Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Umberto Eco per scrivere un romanzo partiva sempre da un’immagine, poi disegnava e solo dopo iniziava a scrivere. È stato così per Il nome della rosa, innanzitutto. Analogamente Corrado De Rosa parte da un’immagine per scrivere una storia che ha come protagonista Totò Schillaci. La forza e la potenza di un’immagine capace di innescare una storia di labirinti e segreti nel caso di Eco, di riscatto sociale e affermazione sportiva nel caso di De Rosa.
Una foto scattata 36 anni fa, il cui titolo potrebbe essere «Gli occhi hanno una forza antica», che documenta un momento magico per un ragazzo di 26 anni cresciuto in una casa popolare di Palermo.
Centro Espansione Periferica suona anche bene. Se si utilizza l’acronimo CEP, ognuno sa che si parla di quartieri poveri, costruiti ai margini delle città, spesso problematici, «Al Cep, i calci d’angolo si sbagliano ma i lucchetti si aprono sempre».
Prima di diventare Totò Schillaci, Salvo è cresciuto nel quartiere CEP di Palermo, in via Barba 4. Ha percorso una strada molto lunga per essere in campo il 3 luglio del 1990 nella semifinale del campionato mondiale di calcio con la maglia dell’Italia contro l’Argentina di Diego Armando Maradona.
La scrittura di De Rosa è una scrittura per immagini che si lascia attraversare. Ricca di particolari e descrizioni che proiettano il lettore nei luoghi dell’azione. Dosa con sapienza gli ingredienti della storia: il riscatto sociale, l’evoluzione calcistica, il successo e la morte, intesa come fase ineluttabile della vita. In letteratura conta ciò che c’è tra un sostantivo e un aggettivo (lo ha detto Mircea C?rt?rescu al festival Macondo di Francavilla al Mare) e De Rosa scrive in questo modo: «Totò entra e fa gol con una disciplina tutta sua: notturna e ferina. Scoglio ne prende atto e lascia che sia».
La carriera sportiva di Schillaci è fulminea. Dai campi polverosi e di asfalto dell’AMAT e di Palermo al manto in erba spesso in condizioni precarie del Celeste di Messina. Dopo 219 partite e 61 gol inizia a giocare con la maglia bianconera della Juventus. Il ragazzo nato nel quartiere Capo che non è andato a scuola ce l’ha fatta: è diventato un calciatore professionista e gioca nella squadra con il più vasto seguito di tifosi.
Ci sono gli allenamenti, le partite, i gol, per gli amanti del calcio c’è il calcio raccontato bene, ma c’è qualcosa di più. C’è l’umanità, quella fauna umana di cui parlava Pier Vittorio Tondelli nei suoi libri. C’è la vita.
Umanità che esce dalla pagina e arriva dritto al cuore del lettore quando De Rosa, con una delicatezza che gli deriva certo dalla sua professione, scrive di Maurizio Schillaci, il cugino di Totò e di due anni più grande. Un ragazzo destinato a una brillante carriera da professionista (Zden?k Zeman ha detto di lui, «Un grande talento. Tecnicamente un fenomeno»), ma che la vita ha portato su strade tortuose e ricche d’insidie che non ha saputo dribblare come invece sapeva fare su un campo di calcio.
«Per Schillaci, Italia 90 è stata una fiammata che gli è caduta addosso» e l’anno successivo tutto ciò che sembrava oro si trasforma in metallo senza valore: tanto è stata vigorosa la salita, quanto maldestra la discesa. Paradigmatiche in questo senso le pagine 133, 134 e 135, tra le più belle del libro. Hanno ritmo, emozionano, sono la sintesi e l’idea stessa del libro.
Un racconto potente e malinconico, di una malinconia sudamericana, raccontata magistralmente da Osvaldo Soriano, Eduardo Galeano. Di campioni che hanno fatto la gioia di milioni di tifosi nel mondo e che si sono persi. Ammalati. Morti di stenti. Questa stessa malinconia attraversa le pagine di Corrado De Rosa che racconta il campione osannato da tutti che cade in disgrazia. Un racconto che svela come sia difficile vivere e gestire la sconfitta. Quella su un campo di calcio quando la testa e le gambe non rispondono più. Quella della vita vissuta che non conosce la strada del ritorno alla normalità, del ritorno a sé stessi.
Dal professor Franco Scoglio, il suo maestro, aveva imparato che «ogni uomo porta con sé un segreto e che va rispettato». Il segreto di Salvo poi diventato Totò Schillaci non lo vogliamo sapere. Vogliamo rispettarlo.









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