L’opera d’arte, quando è tale, supera il valore dell’artista che l’ha realizzata. Non è importante conoscere il volto o la voce di chi la produce: vale in quanto opera d’arte. È vero per un quadro, un romanzo, una canzone. E ogni opera dell’ingegno umano, quando diventa opera d’arte, appartiene a tutti.
È dunque necessario che un artista debba esprimere pubblicamente il suo pensiero al di fuori dell’opera d’arte?
Penso di no. Ciò che conta è l’opera realizzata e prodotta, non il parlare di tutto lo scibile umano.
E ancora: l’opera d’arte ha una dimensione e un valore politico?
Sì, sempre. Ha intrinsecamente un valore politico perché è un modo di vedere e interpretare il mondo. Un giudizio che condiziona e influenza l’opinione pubblica. Influenza il modo di pensare e di giudicare. Il resto, tutto il resto, è rumore di fondo destinato a essere ricoperto dalla polvere del tempo che, inevitabilmente, scorre.
Ciò che l’opera d’arte trasmette prescinde dalle dichiarazioni dell’artista che l’ha realizzata. È un approfondimento della conoscenza, un punto di vista sul mondo, sulle idee con le quali costruire o ricostruire il mondo, sul modo stesso di stare al mondo.
Un’opera d’arte pone continuamente domande per spostare in avanti la riflessione sulle questioni essenziali: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Dalle risposte a queste domande scaturiscono tutte le altre: come stiamo insieme, come raggiungiamo un dato obiettivo, come immaginiamo il futuro.
Ciò che resta e resterà di Francesco De Gregori sono le sue canzoni e non le sue interviste. Ciò che resta è Generale, La storia siamo noi, Cercando un altro Egitto, Il signor Hood, Viva l’Italia.
Per allargare il ragionamento ripenso al regista Nanni Moretti quando, in uno dei possibili momenti di cambiamento politico dell’Italia, al tempo del movimento denominato Girotondi, nel febbraio del 2002, prese la parola a Piazza Navona dopo che avevano parlato i leader dell’Ulivo e disse: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». Un sentire comune del popolo di sinistra di quei tempi, e non solo di quei tempi. Un’affermazione che fece scalpore e rumore e che segnò quella stagione politica, ma che non coglie, secondo me, il senso più autentico e intimo di quel sentire. Efficace, ma non universale e valida per sempre come un’opera d’arte.
Se invece pensiamo a un film di Nanni Moretti e a Caro Diario in particolare, c’è una riflessione che, per trasposizione, riguarda sempre il campo progressista ma che vale sempre, perché coglie un elemento distintivo sul quale continuare a riflettere anche superando la contingenza nella quale è stata pensata e resa palese. «Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza».
Tra le due dichiarazioni, la prima estemporanea e pronunciata alla fine di un comizio, la seconda all’interno di un copione per un film, entrambe valide e vere, la seconda continua a essere tema di discussione politica; la prima, essendo vincolata a persone che oggi non esercitano più quel potere decisionale, ha perso gran parte della sua forza. Dovremmo continuare a confrontarci con la seconda dichiarazione, quella del film, piuttosto che con una dichiarazione estemporanea o con l’ultimo accadimento politico locale, nazionale o internazionale. Per discutere di questo ci sono i politici, i giornalisti, i professionisti del settore e la gente comune che partecipa alla vita del Paese.
Ma torniamo a Francesco De Gregori e alle sue canzoni.
«Il signor Hood era un galantuomo
Sempre ispirato dal sole
Con due pistole caricate a salve
E un canestro di parole
Con due pistole caricate a salve
E un canestro pieno di parole […]
Con un canestro di parole nuove calpestare
Nuove aiuole
Con un canestro di parole nuove calpestare…».
A M., con autonomia, la dedica. M., è Marco Pannella e la canzone viene pubblicata all’indomani del referendum sul divorzio. Siamo nel 1975. Non ci ricordiamo di un’intervista di De Gregori sul divorzio o su Marco Pannella. Ci ricordiamo della musica e delle parole di questa canzone.
«Era mattino presto, e mi chiamano alla finestra
mi dicono “Francesco ti vogliono ammazzare”.
Io domando “Chi?”, loro fanno “Cosa?”.
Insomma prendo tutto, e come San Giuseppe
mi trovo a rotolare per le scale,
cercando un altro Egitto […]
E adesso per la strada
la gente come un fiume,
il terzo reparto celere controlla;
“Non c’è nessun motivo di essere nervosi”
ti dicono agitando i loro sfollagente,
e io dico “Non può essere vero”
e loro dicono “Non è più vero niente”…».
Non ci si riconosce più nel luogo in cui si vive, nella comunità in cui si è cresciuti e l’Egitto, anche biblicamente, rappresenta un nuovo inizio, una società diversa e migliore.
«La storia siamo noi, nessuno si senta offeso
Siamo noi questo prato di aghi sotto al cielo
La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso
La storia siamo noi, siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare […]
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze e le brucia,
la storia dà torto e dà ragione.
E poi la gente (perché è la gente che fa la storia),
quando si tratta di scegliere e di andare,
te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare:
quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare;
Ed è per questo che la storia dà i brividi,
perché nessuno la può fermare…».
La partecipazione collettiva agli eventi, il noi che prevale sull’io. La storia la facciamo tutti insieme anche quando pensiamo di non farla. Tutte le nostre decisioni hanno un peso. Nessuno può chiamarsi fuori perché la storia passa e, passando, abbatte tutte le porte. Parole e concetti che valgono sempre, non soltanto in determinati momenti e con determinate persone. Parole e concetti non estemporanei, ma meditati, scritti e cantati.
Oggi è il 2 giugno, Festa della Repubblica Italiana, e sto ascoltando Viva l’Italia di Francesco De Gregori. Mi emoziono già sull’accordo in Sol maggiore che introduce la canzone.
Una canzone che è stata importante per la formazione della coscienza collettiva della sinistra nel nostro Paese, molto più di tante interviste o di tante chiacchiere vuote di politici e commentatori.
Una canzone del 1979. Avevo diciassette anni. La cantavo, la canto e continuerò a cantarla, sempre e per sempre.
Viva l’Italia, l’Italia liberata. L’Italia che non ha paura. L’Italia tutta intera. L’Italia che lavora. L’Italia con le bandiere. L’Italia nuda come sempre. L’Italia che resiste.
Mi piacciono la musica e le canzoni di Francesco De Gregori. La sua poesia e le sue parole.








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