Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
L’attenzione che suscita la pubblicazione di un nuovo libro di Eraldo Affinati è pari solo alla soddisfazione che si prova leggendolo. Forse, più appagamento che soddisfazione.
Ogni romanzo del cofondatore della scuola Penny Wirton si misura con alcuni dei temi che interessano da sempre l’essere umano: il peso della Storia e del tempo, le ferite che l’esistenza porta, inevitabilmente, con sé, il valore dell’istruzione, il senso dello stare al mondo.
Nella palude del padre (pubblicato nella collana Gramma di Feltrinelli) è dentro questi temi, in una dimensione ancora più personale. È un «fatale rendiconto» costruito su un concetto cardine, il mancato riconoscimento. Lo scrive Affinati nelle prime pagine del libro, aggiungendo: «Insegnare significa scavare nelle esistenze degli scolari alla ricerca del tesoro sommerso: il quale appartiene a tutti noi. Paternità e maternità non possono essere questioni private. Dobbiamo pensarle in una dimensione pubblica. Semi soffiati nel vento pronti a cadere chissà dove».
La sostanza di tutta la sua produzione letteraria racchiusa in poche pagine: elogio della sintesi. La scuola e l’insegnamento come frontiera e baluardo della democrazia e dell’inclusione sociale. La vita vissuta come esperienza e ricerca etica. L’attenzione e lo sguardo rivolto agli ultimi. Conseguente è la scrittura adottata per rappresentare questa condizione: essenziale, diretta e senza infingimenti. Una scrittura che emana fresco profumo di verità e di libertà.
Tutto nasce da una fotografia ricevuta via mail da una signora che aveva visto Affinati in televisione. Sono ritratti suo padre con la sorella e tre donne, in piedi, tra cui la nonna paterna, Elisa Affinati, che muore a trentasei anni lasciando orfani i due bambini che non erano stati riconosciuti dal padre biologico.
Conoscevo la storia dei genitori di Affinati per averla ascoltata in più di una presentazione, ma mai in modo così approfondito, mai nero su bianco. Così è diverso. Lacerante e coinvolgente. Come cercare gli occhi di tuo padre tra il pubblico quando hai finito una presentazione e trovarli negli occhi di un’altra persona. Quando accade è sempre un’epifania. «Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno» ha scritto Pablo Neruda. Vale per Affinati. Vale per tutti.
Quello che scrive a pagina 70 dice molto del legame che ancora oggi lega l’autore a suo padre. «I vecchi lampioni a sbalzo dietro le tubature risalgono a epoche ancora precedenti, chissà forse papà li vide da bambino», si riferisce ad una visita ad Arezzo. Scrive papà e non mio padre.
Figura paterna che Affinati insegue e cerca d’incontrare fin dal suo primo libro e che ne Le città del mondo esplicita in modo inequivocabile: «Ma c’è, più di ogni altra cosa, nascosto tra le parole, dentro ogni sguardo, in ogni suo peregrinare, il desiderio inconfessato d’incontrare la figura del padre, di suo padre, per regalargli quelle parole che non ha avuto, le parole che avrebbe usato per comunicare. Con il mondo e con suo figlio».
Una vita dura quella di Fortunato. Figlio non riconosciuto dal padre biologico, orfano di madre poco più che quindicenne, «Mi chiedo come abbia fatto a conservarsi integro, dal punto di vista etico».
La fiducia di Affinati nella letteratura è commovente. Il corpo a corpo che ingaggia con suo padre, le domande che gli pone, le riflessioni che gli porge, che cosa sono se non una fede cieca nel potere della parola? Delle parole, della letteratura.
La scoperta delle proprie radici è un lungo viaggio tra ricordi e ricerca sul campo, esperienza diretta. Un viaggio che racconta, in parallelo, la crescita e la trasformazione dell’Italia repubblicana e di Roma in particolare. Il racconto di chi, dal nulla, ha ricostruito un Paese intero, materialmente ed eticamente, «Italia povera e bella». Un’epopea per il popolo italiano, un doloroso e salvifico attraversamento dei suoi affetti primigeni per Affinati.
Per Fortunato, trentenne quando l’Italia inizia la sua risalita, comincia una nuova vita e l’incontro con Maddalena fu anche per lui un’epifania, «Mentre incartava gli acquisti si fermava incantata a fissare il nuovo compagno che mostrava un’arte oratoria capace di attirare il pubblico».
E subito dopo queste pagine, altre, ugualmente belle, di un’altra significativa rinascita: l’incontro con Anna Luce Lenzi che sarebbe diventata sua moglie e con la quale fonda la scuola Penny Wirton, «dal titolo di un’opera di Silvio D’Arzo […] per insegnare gratuitamente la nostra lingua ai minorenni non accompagnati di oggi, molti dei quali si trovano nelle stesse condizioni in cui erano mio padre ed Ezio Comparoni (pseudonimo di Silvio D’Arzo)».
Questo romanzo autobiografico è un modo di essere e di stare al mondo. Di chi crede nella giustizia sociale. Di un essere umano tra esseri umani. Costruito sulla figura dei genitori, Fortunato e Maddalena. Sui nonni. Sul nonno paterno che ebbe due figli da nonna Elisa e che non riconobbe. Sui ragazzi della Città dei Ragazzi e della Penny Wirton.
Non è usuale, ma vorrei dedicare questa mia recensione alla memoria di Alessandro, Davide, Mirko e Robertino, studenti che Affinati ha perso perché sono morti. Nei loro occhi vedeva gli occhi di Fortunato, suo padre.









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