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Macrocosmi erotici, Cristiana Rumori

Ho conosciuto Cristiana Rumori in una bella domenica, piena di sole. È stato ieri, mezz’ora prima di presentare il suo libro alla libreria Book & Wine di Pescara.
Abbiamo parlato, ci siamo “annusati”, forse conosciuti un po’. Abbiamo scoperto, parlando, di avere alcuni interessi in comune, che ci piacciono i film di Wim Wenders e che il racconto più bello del suo libro, lo stesso per tutti e due, è…, ma questo forse non posso dirvelo.
L’esordio letterario di Cristiana è un’esordio positivo, molto positivo.

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Torino_Fiera del libro

È stata una bella edizione della Fiera del Libro, la ventesima per l’esattezza, quella che si è conclusa a Torino. Rispetto alle passate edizioni c’è stata qualche defezione di troppo rispetto alle iniziative previste e forse qualche autore in meno. La spiegazione che mi sono dato è che ci sono meno libri “importanti” in giro. I confini, il tema conduttore di quest’anno.

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Torino_Fiera del Libro_3

Torino 13 maggio ore 13.50
ore 14.30. Daniele Del Giudice, lectio magistralis: Lo spazio dei nuovi confini. Daniele Del Giudice è una persona schiva, molto riservata. Parco. Quando parla o quando scrive, misura con parsimonia le parole, le utilizza con sapienza. Per introdurre l’argomento della sua dissertazione esordisce così: «È buona norma partire sempre dalla radice delle parole perchè le etimologie contengono il loro significato più autentico. »È una lezione dotta, affascinante. Sono felice di essere stato presente.
ore 15.40. Zygmunt Bauman. Per me l’evento più importante di tutta questa edizione della Fiera del libro di Torino. I suoi scritti sono oggi sicuramente i più citati soprattutto in ambito politico. La sua definizione di società liquida ci attraversa e c’immerge. A Torino non ha presentato l’utimo libro, ma ha parlato di nuova concezione di centro e periferia partendo da una ricerca di professori americani che hanno studiato sciami di vespe. Ci tornerò nei prossimi giorni e pubblicherò questo suo studio.

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Torino_Fiera del Libro_2

Torino 12 maggio ore 18.05
ore 13.00. Marino Sinibaldi presenta Niccolò Ammanniti e il suo ultimo libro, Come Dio comanda.
La prima domanda è semplice e diretta: come si scrivono i libri? Niccolò Ammanniti, che è stato introdotto dal presidente della Fiera del Libro Ferrero, inizia con un simpatico siparietto con Sinibaldi. In particolare parla del suo esordio letterario avvenuto con una pubblicazione curata dalla Cgil e dopo, sempre con tanta leggerezza passa a rispondere seriamente(?) alla domanda di Sinibaldi. «Scrivo perché penso che in questo modo riesco ad aprire una porta e ad uscire fuori […] Mi diverto a scrivere […] Ci metto dentro tutto ciò che conosco […] In questo senso Branchie è il mio libro più autobiografico.» Sinibaldi asseconda Ammanniti, si sente che c’è grande amicizia e affinità tra i due. inizia quindi un botta e risposta entusiasmante. Sinibaldi, Mi piaceva la concezione manipolatrice dei cannibali. Ammanniti, Il racconto è la prima froma espressiva per chi vuole scrivere. È come un bacio veloce che però ti lascia a lungo il sapore in bocca. Sinibaldi, una metafora. Ammanniti, non so nemmeno io perché l’ho detto. Sinibaldi, Il tuo Io non ho paura è un unicum. Ammanniti, Ma manco pe’ niente. E poi serio si va alla conclusione perché il tempo è finito e c’è un altro libro da presentare, ma prima di andare via Ammanniti trova il tempo e l’ispirazione per dire, «Non c’è più lo spazio per annoiarsi. Non c’è più lo spazio per far uscire il fantastico. Non si sta più soli in una stanza ad annoiarsi dalle 2 alle 4 di pomeriggio.»

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Torino_Fiera del Libro_1

Torino 12 maggio ore 11.45
ore 9.30. Sono a Torino alla Fiera del libro ed ho appena sentito la presentazione del libro di Vladimir Luxuria, Chi ha paura della mucca assasina. L’incontro è stato condotto da una splendida Carmen Lasorella in veste d’intervistatrice. Luxuria ha esordito così: «Ci sono diecimila persone in Italia che non si riconoscono nel proprio corpo. Cioè non si riconoscono come donne o come uomini.» Poi si è entrati direttamente a parlare dl libro. È una piacevole conferma Vladimir Luxuria. Colta, preparata, misurata. Una persona di cui sentiremo parlare a lungo. In un deserto di valori e capacità che la politica oggi esprime, Luxuria rappresenta una splendida eccezione. Una forma di riscatto per i diversi, per chi è nato al sud. Per chi pensa di non farcela. Il pubblico, occorreva un biglietto gratuito per assistere all’’incontro, ascolta ed applaude. Applaude quando si parla di problemi concreti, d’identità, di valori e mai quando si parla di politica.

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Ioannina, l’Epiro e le vittorie di Pirro?

Questa è Ioannina, Epiro in Grecia. Sono qui per lavoro fino a giovedi.
Alcune brevi considerazioni dalla Grecia.
1. Sono partito da Roma il giorno successivo alla manifestazione di Sinistra Democratica. Sono partito contento e soddisfatto perché la nascita di Sd mi è piaciuta. Mi è piaciuto l’entusiasmo che si respirava nell’aria e mi è piaciuto l’intervento di Fabio Mussi che mi fa guardare al futuro del movimento con fiducia.
2. All’arrivo in Grecia ho appreso della vittoria di Sarkozy in Francia. Anche se era prevedibile ci sono rimasto male lo stesso. Male per la Francia, per Segolen, e anche un po’ per noi.
3. I nostri colleghi, partner stranieri, non chiedono più notizie di mr. Berlusconi quando c’incontrano in queste occasioni.
4. Ieri sera il Panatinaikos, basket, ha vinto la coppa contro il Cska di Mosca e qui sono tutti felici.
5. Ho finito di leggere Istanbul di Orhan Pamuk: straordinario.

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Sègolen, Fassino, Rutelli, Bayrou

Considerazioni brevi

1. Bayrou ha dichiarato che non darà indicazione di voto per i suoi elettori al ballottaggio tra Sarkozy e Sègolén. (posso dire: lo avevo detto. È nel post di ieri);
2. Con questa scelta Bayrou dichiara una equidistanza tra il candidato di destra e quello socialista;
3. Bayrou ha dichiarato di voler fare in Francia il Partito democratico;
4. In Italia il Partito democratico sta facendo i primi passi;
5. In Italia il Partito democratico sarà equidistante tra Confindustria e il Sindacato.
6. In Italia il Partito democratico, secondo le intenzioni di Franco Marini ma anche un po’ di Rutelli, alle prossime elezioni politiche dovrà guardare più al centro che a sinistra e sarà libero di fare nuove alleanze;
7. Dall’Italia Fassino appoggia Sègolén Royal;
8. Dall’Italia Rutelli appoggia Bayrou;

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Giovanni Berlinguer e la sinistra

Sto partendo per Firenze, e prima di mettermi in macchina ho letto questa bella intervista a Giovanni Berlinguer, pubblicata su La Stampa di questa mattina. Volevo condividerla con voi.

L’amarezza di Giovanni Berlinguer: Lavorerò per unire la sinistra, mai dentro il Pd
Si ferma un momento, quasi inseguisse le parole giuste per chiudere il cerchio di un dolorosissimo ragionamento. «E poi, in fondo, anche questa ricerca ossessiva di numi tutelari che legittimino la loro operazione, questa storia del Pantheon, di Berlinguer, di Craxi, degli avi… E’ indice di una grande debolezza, di assenza di una personalità propria. E naturalmente fa emergere il contrasto tra alcune figure del passato – tra le quali, certo, anche Enrico – e quelle del presente. La differenza, insomma, tra i dirigenti di un tempo, che parlavano dicendo “noi”, e quelli di oggi che ripetono sempre “io”, “io”, “io”…». E il sipario, allora, potrebbe anche calare qui, sul passo d’addio ai Ds dell’ultimo Berlinguer. Giovanni, fratello di Enrico e candidato alla guida della Quercia nel 2001 dal «correntone» di Veltroni, Cofferati e Mussi, non entrerà nel Partito democratico: «Tenteremo di unire le forze di sinistra – spiega -. Proveremo a superare quella maledetta frantumazione che fa parte della peggior tradizione della sinistra italiana. E’ necessario, perché ci sono diritti traditi e calpestati, quelli dei giovani, dei disoccupati, degli operai che crepano mentre lavorano. Bisogna provarci, è un dovere. Ci proveremo. Io sono pronto a continuare…».
Parole che arrivano dritte dal secolo scorso, che è sette anni fa ma sembra una vita. Una filosofia da ’900, solida come il suo argomentare, come la sua casa, che è una gimkana tra migliaia di libri e mobili d’epoca; come le foto di Enrico, lì alla parete, ritratto con Giovanni, appunto, la sigaretta cascante tra le labbra come James Dean. Tutto, dalla sua casa al suo ragionare, trasmette l’idea di una solidità demodè. Magari superata. Certo non sostituita. Ecco, per dire, come motiva il suo no al nascente Partito democratico: «Ci sono tendenze pericolose, lì. La più grave è lo smarrimento dell’idea di laicità dello Stato. Arrivo a dire che era meglio quando c’era la Dc, che spesso conteneva l’invadenza vaticana. Oggi siamo invece all’offrirsi, al sollecitare un’influenza diretta della Chiesa sulle decisioni politiche e perfino sul comportamento dei singoli senatori. E’ un caso di palese violazione dell’articolo 67 della Costituzione, che tutela l’esercizio parlamentare senza vincolo di mandato». Raddoppia quasi tutte le finali, nel suo intatto accento sardo. La casa è ingombra di mobili che costruisce Giovanni stesso, con fatica e pazienza certosina: un hobby antico. La moglie si lamenta, però: «Da quando è a Strasburgo (Giovanni Berlinguer è eurodeputato ds, ndr) lavora meno – dice portando l’ospite in giro per la casa -. E io, invece, ho bisogno che sistemi un tavolo che altrimenti viene giù». C’è un altro aspetto del nascente partito che non piace affatto al fratello del più amato dei segretari Pci. «Sono deluso per un processo che è tutto di vertice, per l’assenza di contenuti ideali e programmatici e per il disdegno – sì, il disdegno – nei confronti di forme di partecipazione possibili e invece mortificate e perfino combattute. Ora, intendiamoci, io non mi auguro affatto il fallimento del Partito democratico, sarebbe un regresso per tutti noi. Ma certo, mentre nasce quel partito, qualcun altro dovrà lavorare a unire le forze sparse della sinistra…».
Eccola, dunque, l’antichissima «nuova frontiera» di questo professore emerito in Psicologia e Igiene del lavoro: la sinistra. Giovanni Berlinguer parla di precari e disoccupati, ricorda l’esistenza in Italia di 25 milioni di lavoratori, reclama la difesa dei ceti deboli, la necessità di una politica di pace. E’ convinto che di tutto ciò il Partito democratico non si occuperà. «E invece vedo una forte volontà di aggiornamento nella sinistra italiana – incalza -. Il passo più importante è stato compiuto sul tema della violenza, e già da tempo ormai. Ora è in atto un grande sforzo nell’assunzione di responsabilità di governo, per evitare che posizioni estreme, di rottura facciano saltare tutto per aria. E’ un percorso sul quale è incamminata non solo Rifondazione. Penso ai Comunisti italiani, al mondo dell’ambientalismo, a gruppi e movimenti impegnati in un processo di revisione. E’ una sfida difficile, la nostra, lo so. Come quella del Partito democratico, del resto. Ma è solo la competizione e poi l’alleanza tra queste due formazioni future che può permetterci di governare l’Italia. Cambiandola».
Governare per cambiare. Che è diverso dal governare per modernizzare, uno degli slogan del futuro Pd. Giovanni Berlinguer spiega la differenza. Argomenta, cita esempi, ragiona. E nel momento dell’addio al partito germinato dal partito nel quale ha militato per una vita, sembra lasciare poco spazio all’emozione. «Mi spiace, se è questa l’impressione. Invece sono molto coinvolto emotivamente. Mi auguro che ci siano meno lacerazioni possibili. Spero che i nostri diversi percorsi siano intrecciati. Ma quel che è certo è che non intendo rinunciare all’idea di un partito della sinistra democratica collegato all’esperienza del socialismo europeo». Come tanti altri compagni reduci dal vecchio Pci, Giovanni Berlinguer è di fronte alla seconda grande svolta della sua vita. Meno inevitabile di quella dell’89, peggio argomentata, frutto di una scelta discutibile, e infatti discussa, non parto di una drammatica necessità storica. «Nell’89 io subii una forte scossa. Ma riflettendo arrivai all’idea che in quella svolta c’erano assieme un fallimento storico e una grande opportunità: la liberazione da regole e dogmi che avevano frenato un’intera generazione». È chiaro che per lui, stavolta, le cose non stanno così. La valigia per Firenze, per l’ultimo congresso del suo partito, è pronta. E ora sì che l’ultimo dei Berlinguer deve controllare l’emozione. «Non parteciperò all’elezione dei dirigenti che scioglieranno i Ds – dice -. E il distacco dal tronco rinsecchito sarà immediato o graduale, dipenderà da loro. Ascolterò il congresso e spero non si ripetano intolleranze nei confronti delle nostre decisioni». Giovanni Berlinguer prende un’altra via. E se questo renda incompatibile la presenza del fratello Enrico tra i numi tutelari del Partito democratico, decidetelo un po’ voi. Lui non vuole nemmeno sentirne parlare: «E’ una cosa barbara giocare con i morti e la memoria». Tutto qui.

L’articolo è di Federico Geremicca, pubblicato su La Stampa. 18 aprile 2007

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Sempre e per sempre

Sempre e per sempre
(Francesco De Gregori)

Pioggia e sole cambiano
la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro
nel cuore e passano e tornano
E non la smettono mai

Sempre e per sempre tu
Ricordati dovunque sei,
se mi cercherai
Sempre e per sempre dalla
stessa parte mi troverai

Ho visto gente andare, perdersi
e tornare e perdersi ancora
E tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe
camminare per diverse strade
O con diverse scarpe
su una strada sola

Tu non credere se qualcuno
ti dirà che non sono più lo
stesso ormai
Pioggia e sole abbaiano e
mordono ma lasciano,
lasciano il tempo che trovano
E il vero amore può nascondersi,
confondersi ma non può perdersi mai

Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai

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E ora c’è solo Firenze

La lunga stagione dei congressi dei ds è finita. È stato un cammino lungo e faticoso. Manca solo l’atto finale che si terrà a Firenze nei prossimi giorni. Ogni commento in questo momento sarebbe superfluo. Ci saranno analisi politiche e riflessioni nuove che tutti dovremo fare, sia che si resti tutti assieme, sia che si prenda strade parallele. Lo stato d’animo che mi ha accompagnato in questo lungo periodo, che è iniziato circa un anno e mezzo fa è sintetizzato al meglio da questa poesia di Giuseppe Ungaretti, Soldati:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

e lo sguardo del poeta che sembra, alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano, mi auguro sia di buon auspicio per tutti.

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