Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
La casa dimenticata di Pegah Moshir Pour svela un mondo dalla lunghissima tradizione culturale e politica, svela la metropoli ai piedi dell’Elburz e l’Iran di oggi che inevitabilmente contiene anche quello di ieri.
Racconta la vita quotidiana a Teheran in tempo di guerra attraverso le storie di Saba e Gulbano, non diversa da quella del 1980, quella della guerra con l’Iraq. E per far comprendere meglio quella Teheran e quell’Iran racconta la storia di Farah, la protagonista, attraverso le traversie della sua famiglia e soprattutto di nonno Farid, resistente in un mondo in cui essere resistenti sembra impossibile.
La guerra attraversa tutto il romanzo, la memoria lunga delle distruzioni, la paura sedimentata nella vita quotidiana, il presente di un Iran continuamente attraversato da tensioni geopolitiche, isolamento, repressione. E dentro questa guerra permanente Pegah Moshir Pour racconta una storia collettiva che informa della condizione femminile in quella parte di mondo.
«In Iran, quando una donna viene chiamata pazza, non è un insulto: è un avvertimento. Non per lei, ma per chi la guarda. Significa: non credetele, non ascoltatela, non imitatela. È così che il sistema sopravvive: trasformando ogni donna che osa disobbedire in un esempio da non seguire. È un rituale vecchio, sacro per il patriarcato: prendere una donna lucida e farla sembrare instabile, prendere una ribelle e farla sembrare pericolosa, prendere una sopravvissuta e farla sembrare una persona confusa che va aiutata. Ma la verità è un’altra: vengono chiamate pazze perché non hanno più paura».
Racconta la cultura di un popolo nelle sue molte declinazioni: l’architettura, la geografia, il cibo, gli usi e i costumi, i modi di vivere. E ancora le rivendicazioni di diritti, la politica, la geopolitica. Racconta le persone e il loro rapporto con una società governata da un regime oscurantista e la dignità ostinata del continuare a vivere.
Una storia che si svolge in un tempo limitato, dal 17 maggio al 28 dicembre 2025, ma che racconta un tempo molto più lungo. Dentro questo tempo lungo ci sono la morte di Mahsa Amini «la ragazza curda iraniana arrestata dalla polizia morale perché non indossava il velo correttamente», ci sono i tanti minorenni giustiziati il giorno del loro diciottesimo compleanno. C’è il mentire per fare carriera o il mentire per cercare la verità.
La forza e la tensione di questo romanzo stanno nel tenere insieme, e bene, la storia minuta di tutti i giorni e la grande storia, quella che cambia il corso delle cose. La storia di una famiglia e la storia di una resistenza al potere. «La speranza, sempre la speranza: sulla lapide, nell’ultimo editoriale di “Oro Nero”, anche nel diario di Maman. La speranza perduta, da salvare, la speranza che non dà speranza».
Giovinezza e vecchiaia, speranza e disillusione, vita e morte. Trasformazioni sociali, politiche e culturali di una società e, insieme, la vita concreta delle persone. In questo senso il romanzo richiama i grandi affreschi narrativi dell’Ottocento, quelli capaci di raccontare un mondo attraverso i destini individuali.
Uno dei momenti chiave di questa storia, rispetto al quale non dirò nulla ovviamente, mette in scena una realtà drammatica che riguarda tutti gli esseri umani: la ricerca della verità pagata a caro prezzo con la rottura dei rapporti con una persona cara. E poi la ricomposizione di quella frattura attraverso una pratica dolorosa e non ortodossa: scovare nei segreti e negli aspetti più personali della propria madre per cercare le ragioni di una divisione.
E alla fine della lettura resta un’impellenza molto concreta: cimentarsi con tutte le ricette descritte in questo libro. Perché anche il cibo, qui, è memoria, identità, appartenenza, resistenza quotidiana.
Un omaggio all’Iran e agli iraniani, un omaggio a chiunque soffra o sia ostaggio delle guerre. E insieme un grazie a Pegah Moshir Pour.









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