…Footfalls echo in the memory Passi echeggiano nella memoria
Down the passage which we did not take lungo il corridoio che non prendemmo
Towards the door we never opened verso la porta che non aprimmo mai
Into the rose-garden sul giardino delle rose…
Solo ieri sono riuscito a vedere Into the wild, il bellissimo film di Sean Penn. Un film in cui immagini, parole e musica si giustappongono e si mescolano e alla fine quando scorrono i titoli di coda, in quegli attimi in cui rivedi tutto il film davanti agli occhi, non sai cosa ti sia piaciuto di più, le immagini, le parole o la musica appunto.
Sono andato via dalla mia città quando avevo diciotto anni, perché non l’ho mai sentita “la mia città”.
Il servizio militare prima e l’università poi, hanno assecondato una scelta che in cuor mio avevo fatto da tempo. E questa scelta nasceva dalla sensazione di sentirmi in un luogo popolato, vissuto, consumato, da persone che sentivo estranee. Mi sono sempre visto ed immaginato altrove.
Mentre salgo la scalinata che mi porta all’interno del Vittoriano, mi chiedo che cosa diavolo significhi fare una mostra su una giornalista e soprattutto cosa vedrò nelle sale che contengono la mostra. Perciò quando, percorsa la lunga scalinata, sono davanti al grande portone del palazzo che ospita la mostra sono ancora distratto dalla domanda che mi ronza in testa da più di un’ora: cosa significa fare una mostra su un giornalista?
Un’esordio brillante per Andrea Simeone. Il suo primo libro si legge tutto d’un fiato ed ha il potere di isolarti da tutto ciò che ti circonda, anche se il contesto in cui vivi è un non luogo della periferia campana dove trascinano le loro esistenze Ciro, Vinicio, Gaetano e Domingo i protagonisti di Recinto di porci.
Un romanzo dal rarefatto sapore pasoliniano che mette in scena la cruda realtà della periferia italiana. Periferia come terra di confine e di mafia e di camorra. Periferia che non riesce ad essere città e che non è campagna e che si adagia sul nulla come scrive Simeone, perché sul nulla è costruita e dal nulla è abitata.
Un romanzo costruito su tre aspetti fondanti della vita: l’amicizia, l’amore e la morte.
Le rughe profonde che solcano la carne indurita e bruciata dal sole dei siciliani e delle siciliane che illustrano il libro di Gianni Bonina mi hanno fatto pensare, ancor prima di leggere L’isola che trema, viaggio dalla Sicilia alla Sicilia, ai volti dei lucani di Sud e Magia di Ernesto De Martino. Quando poi ho iniziato a leggere, queste immagini e questo pensiero mi sono spesso ritornate alla mente.
«Solo in Sicilia Polifemo sovrasta Ulisse nella considerazione popolare […] perché la sua ribellione […] è quella di chi non vuole stranieri nella propria terra» e poi più avanti «Prima vengono i siciliani, poi la Sicilia. Che è ovunque, nel mondo, si trovi un siciliano: perché si può strappare un siciliano dalla Sicilia ma non si può strappare la Sicilia da un siciliano.»