Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
C’è qualcosa di disarmante, quasi infantile – nel senso più puro – nel modo in cui Gigi Riva racconta la sua Sarajevo. Un amore senza filtri, senza difese. Un amore al grado zero.
«C’era la luce a Sarajevo […] Non c’era mai stata nei 1425 giorni dell’assedio». Basta questo. Una città che torna a essere «come tutte le altre» e, proprio per questo, straordinaria. Una città che respira e resiste. E dentro questo racconto, un sentimento autentico: amore per le persone, prima ancora che per i luoghi. Per la vita che li attraversa.
Ognuno di noi dovrebbe incontrare, almeno una volta, uno sguardo così. Sarajevo diventa allora qualcosa di più di un luogo: una misura dell’amore possibile. Un esercizio dello sguardo, un invito a disimparare la distanza, a tornare a vedere – nelle città e nelle persone – ciò che resiste, ciò che vive.
Dovremmo imparare a guardare così. Non Sarajevo: il mondo.
Con una feroce sincerità, Riva scrive di aver subito la fascinazione della guerra, anche perché lì, in Bosnia, si respira «una gerarchia chiara, semplice e genuina dei bisogni umani». È un’affermazione che inquieta, ma che rivela un altro livello del racconto: quello di una comunità riportata all’essenziale, dove il superfluo cade e resta solo ciò che conta davvero.
Ma, prima ancora di scoprire l’amore che c’era a Sarajevo, scopriamo – fin dalle prime pagine – quanto Sarajevo sia capace di far innamorare. Proprio così: «nell’abisso della Jugoslavia», uomini e donne a centinaia si sono innamorati di quei luoghi, di quella fauna umana. E tornarci, per Riva, a guerra finita, ha significato rivivere quelle palpitazioni, riscoprire quegli stessi spazi sotto una luce diversa: una luce che durante la guerra non si poteva vedere.
Nessuna guerra, nessuna privazione della libertà potrà mai cancellare ciò che è stata la vita a Sarajevo. Nessuna guerra potrà mai distruggere l’inestricabile labirinto delle relazioni umane che lì, in quell’inferno sulla terra, si sono consolidate.
Scrive Robert McLiam Wilson, nell’incipit di Eureka Street: «Tutte le storie sono storie d’amore». E anche questa che racconta Gigi Riva lo è. Una storia in equilibrio tra l’essenziale e il superfluo, perché, come il pane, anche le rose sono necessarie.
Ljubica, con il suo rossetto contro la barbarie, era lì, a Sarajevo, durante quei maledetti giorni dell’assedio – la blokada – a ricordare a chi bombardava la città dalle colline che i sogni non si possono mettere a tacere. E, soprattutto, che sempre «c’è speranza quando una popolazione conserva l’umorismo».
Ecco perché questa è una storia d’amore: anche nei momenti più bui, quando l’amico uccide l’amico, il fratello uccide il fratello, la speranza non muore. O meglio: non muore per sempre. Superare il dolore, cambiare e trasformarsi resta sempre una possibilità. «Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno», ha scritto il poeta degli oppressi Pablo Neruda.
Un pensiero che attraversa il tempo e aiuta a comprendere perché il genocidio ordinato da Radovan Karadži? e messo in pratica sotto il comando di Ratko Mladi? non abbia spento per sempre la luce a Srebrenica e nel resto della Bosnia.
«Gaza era Sarajevo, l’Ucraina era Sarajevo… così come Sarajevo era il ghetto di Varsavia, nella perpetuazione di una catena infinita di luoghi del massacro e dunque della memoria».
Ecco perché, dall’11 luglio 1995, non celebriamo solo una memoria: misuriamo una responsabilità. Sarajevo non è un luogo del passato: è un nome che ritorna, ogni volta che la storia smette di imparare. E ogni volta ci chiede da che parte guardare.
Gigi Riva, C’era l’amore a Sarajevo. Un romanzo dentro l’assedio, Mondadori









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