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Una scrittura che cura. La ragazza d’aria, di Andreea Simionel

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Romail giornale di Napoli 

L’incipit de La ragazza d’aria di Andreea Simionel è lungo una pagina.

«Ti piace quello che vedi?», chiede la dottoressa ad Aryna ?ibuleac.
«No», la risposta.

Preciso, dritto alla meta. È una pagina che contiene già tutto il romanzo. «Inspiro aria dal naso ed espiro dalla bocca», è il modo con cui la protagonista si relaziona agli altri e a sé stessa. Un po’ necessità, un po’ abitudine. Un po’ coperta di Linus.

E dopo poche altre pagine, il secondo elemento non meno determinante del primo, la condizione di chi migra. Basterebbe provare a immaginare ciò che ogni migrante lascia nella propria terra quando migra. Dei sogni, delle aspettative. In questo senso sono paradigmatiche le pagine che la Simionel dedica al ritorno di Aryna e della sua famiglia in Romania a due anni dalla partenza. Trenta ore in macchina solo per arrivarci. La visita a tutti i parenti. Ai vicini di casa. Agli amici. Scoprire che niente è come prima. Tutto cambia, tutto è cambiato. Anche i ricordi assumono una forma diversa, «“Ma siete pazze? Questi sono i vostri ricordi. Non ve li dovete mai dimenticare” abbraccia l’album, li salva da noi. “Qua sono tutti pazzi. Fuori! Prendete il cane e andate a farvi un giro”». La mamma di Aryna e Diana, la sorellina di Aryna, finge di non capire che li hanno già messi da parte. «Corriamo via, finché siamo lontane e niente ci può più toccare».

È, forse, proprio dentro questa condizione di sradicamento che prende forma anche il rapporto malato con il corpo.

Aryna, nel frattempo, sta crescendo e cresce da straniera in un paese che non è il suo. Trova più affinità con chi ha la sua stessa storia perché deve mentire di meno e non ha bisogno di spiegare nulla. «Mi sembra di non aver mai saputo ridere senza di lei», dice della sua nuova amica Masha, ucraina.

Crescendo cambia; cambia il suo corpo e con il corpo cambia anche la mente. Crede di avere il controllo dei suoi cambiamenti, ma non è così. Da questo momento in poi inizia una lotta con sé stessa che si protrarrà per tutta la durata del romanzo.

Una scrittura che cura e si prende cura. Senza infingimenti. Un’introspezione psicologica che, attraverso Aryna, racconta cosa accade nella testa e nel cuore di una persona che ha problemi con il cibo.

Aryna fa sue le osservazioni della madre, «Lascia la bocca aperta. Spero che le entrino le mosche», quando si trova a colloquio con la neuropsichiatra. Una semplice osservazione che fa riflettere sui meccanismi complessi che attraversano la mente e i pensieri di chiunque sia in difficoltà e non trova la soluzione. La Simionel trova un meccanismo e le parole giuste per trasferire al lettore questa condizione mentale. Di quando ci si sente osservati, sotto esame, e si cerca disperatamente una via di fuga dall’angolo in cui ci ha rinchiusi il nostro avversario, reale o immaginario. Indaga sui meccanismi di emulazione e su ciò che si pensa quando si è in una condizione di difficoltà, incapaci di reagire.

«Non voglio fare nessuna di queste cose, ma ho paura di restare da sola con me stessa» dice Aryna. Perché la cura sia efficace c’è bisogno di conoscere bene la causa e il modo in cui si appalesa la condizione di crisi.

Un viaggio nel dolore, crudo e senza sconti, in quel limbo tra follia e senno. Tra tranquillità e lotta continua contro la bestia che alberga nella mente di Aryna. Un equilibrio instabile tra la vita e la morte, sintetizzato in modo magistrale in questo passaggio: «La mia flebo è la star. Sto facendo la sfilata. Fuori di qui, sarebbe la sfilata della pena. Solo qui dentro puoi fare schifo e regnare».

Andreea Simionel raggiunge il gradino più basso della percezione di sé stessi. Un viaggio tra realtà, percezione della realtà e finzione che diventa canone e informa gran parte delle pagine di questo libro. Una maestrìa che attinge a certa letteratura novecentesca, penso ad Annie Ernaux, e nello stesso tempo si concede una libertà compositiva scevra da vincoli. Una prova superba per la forma compiuta di narrazione e per le emozioni che si propongono senza veli davanti al lettore.

L’ho pensato fin dalla prima pagina. L’ho ritrovato durante tutta la lettura. E lo confermo alla fine: è una scrittura che cura e si prende cura.

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