le mie recensioni


Visit Us On FacebookVisit Us On InstagramVisit Us On LinkedinVisit Us On YoutubeVisit Us On PinterestCheck Our Feed

Torino_Fiera del Libro_1

Torino 12 maggio ore 11.45
ore 9.30. Sono a Torino alla Fiera del libro ed ho appena sentito la presentazione del libro di Vladimir Luxuria, Chi ha paura della mucca assasina. L’incontro è stato condotto da una splendida Carmen Lasorella in veste d’intervistatrice. Luxuria ha esordito così: «Ci sono diecimila persone in Italia che non si riconoscono nel proprio corpo. Cioè non si riconoscono come donne o come uomini.» Poi si è entrati direttamente a parlare dl libro. È una piacevole conferma Vladimir Luxuria. Colta, preparata, misurata. Una persona di cui sentiremo parlare a lungo. In un deserto di valori e capacità che la politica oggi esprime, Luxuria rappresenta una splendida eccezione. Una forma di riscatto per i diversi, per chi è nato al sud. Per chi pensa di non farcela. Il pubblico, occorreva un biglietto gratuito per assistere all’’incontro, ascolta ed applaude. Applaude quando si parla di problemi concreti, d’identità, di valori e mai quando si parla di politica.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Ioannina, l’Epiro e le vittorie di Pirro?

Questa è Ioannina, Epiro in Grecia. Sono qui per lavoro fino a giovedi.
Alcune brevi considerazioni dalla Grecia.
1. Sono partito da Roma il giorno successivo alla manifestazione di Sinistra Democratica. Sono partito contento e soddisfatto perché la nascita di Sd mi è piaciuta. Mi è piaciuto l’entusiasmo che si respirava nell’aria e mi è piaciuto l’intervento di Fabio Mussi che mi fa guardare al futuro del movimento con fiducia.
2. All’arrivo in Grecia ho appreso della vittoria di Sarkozy in Francia. Anche se era prevedibile ci sono rimasto male lo stesso. Male per la Francia, per Segolen, e anche un po’ per noi.
3. I nostri colleghi, partner stranieri, non chiedono più notizie di mr. Berlusconi quando c’incontrano in queste occasioni.
4. Ieri sera il Panatinaikos, basket, ha vinto la coppa contro il Cska di Mosca e qui sono tutti felici.
5. Ho finito di leggere Istanbul di Orhan Pamuk: straordinario.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Sègolen, Fassino, Rutelli, Bayrou

Considerazioni brevi

1. Bayrou ha dichiarato che non darà indicazione di voto per i suoi elettori al ballottaggio tra Sarkozy e Sègolén. (posso dire: lo avevo detto. È nel post di ieri);
2. Con questa scelta Bayrou dichiara una equidistanza tra il candidato di destra e quello socialista;
3. Bayrou ha dichiarato di voler fare in Francia il Partito democratico;
4. In Italia il Partito democratico sta facendo i primi passi;
5. In Italia il Partito democratico sarà equidistante tra Confindustria e il Sindacato.
6. In Italia il Partito democratico, secondo le intenzioni di Franco Marini ma anche un po’ di Rutelli, alle prossime elezioni politiche dovrà guardare più al centro che a sinistra e sarà libero di fare nuove alleanze;
7. Dall’Italia Fassino appoggia Sègolén Royal;
8. Dall’Italia Rutelli appoggia Bayrou;

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Giovanni Berlinguer e la sinistra

Sto partendo per Firenze, e prima di mettermi in macchina ho letto questa bella intervista a Giovanni Berlinguer, pubblicata su La Stampa di questa mattina. Volevo condividerla con voi.

L’amarezza di Giovanni Berlinguer: Lavorerò per unire la sinistra, mai dentro il Pd
Si ferma un momento, quasi inseguisse le parole giuste per chiudere il cerchio di un dolorosissimo ragionamento. «E poi, in fondo, anche questa ricerca ossessiva di numi tutelari che legittimino la loro operazione, questa storia del Pantheon, di Berlinguer, di Craxi, degli avi… E’ indice di una grande debolezza, di assenza di una personalità propria. E naturalmente fa emergere il contrasto tra alcune figure del passato – tra le quali, certo, anche Enrico – e quelle del presente. La differenza, insomma, tra i dirigenti di un tempo, che parlavano dicendo “noi”, e quelli di oggi che ripetono sempre “io”, “io”, “io”…». E il sipario, allora, potrebbe anche calare qui, sul passo d’addio ai Ds dell’ultimo Berlinguer. Giovanni, fratello di Enrico e candidato alla guida della Quercia nel 2001 dal «correntone» di Veltroni, Cofferati e Mussi, non entrerà nel Partito democratico: «Tenteremo di unire le forze di sinistra – spiega -. Proveremo a superare quella maledetta frantumazione che fa parte della peggior tradizione della sinistra italiana. E’ necessario, perché ci sono diritti traditi e calpestati, quelli dei giovani, dei disoccupati, degli operai che crepano mentre lavorano. Bisogna provarci, è un dovere. Ci proveremo. Io sono pronto a continuare…».
Parole che arrivano dritte dal secolo scorso, che è sette anni fa ma sembra una vita. Una filosofia da ’900, solida come il suo argomentare, come la sua casa, che è una gimkana tra migliaia di libri e mobili d’epoca; come le foto di Enrico, lì alla parete, ritratto con Giovanni, appunto, la sigaretta cascante tra le labbra come James Dean. Tutto, dalla sua casa al suo ragionare, trasmette l’idea di una solidità demodè. Magari superata. Certo non sostituita. Ecco, per dire, come motiva il suo no al nascente Partito democratico: «Ci sono tendenze pericolose, lì. La più grave è lo smarrimento dell’idea di laicità dello Stato. Arrivo a dire che era meglio quando c’era la Dc, che spesso conteneva l’invadenza vaticana. Oggi siamo invece all’offrirsi, al sollecitare un’influenza diretta della Chiesa sulle decisioni politiche e perfino sul comportamento dei singoli senatori. E’ un caso di palese violazione dell’articolo 67 della Costituzione, che tutela l’esercizio parlamentare senza vincolo di mandato». Raddoppia quasi tutte le finali, nel suo intatto accento sardo. La casa è ingombra di mobili che costruisce Giovanni stesso, con fatica e pazienza certosina: un hobby antico. La moglie si lamenta, però: «Da quando è a Strasburgo (Giovanni Berlinguer è eurodeputato ds, ndr) lavora meno – dice portando l’ospite in giro per la casa -. E io, invece, ho bisogno che sistemi un tavolo che altrimenti viene giù». C’è un altro aspetto del nascente partito che non piace affatto al fratello del più amato dei segretari Pci. «Sono deluso per un processo che è tutto di vertice, per l’assenza di contenuti ideali e programmatici e per il disdegno – sì, il disdegno – nei confronti di forme di partecipazione possibili e invece mortificate e perfino combattute. Ora, intendiamoci, io non mi auguro affatto il fallimento del Partito democratico, sarebbe un regresso per tutti noi. Ma certo, mentre nasce quel partito, qualcun altro dovrà lavorare a unire le forze sparse della sinistra…».
Eccola, dunque, l’antichissima «nuova frontiera» di questo professore emerito in Psicologia e Igiene del lavoro: la sinistra. Giovanni Berlinguer parla di precari e disoccupati, ricorda l’esistenza in Italia di 25 milioni di lavoratori, reclama la difesa dei ceti deboli, la necessità di una politica di pace. E’ convinto che di tutto ciò il Partito democratico non si occuperà. «E invece vedo una forte volontà di aggiornamento nella sinistra italiana – incalza -. Il passo più importante è stato compiuto sul tema della violenza, e già da tempo ormai. Ora è in atto un grande sforzo nell’assunzione di responsabilità di governo, per evitare che posizioni estreme, di rottura facciano saltare tutto per aria. E’ un percorso sul quale è incamminata non solo Rifondazione. Penso ai Comunisti italiani, al mondo dell’ambientalismo, a gruppi e movimenti impegnati in un processo di revisione. E’ una sfida difficile, la nostra, lo so. Come quella del Partito democratico, del resto. Ma è solo la competizione e poi l’alleanza tra queste due formazioni future che può permetterci di governare l’Italia. Cambiandola».
Governare per cambiare. Che è diverso dal governare per modernizzare, uno degli slogan del futuro Pd. Giovanni Berlinguer spiega la differenza. Argomenta, cita esempi, ragiona. E nel momento dell’addio al partito germinato dal partito nel quale ha militato per una vita, sembra lasciare poco spazio all’emozione. «Mi spiace, se è questa l’impressione. Invece sono molto coinvolto emotivamente. Mi auguro che ci siano meno lacerazioni possibili. Spero che i nostri diversi percorsi siano intrecciati. Ma quel che è certo è che non intendo rinunciare all’idea di un partito della sinistra democratica collegato all’esperienza del socialismo europeo». Come tanti altri compagni reduci dal vecchio Pci, Giovanni Berlinguer è di fronte alla seconda grande svolta della sua vita. Meno inevitabile di quella dell’89, peggio argomentata, frutto di una scelta discutibile, e infatti discussa, non parto di una drammatica necessità storica. «Nell’89 io subii una forte scossa. Ma riflettendo arrivai all’idea che in quella svolta c’erano assieme un fallimento storico e una grande opportunità: la liberazione da regole e dogmi che avevano frenato un’intera generazione». È chiaro che per lui, stavolta, le cose non stanno così. La valigia per Firenze, per l’ultimo congresso del suo partito, è pronta. E ora sì che l’ultimo dei Berlinguer deve controllare l’emozione. «Non parteciperò all’elezione dei dirigenti che scioglieranno i Ds – dice -. E il distacco dal tronco rinsecchito sarà immediato o graduale, dipenderà da loro. Ascolterò il congresso e spero non si ripetano intolleranze nei confronti delle nostre decisioni». Giovanni Berlinguer prende un’altra via. E se questo renda incompatibile la presenza del fratello Enrico tra i numi tutelari del Partito democratico, decidetelo un po’ voi. Lui non vuole nemmeno sentirne parlare: «E’ una cosa barbara giocare con i morti e la memoria». Tutto qui.

L’articolo è di Federico Geremicca, pubblicato su La Stampa. 18 aprile 2007

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Sempre e per sempre

Sempre e per sempre
(Francesco De Gregori)

Pioggia e sole cambiano
la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro
nel cuore e passano e tornano
E non la smettono mai

Sempre e per sempre tu
Ricordati dovunque sei,
se mi cercherai
Sempre e per sempre dalla
stessa parte mi troverai

Ho visto gente andare, perdersi
e tornare e perdersi ancora
E tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe
camminare per diverse strade
O con diverse scarpe
su una strada sola

Tu non credere se qualcuno
ti dirà che non sono più lo
stesso ormai
Pioggia e sole abbaiano e
mordono ma lasciano,
lasciano il tempo che trovano
E il vero amore può nascondersi,
confondersi ma non può perdersi mai

Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

E ora c’è solo Firenze

La lunga stagione dei congressi dei ds è finita. È stato un cammino lungo e faticoso. Manca solo l’atto finale che si terrà a Firenze nei prossimi giorni. Ogni commento in questo momento sarebbe superfluo. Ci saranno analisi politiche e riflessioni nuove che tutti dovremo fare, sia che si resti tutti assieme, sia che si prenda strade parallele. Lo stato d’animo che mi ha accompagnato in questo lungo periodo, che è iniziato circa un anno e mezzo fa è sintetizzato al meglio da questa poesia di Giuseppe Ungaretti, Soldati:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

e lo sguardo del poeta che sembra, alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano, mi auguro sia di buon auspicio per tutti.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Gino Strada lavora per la pace

Il nostro è un Paese dove può succedere di tutto.
E sul caso di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency si odono le tesi più disparate.
Nel frattempo in una conferenza stampa Emergency ha annunciato: “Restiamo se saranno rispettate due condizioni: “Il rilascio del nostro mediatore e la possibilità di lavorare in sicurezza…Attualmente percepiamo di non avere più le condizioni di movimento e operatività per consentire l’attività. Nei prossimi due o tre giorni ci sarà una consultazione ed uno studio approfondito con il personale internazionale dell’organizzazione per valutare il da farsi”.
Può essere che il problema sia diventato Gino Strada?

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Il Partito Democratico è utile alla politica italiana?

Un sondaggio  effettuato dall’IPR Marketing per conto di Repubblica nel periodo tra il 29 e il 31 marzo sulle intenzioni di voto alla Camera dei Deputati ha dato questo risultato: Cdl al 48%, Unione al 43%, Casini + Follini 7%. Un sondaggio che non premia l’Unione e risulta molto generoso con il centro destra con o senza Casini.
Ma l’aspetto che più mi preme sottolineare di questo sondaggio è che si vanno ad analizzare i dati per i singoli partiti emerge il dato sconsolante del Partito Democratico che viene dato al 25%, molto al di sotto delle aspettative dei suoi sostenitori.
Ora si sa i sondaggi sono solo degli orientamenti, inoltre siamo troppo lontani dalle elezioni e quindi vanno presi solo come una utile indicazione per lavorarci su e nulla più. Indicano però una tendenza e un sentire comune che non va sottovalutato. Credo perciò che tutti quelli che hanno a cuore le sorti dell’Unione debbano farsi carico di queste indicazioni e lavorare, ognuno per quello che può, per migliorare questa situazione.
In relazione invece al dato del probabile nuovo Partito Democratico il dato indica, a mio avviso, una condizione di difficoltà evidenziata innanzitutto dai suoi sponsor più qualificati, non possono sfuggire infatti le dichiarazioni di questi giorni del sindaco di Roma, Veltroni o di Arturo Parisi. Questo generale stato di malcontento e di delusione è del resto evidenziato da molti osservatori attenti e qualificati come per esempio Ilvo Diamanti che domenica 25 marzo sulle pagine di Repubblica ha scritto una articolo, che di seguito vi ripropongo, molto interessante dal titolo eloquente: Le foglie secche del Partito Democratico.

Le foglie secche del Partito Democratico*
di Ilvo Diamanti
Il viale che conduce verso il Partito Democratico (PD), in questa stagione, è coperto di foglie ingiallite. Secche. Come fossimo in autunno e non in primavera. Sul viale del tramonto invece che all’alba di una nuova era. Chi rammenta il tempo dell’Ulivo e delle “mitiche” primarie rischia di affogare nello spleen. D’altronde, gli inventori e i portabandiera del progetto, oggi, hanno altro a cui pensare. Romano Prodi, Arturo Parisi. Alle prese con i problemi seri che assillano non solo la maggioranza, ma, prima ancora, il governo.
Al Senato, dove ogni voto è una scommessa. In politica estera, che vede il Paese in conflitto con gli USA, deprecato dagli europei. Isolato. Perfino Vallettopoli. Prima il governo, poi la politica. Per cui il Partito Democratico diventa una questione di secondo ordine. Anche se è nell’agenda dei due “azionisti” di riferimento. I Ds e la Margherita. Alla vigilia dei congressi che dovrebbero sancire la prossima confluenza nel “Partito Democratico”. Non più condominio, ma “casa comune”. Un viatico senza gioia e senza festa. Come mostra il sondaggio condotto da Demos-Eurisko, nelle scorse settimane. Il sostegno al Partito Unico è progressivamente sceso, fra gli elettori di centrosinistra. Dal 77% nel luglio 2004, al 67% del luglio 2006, fino al 60% scarso di oggi. Una maggioranza robusta. Ma sempre meno “maggioritaria”. Tanto che oggi appaiono più “unitari” (seppur di poco) perfino gli elettori di centrodestra. Reduci da una campagna elettorale nel corso della quale hanno sperimentato il “Partito Unico”; la Casa guidata e governata da un solo padrone. Inoltre, solo una parte significativa, ma limitata, degli elettori di centrosinistra pensa che la costruzione del PD costituisca un progetto urgente. Una priorità. Il 20%: esattamente come un anno fa.
È un segno di declino? Ne dubitiamo. Semmai di delusione. Perché ciò che sta emergendo appare diverso e distante dalle attese originarie. Dal sogno condiviso da molti elettori. Per fortuna, potremmo dire. Visto che i sogni, quando si materializzano, quando vengono riprodotti nella realtà, spesso generano mostri. Tuttavia, il viale che conduce al PD non riesce a suscitare neppure un’illusione. Altro che sogni… Il Partito Democratico sta crescendo integralmente dentro i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita. Animati, alcuni, anzi, molti di essi, da buone intenzioni. Cui, però, non sono seguite le buone azioni. Visto che la discussione ha proceduto interna agli apparati, secondo i rituali e le logiche dei partiti di una volta. Non manca nulla, in questa vigilia congressuale. Correnti e frazioni a condurre il confronto, sempre più aspro. Le polemiche sul tesseramento gonfiato ad arte. Gli iscritti talora superiori ai voti. Le minacce di scissione, che inquietano i Ds. I riformisti e la sinistra preannunciano la volontà di andarsene, in caso il partito approdasse nel PD. Gli uni in nome della socialdemocrazia, gli altri del socialismo. Mentre nella Margherita fanno sentire il loro peso e la loro voce (ma soprattutto le loro tessere) i Popolari. Gli ex democristiani. Che sfidano non solo i partigiani dell’Ulivo, guidati da Parisi (una minoranza ridotta, nel partito). Ma anche il ruolo di Francesco Rutelli. Il leader. Il baricentro. Ciò che manca (soprattutto nella Margherita) è il confronto sulle idee. Sul progetto.
Il Partito Democratico che verrà – se verrà – rischia di nascere dal compromesso fra i resti di questi due partiti. Dall’accordo fra i gruppi che prevarranno, al loro interno. Dall’intesa con quelli che decideranno di restare. Un cartello di correnti, fazioni, leader. Nessuno dei quali disponibile a “perdere l´identità”. La visibilità. Questo rischia di diventare il PD. Un partito nato non per passione, ma per pigrizia. Perché, arrivati a questo punto, non è possibile fare altrimenti. Non si può più tornare indietro. Anche se non è chiaro dove conduca questo percorso. Cosa ci sia in fondo al viale.
D’altronde, il progetto del PD è nato parallelamente alla riforma del sistema partitico e istituzionale. Un “partito nuovo”, concepito in funzione di una “nuova Repubblica”. Il nome stesso evoca l’esempio americano. I partigiani del PD, infatti, immaginavano e immaginano un modello presidenzialista o, comunque, fondato su un premier forte; insieme a un Parlamento espresso attraverso un sistema maggioritario e bipolare. Meglio se bipartitico. Come suggerisce il progetto organizzativo presentato da Salvatore Vassallo al seminario di Orvieto. Consigliato da Arturo Parisi. Loro, per primi, “referendari”. Non solo perché il referendum costituisce l’unico metodo di pressione efficace, per cambiare questo indecoroso sistema elettorale. Ma perché il referendum, in sé, spinge al bipolarismo. Anzi, in direzione bipartitica. Di qua o di là. Senza mediazioni. Magari non permette di fare buone leggi, però, se e quando riesce a captare l’umore popolare e a mobilitare gli elettori, può produrre effetti devastanti – e comunque destrutturanti – sugli assetti e sugli attori politici. Soprattutto sui partiti. Com´è avvenuto dopo il 1991. Non pare questo il disegno che, oggi, anima l’incontro fra Margherita e Ds. Non solo perché risulta sinceramente difficile scorgere un “disegno”, nel percorso che conduce al PD. Ma perché le proposte di riforma elettorale sostenute dai Popolari, da Rutelli, ma anche da figure autorevoli dei Ds (D’Alema), richiamano principalmente il “modello tedesco”. Un proporzionale con sbarramento, senza premio di maggioranza. Lo stesso Prodi, d’altronde, ha dato il suo assenso a questa ipotesi.
Facendone la base del confronto con le forze politiche di opposizione. Ma il modello tedesco, inutile girarci intorno, è in contrasto con il disegno originario del Partito Democratico: maggioritario e, tendenzialmente, presidenzialista. Ne rivela, invece, una diversa concezione. Suggerisce, cioè, l’intenzione di dar vita a un partito orientato alla competizione proporzionale. Una forza politica di taglia media; sicuramente meno forte dei Socialdemocratici o dei Popolari tedeschi. Ma in grado di crescere, in futuro, e di affermarsi. Alleandosi, magari integrandosi con le altre formazioni di centro.
L’Udeur, la Lista Di Pietro e, forse, anche l’Udc. Insomma, un Partito Democratico di centro-sinistra. Più di centro che di sinistra. Leva di una meccanica proporzionale. Simmetrico e alternativo al Partito Forzaleghista. Dove la Lega agirebbe da soggetto regionalista. Mentre AN assumerebbe un ruolo di rincalzo e di complemento; come la Sinistra radicale, sull’altro versante. Spinti ai margini della competizione elettorale e del sistema partitico.
Uno scenario che riproporrebbe il bipartitismo della Prima Repubblica. Questa volta meno “imperfetto” di allora. Aperto all’alternanza. (Ma non è detto).
Per queste ragioni, la prospettiva unitaria e il PD, oggi, non entusiasmano gli elettori di centrosinistra. Non è ciò che avevano sperato nell’autunno 2005, quando si erano recati, in massa, a votare alle primarie. Un partito americano, maggioritario e presidenzialista, che rischia di trasformarsi, strada facendo, in un partito alla tedesca, piegato alla logica proporzionale. Senza averne i requisiti, la vocazione. Da ciò i dubbi. Vale la pena di rinunciare a dirsi socialisti, comunisti e democristiani per confluire in un partito “nuovo”, che sorge seguendo logiche “vecchie”? Dal compromesso di vertice fra leader, partiti e correnti? E perché questo partito-collage, dai riferimenti culturali incerti, dovrebbe “funzionare”, in una competizione proporzionale, dove è importante offrire un’identità specifica e riconoscibile?

*(pubblicato il 25 marzo 2007 su Repubblica)

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Al Gore, Una scomoda verità

“Una delle navicelle spaziali robotizzate
che l’America ha lanciato anni fa per
esplorare l’universo ha scattato una
fotografia mentre stava lasciando la
gravità terrestre. Un’immagine del nostro
pianeta che ruota lentamente nel vuoto.
Anni dopo, quando la stessa navicella
aveva percorso quattro miliardi di
chilometri oltre il nostro sistema solare,
il compianto Carl Sagan ha suggerito che
la NASA inviasse alla navicella il segnale
di girare gli obiettivi di nuovo verso
la Terra e, da quell’incommensurabile
distanza, scattasse una fotografia.
Questa è l’immagine che abbiamo
ricevuto. Quel puntino azzurro, visibile
al centro di quella striscia di luce sulla
destra, siamo noi.
Sagan l’ha chiamato un puntino
azzurro e ha fatto notare che la storia
dell’umanità era racchiusa tutta in
quel minuscolo pixel. Tutti i trionfi e le
tragedie. Tutte le guerre. Tutte le carestie.
Tutte le grandi conquiste.

È la nostra sola casa.

E questa è la posta in gioco. Se saremo
In grado di continuare a vivere sul
Pianeta Terra, se avremo un futuro come
Civiltà.

Io credo che questo sia un imperativo morale”.

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS

Compagni di scuola, ascesa e declino dei postcomunisti, Andrea Romano

«Ognuno di questi figli di Anchise, ognuno degli ultimi giovani capi del PCI, ha interpretato a suo modo il ruolo di Enea. C’è chi lo ha fatto riuscendo a reinventarsi una fantasiosa ma efficace tradizione personale, come Walter Veltroni, selezionando gli aspetti meno spinosi di quella vicenda per adattarli morbidamente alle trasformazioni del sentire comune; chi invece ha affrontato gli inciampi senza alcun tentennamento apparente, come Massimo D’Alema, sorretto da una granitica convinzione nella coerenza della storia e nelle virtù della tattica politica; chi infine, ed è il caso di Piero Fassino, si è orientato verso una navigazione meno ambiziosa e più realistica, dedicandosi all’onesta amministrazione di un capitale di consenso e potere pur sempre significativo.»

Continue reading Compagni di scuola, ascesa e declino dei postcomunisti, Andrea Romano

Condividi
  • Facebook
  • Twitter
  • LinkedIn
  • MySpace
  • RSS