlare nelle successive puntate, mai scritte.
Ho riletto quella prima puntata e mi è piaciuta e così ho deciso di continuare a scrivere. Sono partito dai libri selezionati a suo tempo e dalle frasi estrapolate che ho trovato nella ormai famosa cartellina ingiallita. Ho fatto qualche piccola aggiunta perché mi sembrava capitasse nel posto giusto e al momento giusto, come si dice quando accade qualcosa che ci piace. Un piccolo brano tratto da Non ora non qui di Erri De Luca che mi è capitato di rileggere proprio in questi giorni. E nell’ultima puntata due libri che non erano inclusi nella scelta fatta tanti anni fa. Ma tanti anni fa non sapevo tante cose. E poi mi sembrava, ancora una volta, che questi libri capitassero nel posto giusto e al momento giusto. I libri sono, Che tu sia per me il coltello di David Grossman e Lettera a D. Storia di un amore di André Gorz.
Non pensavo di scrivere tutte le puntate previste inizialmente e soprattutto non pensavo di riuscire a scriverle così velocemente. Questa storia si era rintanata in qualche angolo della memoria e, forse, aspettava solo un pretesto per venire fuori e rendersi palese. Spero vi piaccia.

Uno strano tipo si aggira tra gli stabilimenti balneari della calda estate pescarese.
Si chiama Jordi, un ragazzo di circa ventidue anni, forse spagnolo. Bermuda blu, maglietta bianca e sandali a occhio di bue. Capelli lunghi, neri, raccolti con un elastico rosso, un filo di barba, bocca grande e carnosa che racchiude denti perfetti e bianchissimi.
Trascina sulla battigia un carretto pieno di libri e giornali. Nessuno sa bene da dove è sbucato né perché tutti i giorni percorre chilometri di spiaggia trascinando quel pesantissimo carretto.
Quando si ferma, in poco tempo, riesce a radunare tante persone attorno a sé che resta ammaliata dal suo modo di parlare. Un parlare dal vago sapore latino, e lo ascolta, a volte, anche per due ore filate.
«Regalo sogni e realtà che costano nulla!». Così conclude le sue chiacchierate; poi, dopo aver regalato cinque libri, prende il carretto e ricomincia il suo girovagare su e giù per la riviera.
Chi l’ha incontrato racconta che è affascinante, colto, che parla bene l’italiano ma non è di queste parti.
Oggi ha fatto la spola tra “l’Ammiraglia” e il “Barracuda” e ha trascorso quasi tutta la mattina a leggere. Ha una pila di libri di Tondelli ed è tutto indaffarato a sottolineare e prendere appunti.
I primi ad avvicinarlo sono Massimo e Fabio, che solitamente occupano il campo da beach volley e non lo mollano fin quando non stramazzano a terra sfiniti.
«Ciao Jordi, di cosa ci parli oggi?» gli dicono allungandogli una Corona ghiacciata con l’immancabile fetta di limone.
«Pier Vittorio Tondelli da Correggio, Reggio Emilia, Italia» risponde tirando giù il primo lunghissimo sorso di birra.
«Lo conosco Tondelli, cioè l’ho letto. Parla di pere e gay» dice Giovanna, una stralunata e bianchissima ragazza di Montesilvano che non prende mai il sole prima delle cinque del pomeriggio.
«Tonterias señorita. Stupidaggini. Tondelli parla anche di amori omosessuali e di droga, ma parla soprattutto della vita. Dei ragazzi, dell’amore, così come della solitudine e della morte. Come puoi dire che dietro l’inseguimento a Lele in Pao Pao ci sia solo una storia di gay? O che in Altri Libertini si parli solo di pere e non di solitudine, di disagio, di voglia di comunicare in modi e forme diverse?»
E dopo aver visto che la sua risposta ha spiazzato Giovanna, tira giù l’altra mezza bottiglia di Corona masticando con soddisfazione la fetta di limone.
«Però Jordi, devi ammettere che il suo è un linguaggio aspro, a volte fin troppo diretto» ribatte Giovanna.
Come sarà il mio nuovo amore, si era chiesto innumerevoli volte Leo non appena aveva deciso di farla finita una volta per tutte con Hermann […] Con quale aspetto amore verrà a me, in quale corpo si mostrerà di nuovo? […] L’amore è assoluto, non si può comandare, accelerare, evitare, guidare. L’amore è totalità è pienezza. Per questo Leo sapeva che sarebbe di nuovo tornato a lui, ma quello che non sapeva era appunto il modo, l’accadimento con il quale amore avrebbe mostrato, di nuovo, il proprio volto.
«E questo ti sembra un linguaggio aspro e duro? Io penso che uno scrittore non si debba porre il problema di come descrivere le emozioni.»
Così Jordi, da grande istrione, rivolgendo lo sguardo verso la piccola folla che nel frattempo si è radunata, chiede a Giovanna: «Sei d’accordo?»¬
«Stavi leggendo un brano di Camere Separate, un romanzo molto delicato, quasi un’eccezione nel panorama tondelliano», risponde Giovanna a muso duro.
«Non sono d’accordo. Si potrebbe parlare utilizzando gli stessi termini di Rimini o di un Weekend postmoderno» eccepisce Daniela, la ragazza del bar, che nel frattempo sta allestendo il banco per gli aperitivi.
A questo punto Jordi capisce che la discussione è ormai ben avviata, e comincia a defilarsi indirizzandosi verso un gruppetto di ragazzi che sta ascoltando un po’ in disparte.
«E voi cosa ne pensate? Conoscete Tondelli?» dice guardandoli uno a uno, lo sguardo penetrante, quasi a voler leggere i loro pensieri.
«Io preferisco il Tondelli acuto osservatore della nuova condizione metropolitana che descrive la diffusione e la polverizzazione della città adriatica. Oppure il Tondelli che osserva il degrado dei centri storici» gli risponde Maurizio, un laureando in architettura di Manfredonia.
Quello che faceva da sfondo al grande terrazzo dell’Excelsior era solamente il doppio notturno di una città mai esistita in quella forma e in quella dimensione e soprattutto in quei tagli di luce così plastici e così artificiali. Con tutta probabilità, cinquecento anni prima, una città chiamata Firenze era lì realmente esistita. In quel momento invece si trattava semplicemente di una fra le tante città della notte in cui un occidente agonizzante specchiava la propria inevitabile fine: accendendo candele ai monumenti e al passato come si fa con le immagini dei morti.
E dopo aver letto tutto d’un fiato l’ennesima citazione, pescata tra un mucchio di fogli strappati dai libri, che custodiva in un’agenda di pelle nera, Jordi chiede un’altra birra a Daniela che nel frattempo ha finito di preparare il banco per gli aperitivi.
Del clan di Maurizio fa parte Fabio, anche lui laureando in architettura, «uno della fauna d’arte» come avrebbe detto Tondelli.
«Sai Jordi, io continuo a preferire il Tondelli che parla di noi, dei nostri mali e dei nostri amori. Dei nostri vizi, delle stronzate che facciamo e anche della nostra umanità.»
Jordi, che nel frattempo si è scolato un’altra birra, girandosi verso di lui, molto lentamente, annuisce, si china sull’agenda di pelle nera ed estrae l’ennesimo foglio. Questa volta legge con un tono diverso. La voce è più chiara. C’è più passione in questa lettura. Più trasporto.
Non è possibile tracciare un identikit del giovane d’oggi, se non dimenticando tutte le mode e tutti i discorsi già fatti […] Per tracciare un tale tipo di ritratto scaveremo nei weekend, nelle sottoccupazioni, nei doppi lavori. Andremo presso i ladri di polli, i giovani artisti incantati, scenderemo nelle strade provinciali e comunali, incontreremo finalmente una marea di giovani improduttivi e selvatici, incazzati e morbidi, ubriaconi e struggenti, di cui i giornali non s’occupano […] Questi sono per me i giovani. Questi i ragazzi che danno speranza. Questi sono la novità: i ragazzi che pensano e cercano nell’oscurità la propria via individuale, le proprie risorse, al di là del baccano, degli strombazzamenti, dei riflettori puntati, dei capelli e dei vestitini. Ho appena terminato un romanzo di John Cheever, Il prigioniero di Falconer. Ho trovato un’immagine molto bella che cito a memoria:«Farragut sentì crescere nel deserto che era ormai il suo animo un fiore. Ma non lo trovò. Per questa sola ragione gli fu impossibile strapparlo.» L’esperienza giovanile degli anni Settanta, suicidatasi per gran parte in fenomeni d’illegalità e di tossicomania, ha fatto il deserto. Ma in quell’ansia distruttrice, suo malgrado, non è riuscita a strappare quel fiore. Quel fiore è, lì, adesso. Quel fiore siete voi
Fa un lungo, interminabile respiro e poi Pfuuuuuuu; l’aria gli esce dai polmoni e impatta con quella umida e stagnante che avvolge Pescara.
Uno applauso parte dall’interno dello stabilimento balneare mentre tutta la spiaggia è attraversata da un brivido caldo, quasi un’eco della lettura appena terminata.
Jordi afferra un’altra birra e la butta giù con un solo sorso, tenendo gli occhi chiusi.
A un tratto, tra la gente che ha intorno, sbuca Rossella che gli piazza un bacio sulla fronte stringendolo a sé.
La folla si dirada, ognuno torna alle sue occupazioni. C’è chi insegue la propria donna, chi il proprio uomo, chi i propri figli, chi la propria ombra.
Jordi dà il via al rito del dono dei libri. Li regala a caso, senza guardare il titolo. Si fa guidare dal colore della copertina o dall’immagine o dal numero di pagine, e associa ognuna di queste cose alle facce delle persone che sono davanti a lui a chiedere libri, appunto.
Cinque è il numero di libri che regala. Cinque per ogni stabilimento.
E quando termina il rito, riprende il carretto e si allontana. Nell’aria sembra udirsi ancora la sua voce. È come sospesa, immobile. «Regalo sogni e realtà che costano nulla.»

[1. continua]

TONDELLI P., Pao Pao, Feltrinelli 1989.
TONDELLI P., Altri libertini, Feltrinelli 1987.
TONDELLI P., Rimini, Bompiani 1987.
TONDELLI P., Camere separate, Bompiani 1991.
TONDELLI P., Un week postmoderno, Bompiani 1993.

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La solitudine dei numeri primi, Paolo Giordano

«Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto.»
Quando incontri questa frase nel romanzo d’esordio di Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, capisci molte cose di ciò che hai letto fino a quel momento. E quando poi arrivi alla fine del libro e fai depositare tutto ciò che hai appena letto nella tua testa e aspetti ancora un po’ per goderti fino in fondo il piacere della lettura appena terminata, ti ritornano in mente gli anni del liceo, Giustiniano e una delle sue massime: nomina sunt consequentia rerum.

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Elogio di Zeman

«A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c’è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi. Ma il calcio, oggi, è sempre più un’industria e sempre meno un gioco.» Zdenek Zeman

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In nome della madre, Erri De Luca

Cover_In nome della madre

Questo articolo è pubblicato anche su Repubblica Bari.it

«In nome del padre inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura la vita».
Nella premessa a questo straordinario racconto di Erri De Luca è sintetizzata la storia che leggeremo. Una storia in cui l’io narrante è una donna, la donna ideale secondo la tradizione e cultura cattolica, con la figura dell’uomo che acquista una dimensione quasi aulica man mano che il racconto entra nel vivo.
«Maestrale di marzo
Non è strano in natura inseminarsi al vento, come i fiori.
Fiore è il nome del sesso delle vergini,
chi lo coglie, sfiora.
Miriàm/Maria fu incinta di un angelo in avvento
A porte spalancate, a mezzogiorno.
Il vento si avvitò al suo fianco
Sciogliendo la cintura lasciò seme nel grembo.
Fu salita senza scostare l’orlo del vestito […]».
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Bonjour Tristesse

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La solitudine del numero 10

Ho sempre avuto un debole, come molti del resto, per i numero 10.  Il giocatore più importante di una squadra di calcio. Quello che segui passo dopo passo per tutta la partita. Quello da cui ti aspetti la giocata, non necessariamente il gol, ma la giocata. Il passaggio smarcante. Il passaggio di prima. Il passaggio fatto senza guardare la palla ma guardando a dove la palla deve arrivare. La finta. E quando ti regala anche il gol, sai che questo non sarà un gol qualunque. In poche parole l’essenza del calcio.

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Sulla narrazione e la letteratura

C’è una bella intervista a Baricco sul Corriere della Sera di oggi che vi segnalo e che segnalo soprattutto agli amanti della letteratura.
Baricco parla a ruota libera del suo film, di Gomorra e di narrazione. Non leggo volentieri Baricco ma trovo che sia molto bravo in tanti altri campi. Sa fare bene programmi televisi ed è un ottimo divulgatore. M’interessano le cose che dice.

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Chi ha paura muore ogni giorno, Giuseppe Ayala

«Lo Stato aveva deciso di fermare se stesso proprio nel momento in cui stava registrando risultati esaltanti. E perché? Perché la mafia ce l’aveva dentro. Si faccia avanti chi è capace di dare una diversa risposta plausibile.»
Un’affermazione da far tremare le vene e i polsi e che fa indignare. Una delle tante affermazioni forti contenute in Chi ha paura muore ogni giorno, l’ultimo libro di Giuseppe Ayala.

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e donne infreddolite negli scialli, Cristina Mosca

Il tempo e la memoria. Il mare e il dolore. E l’amore. E poi di nuovo il dolore.
Ci sono tanti temi in questo che può considerarsi il vero esordio letterario di Cristina Mosca.
Ci sono innanzitutto due storie, oserei dire due libri, ognuno con il proprio registro, che percorrono autonome strade  per poi sfiorarsi, intersecarsi e infine fondersi.
«Il rumore del mare non le dava pace. Un rombo di burrasca che si scagliava fragoroso sugli scogli e che le impediva di ascoltare i suoi pensieri. Sentiva solo il mare, e il fremito sulla pelle.»
È quello che sente Sara quando sola di fronte a Lorenzo è pronta per chiudere i conti con il suo passato, la sua storia, la sua stessa origine, e aprire la porta del suo futuro.
Due storie e quasi due libri. Una lunga e ininterrotta poesia, quasi un’orazione, e un racconto. Poesia e racconto che in un rapporto maieutico fanno emergere il tempo e la memoria, il mare e il dolore. E l’amore. E poi di nuovo il dolore.
Leggendo questo libro mi è venuto in mente un autore che amo molto Wim Wenders. Scrive il grande intellettuale tedesco in uno dei suoi lavori più belli, The Act of Seeing, l’atto di vedere: «Noi, nella testa, abbiamo un nido che conserva un determinato numero di storie, non una di più o di meno; queste storie provengono dall’infanzia e dai sogni che produce, non c’è strada che ci porti a quel nido, non si può creare niente che non vi sia già stato immenso in precedenza.»
Allo stesso modo Cristina Mosca attinge dal suo nido e frappone tra se e la sua infanzia, tra se e i sogni che essa produce, la letteratura e la poesia. E in questo doppio registro di scrittura, sospeso tra poesia e narrazione, ci accompagna in un viaggio che è insieme memoria e presente, memoria e futuro.
«Le cose cambiano, se guardate da un’altra prospettiva. A volte completamente.»
E l’atto di vedere, come scrive Wenders, che restituisce la percezione del mondo. Guardare con occhi altri e soprattutto darsi il tempo di guardare anche altro, perché “e per il tempo, che non basta mai”, che spesso tutto ci appare per quello che non è e non per quello che è o che potrebbe essere.
«Quegli occhi, occhi del colore di una pozza d’acqua in un prato quando il sole arriva e ci sbatte sopra.»
C’è un sistema sicuro per apprendere un concetto: ripeterlo più volte. E Cristina Mosca utilizza questo metodo per fissare e selezionare immagini e sensazioni che altrimenti si confonderebbero nel mare magnum di sentimenti e ricordi, di passioni e di pulsioni verso le quali Sara si lancia a braccia aperte.
Sentimenti e ricordi, passioni e pulsioni che affollano la mente di un bambino e che fanno fatica a trovare la loro giusta collocazione nel presente.
«Come si racconta la speranza ad un bambino di 15 anni? La sua era fatta di vestiti alla moda e di colazioni già pronte sul tavolo; di una persona pronta a dargli calore, a controllargli i compiti e preparare dolci per i suoi amici. Una nota di dolcezza nel pentagramma delle sue giornate, che dall’oggi al domani erano diventati ammassi inconcludenti di rumori e scelte  fatte a caso.»
La contrapposizione, linguistica e di contenuto, tra il lavoro materiale e senza tempo di chi va per mare e il lavoro immateriale e scandito da tempi frenetici della contemporaneità è il doppio registro di questo romanzo. Una contrapposizione che vive per tutta la durata del romanzo e che solo nell’epilogo trova il suo punto di equilibrio.
E così come «Le immagini si ritirarono nel buio, con la stessa lentezza di un’onda che si ritira dalla battigia” anche i demoni del passato si ritirano nel buio di fronte a “baci che promettevano un futuro e che, se profumavano di passato, profumavano solo di quello che avevano costruito insieme.»
E qui il cerchio finalmente si chiude e si intravedono nuove prospettive e nuove possibilità per Sara. Le stesse prospettive e possibilità che s’intravedono per Cristina Mosca che con e donne infreddolite negli scialli chiude una porta e si appresta ad aprirne altre. «Cosciente che quando sarà stato tutto detto, tutto resta ancora da dire, tutto resterà per sempre da dire, in altre parole è il dire che importa, non il detto, ciò che avevo scritto mi interessava molto meno di quello che avrei potuto scrivere in seguito.» Come ci ricorda André Gorz nel suo Lettera a D.
Un romanzo in cui la poesia gioca un ruolo determinante. In alcuni casi ne detta il ritmo in altri si ritira in buon ordine per cedere il passo alla narrazione. La narrazione di luoghi fisici a volte contraddittori eppure affascinanti, come i piloni di cemento armato di una strada sopraelevata e il profilo di una montagna illuminata dal sole. Oppure alla narrazione di luoghi dell’anima anch’essi a volte contraddittori eppure affascinanti dove il sole spesso non arriva ma quando arriva è l’arcobaleno.
E vorrei chiudere con un omaggio alla poesia. La preghiera laica, che «cantava piano alle Fontanelle mentre strofinava i panni tra la pietra porosa e il sapone», e che ritorna alla mente di Sara nel momento che precede il ritrovato amore,

«E ti han portato via
senza neppure un fiore
senza una parola
senza di me[…]»

e l’immediatezza della poesia di Gino Gervasini che chiude il libro,

«O Luré! Lu mare ‘n t’ha sapite accundenta’
Ma sotte llu lampeio’
Ieie arvode angore a tò.»

Titolo e donne infreddolite negli scialli
Autore Cristina Mosca
Editore Schena
Anno 2007

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