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Giùnapoli, Silvio Perrella

Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Romail giornale di Napoli 

Non sempre occorre nascere in una città per comprenderne il respiro più profondo. Giùnapoli di Silvio Perrella ne è una dimostrazione. Un bel libro già dal titolo, apparentemente nostalgico. In fondo siamo tutti un po’ nostalgici, di qualcuno, di qualcuna, di qualcosa. Eppure, questo è un libro proiettato al futuro e innovativo.

Pur partendo da esperienze personali, il libro si costruisce con la comunità locale come protagonista del proprio presente e del proprio futuro. Silvio Perrella ha capito che il racconto dei luoghi e delle comunità, così come lo sviluppo locale, non esistono senza la presenza stessa dei luoghi e di chi quei luoghi abita, e mette in pratica la lezione.

Questa è una delle direzioni più convincenti della narrativa dei luoghi contemporanea. Lo si percepisce dalla preziosa prefazione di Antonio Franchini alla ristampa di Giùnapoli che giunge a dieci anni dalla prima edizione.

Franchini, citando Perrella, racconta di uno schiaffo mollato sulla collottola e dopo averlo citato disserta argutamente sullo scuzzetto, scuzzitiello, scuzzettone. Nell’argomentare, rievoca i ragazzi che si divertivano con quelle pratiche ripescando dalle sue memorie di adolescente napoletano il gioco del paccaro. Racconti impensabili senza la forza di quei luoghi e delle persone che li abitano.

Dalle prime pagine di Giùnapoli emerge la cultura musicale e il piacere di suonare di Silvio Perrella. Un piacere quasi fisico, che diventa scrittura onomatopeica quando ne descrive i movimenti, «Per suonare la batteria devi muovere gli arti in sincronie complesse. Fare quattro gesti diversi quasi simultaneamente. Con la mano destra percuotere il piatto o il charleston, con la sinistra il rullante; i piedi devono scandire gli accenti gravi della grancassa (il destro) e quelli acuti del charleston (il sinistro). Il ritmo si compone negli incastri di questi lacerti e frammenti».

Un raccontare figlio di ricordi, tenuti insieme dalla musica e dai protagonisti, soprattutto batteristi, degli anni Settanta. E mentre racconta di dischi comprati a società con i suoi amici (come si diceva da ragazzi negli anni Settanta), svela e rende partecipe il lettore di viaggi in moto alla scoperta della città di Eduardo.

Ricordi e racconti solari, seppur Perrella parla spesso di pioggia, «una città dove piove anche quando non piove». Scritti usando le minuscole, non urlati, anche per questa ragione è una scrittura che acquieta e riconcilia con il piacere di leggere. Una scrittura colta e autenticamente popolare. Condivide con il lettore la conoscenza dei vicoli di Giùnapoli, il guardarla con i suoi occhi e godere del sentimento che trasuda da ogni dove.

Un libro che si sofferma sulla centralità e l’importanza del mondo non scritto delle città che abitiamo e ci accompagna a «leggere il mare, le strade, le facce dei passanti, le loro andature, gli alberi e leggere il tempo, far caso ai particolari…».

«L’architettura si cammina» ha detto Le Corbusier in una conversazione del 1943 con i suoi studenti, una lezione che Perrella mostra di conoscere quando, analogamente, dirigendosi verso Mergellina scrive «Cammino con i piedi e con gli occhi».

Racconti sull’iniziazione alla scrittura e delle prove, poi scartate, di raccontare una città nata capitale e che, nonostante i tentativi di marginalizzarla, continua a conservare una sua irriducibile dimensione capitale. Una scrittura che si nutre di una conoscenza approfondita della città e dei talenti che la popolano o l’hanno popolata. Reali, conosciuti o mai conosciuti. Di storie vere e di storie solo lette.

«Dovunque a Napoli c’è traccia di una stratificazione sociale e urbana, che deve fare i conti con la natura», scrive Perrella nelle prime pagine del secondo capitolo, “Destini napoletani”. Sembra quasi che stia descrivendo il suo stesso libro. Giùnapoli è infatti una stratificazione di esperienze, pensieri, vita vissuta, scoperte e conoscenza. Una trama che, anziché misurarsi con la natura, si confronta con l’evoluzione continua di una città e con l’autobiografia del suo autore.

Sono sufficienti le pagine dedicate a Raffaele La Capria e Anna Maria Ortese, tacendo di Ermanno e Domenico Rea tra gli altri, per apprezzare oltre ogni misura questo libro e dire che è solare e «vicino all’idea del mare, voglio dire del mondo come acqua. Solo lì è la gioia». Una gioia leggerlo, una gioia sottolinearlo, una gioia scriverne.

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