Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Sergio Rizzo, 2027. Fuga dalla democrazia
Nel breve volgere di poche pagine, le prime di questo romanzo di Sergio Rizzo, 2027. Fuga dalla democrazia, c’è tutto il racconto. Il senso più vivo e profondo e, insieme, un giudizio: l’incapacità di una classe politica.
Si parte con l’esito di due tornate elettorali nelle quali la partecipazione al voto non raggiunge il 4 per cento degli aventi diritto, creando uno stato di emergenza di difficile soluzione. La conseguenza di questa disaffezione al voto è un problema enorme per la democrazia e il funzionamento dello Stato. È un periodo difficilissimo per l’Italia, in cui accadono molti avvenimenti che determinano un caos che sembra non avere soluzione. L’azione di un immigrato albanese naturalizzato italiano potrebbe essere la speranza per una rinascita del Paese.
L’aspetto positivo e bello di un romanzo, frutto della fantasia, è quello di poter dire, attraverso la finzione, verità che altrimenti non potrebbero essere raccontate allo stesso modo. Si può scrivere con la forza di un’invettiva, proprio perché sono frutto dell’invenzione umana.
Nella realtà italiana la partecipazione dei cittadini al voto è sempre più bassa, ma mai fino ai livelli che Sergio Rizzo propone con il suo romanzo. È dunque molto interessante scoprire, pagina dopo pagina, ciò che accadrà nell’Italia del 2027 che Rizzo ipotizza. Consigli utili per provare a sbagliare di meno.
Un romanzo, fiction non-fiction, maieutico. Che dà speranza.
La grande capacità affabulatoria di Rizzo, unita a una scrittura lineare e cristallina, ha generato un romanzo che, da non-fiction aderente alla realtà, diventa pagina dopo pagina fiction, invenzione, frutto del pensiero dell’autore. Più interviene l’invenzione nella narrazione, più si ritorna alla realtà delle cose e tutto ciò non può non indurre a una riflessione sulla selezione della classe dirigente.
«Il re è nudo» e gli occhi di un bambino riescono a vederlo, la mente degli adulti no. Ma gli adulti possono e sanno ridere quando la pagina diventa ironia. A cosa mi riferisco? Alle pagine 63, 64, 65 e 66, la cui lettura vale più di tanti saggi che pretendono di spiegare la politica e chi la sceglie come mestiere.
Mi sono fermato dopo aver letto queste pagine perché al riso, rumoroso e dirompente, è subentrato il disincanto a cui costringe l’attualità politica che viviamo tutti insieme e che queste pagine, magistralmente, richiamano. Si piange e si ride per la veridicità della finzione letteraria che raggiunge in alcuni passi punte di sarcasmo difficilmente eguagliabili, come nella Marcia su Roma che sarebbe dovuta partire da Perugia, quartier generale della Marcia del 1922. Un ritorno alle origini o alla tradizione, come usano dire nuovi ed eccentrici politici poco acculturati, furbi e populisti.
Ogni qualvolta la finzione tocca vette drammatiche per la democrazia e per l’incolumità stessa dei cittadini, Rizzo tira fuori dal cilindro una verosimiglianza che indigna e fa ridere.
C’è spazio per tanti protagonisti in questa narrazione, anche per l’ormai anziano capo di partito ritiratosi a vita privata, ma sempre pronto a rientrare in campo per nuovi e più prestigiosi incarichi. Chiamato in causa dal presidente del Consiglio per avere lumi su ciò che sta accadendo alla democrazia italiana, non si tira indietro. Continua, anzi riprende, a dare lezioni di politica interna e a disegnare scenari futuri di politica internazionale.
In un’Italia in preda al caos, che non crede più nelle libere elezioni e nella quale votano sempre meno cittadini, tutto si propone in forme nuove e mai sperimentate prima, tranne alcune certezze che resistono come gli attentati con ordigni di provenienza militare.
Chi governa questo caos? E perché? Con quali finalità? E chi ne beneficerà?
Non vi resta che leggere questo romanzo fiction non-fiction di Sergio Rizzo per scoprire l’arcano.









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