Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Mettersi nei panni dell’altro per capire le ragioni profonde che spingono una persona a lasciare la propria terra, i propri familiari, gli amici, per andare in un altro Paese e cercare mezzi di sostentamento per sé e i propri cari, è ciò che fa Emiliano Moccia nella storia che propone con Funerale contromano (Les Flaneurs Edizioni).
«E tu ci sai stare senza abbracci? Senza baci, senza rimboccare le coperte di tuo figlio, senza guardare il viso di tua moglie, senza mangiare con i tuoi genitori, senza incontrare i tuoi amici per strada?».
Tu ci sai stare? si chiede Emanuele, fin dalle prime pagine di Funerale contromano. Formulare questa domanda in modo così semplice e diretto è uno dei modi per mettersi nei panni dell’altro.
Emanuele, a differenza di Ibra, è italiano e si trova nella stessa condizione precaria dell’altro, per scelta. Ha mollato tutto e ha lasciato Milano. Una Milano non più da bere come dalla metà degli anni Ottanta, ma diventata paradigma del modo di vivere contemporaneo, «della velocità, della competizione, dell’esserci a tutti i costi». Si fugge dalla povertà, ma si può fuggire anche dall’ipocrisia e dall’eccesso di benessere.
L’idea di Emiliano Moccia è quella di costruire una storia che ha come protagonisti due persone in cerca di risposte alle proprie domande. E mentre fotografa una condizione comune ai due, la difficoltà di vivere in una società che non ti vede, pone questioni molto più grandi che accompagnano l’uomo dalla sua comparsa sulla Terra: spostarsi per cercare condizioni migliori per vivere e cercare il senso autentico della vita. Questioni esistenziali.
La chiama «umanità variegata» quella che vive nel dormitorio di una grande città del Meridione d’Italia. Non ci sono solo immigrati, ma anche italiani a cui la vita ha smesso di sorridere. Reietti, fauna umana abbandonata a sé stessa. La finestra dalla quale Moccia ha scelto di guardare tutto questo sono gli occhi di Emanuele che ci restituisce una storia presente in ognuna delle città che abitiamo, ma che non guardiamo. Per incapacità di comprendere, per pigrizia, per sufficienza. Per razzismo nei confronti di tutte le diversità.
Una prosa fluida che diventa poesia quando il dolore ha il sopravvento su tutto. Emiliano Moccia ordina in sequenza tutto ciò che può succedere a un migrante che lavora nelle campagne italiane. Un viaggio in un abisso nel quale non c’è posto per il decoro. Perché i ghetti italiani, e quello di Borgo Mezzanone tra questi, costituiscono un mondo a parte e parallelo al nostro. Dentro c’è di tutto ed è spiazzante il raccontare di Moccia quando nel buio più buio di quel ghetto s’incontra la solidarietà umana, la volontà di aiutare l’altro. È spiazzante e ci racconta molto della natura umana. Così come il voyeurismo dilagante alimentato da certo giornalismo che fornisce argomenti e spunti per spingere sempre più giù il livello culturale dell’opinione pubblica italiana.
Il senso più profondo di questa storia è racchiuso in queste poche righe: «Parlo, spiego, racconto.
Ecco chi è Said. Ecco chi sono io. E tu, hai davvero capito chi sei?». La domanda della ricerca di senso.
E ancora: «E ciascuno comprende la ferita dell’altro. Perché quei passi ormai stanchi si infilano nelle stesse orme calcate, conoscono il tracciato fatto, disinfettano le aspettative deluse». Mettersi nei panni dell’altro e condividere.
Ma c’è di più. Il viaggio con il quale si conclude questa storia riporta alla mente il narrare di un maestro a noi contemporaneo, Eraldo Affinati. Ne La città dei ragazzi Affinati, scrittore e insegnante accompagna due suoi studenti, Omar e Faris, di origini marocchine, nel loro paese natale per scoprire le radici e i motivi che li hanno spinto a lasciare la loro patria. Emiliano Moccia, attraverso Emanuele, compie un viaggio analogo, spinto dalle stesse domande.
Entrambi ci dicono che dentro la marginalità, la povertà, l’abbandono, perfino dentro un luogo come Borgo Mezzanone, esiste ancora la possibilità dell’incontro.
«La mancanza è un sentimento difficile da controllare se non hai una motivazione forte che ti fa stare in piedi, che non ti fa barcollare». La mancanza non è soltanto quella del migrante che ha lasciato casa: è anche quella dell’altro, del riconoscimento, di una risposta alla domanda «chi sei?».









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