Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Un filo di perle, quello che sembra essere un tubino nero, un libro e «la gattina Teodolinda, di pochi mesi, di pelo lungo e soave color cincillà» che sembra stia leggendo con la stessa inclinazione degli occhi di Maria Bellonci, ispiratrice di «un premio che nessuno ancora avesse mai immaginato».
Maria Bellonci in questa foto è bella, della bellezza di Anna Magnani per intenderci. Una bellezza senza fronzoli, pulita. È la foto di copertina del libro Il premio Strega, da poco ripubblicato da Mondadori con una bella e utile introduzione di Giovanni Solimene.
Un cahier di appunti apparentemente personali, se personale si può considerare il racconto della nascita e dell’evoluzione del più importante e prestigioso premio letterario italiano, che svela molto della storia e della società del nostro paese.
La Seconda guerra mondiale era finita da pochi giorni «tedeschi e fascisti se n’erano andati da Roma, e l’11 di quel mese (giugno 1944) avevamo cominciato a ritrovarci senza più nasconderci e dandoci appuntamento da una domenica all’altra», scrive la Bellonci. Nascono così gli Amici della Domenica che ancora oggi, a distanza di ottant’anni, decretano il vincitore del Premio Strega.
Si riunivano, «ascoltavamo, facendo circolo, la storia appassionante dell’Italia ritrovata» e facevano gruppo, fronte comune per affrontare un tempo liberato dalla tirannia fascista prima e nazista poi.
Alla prima riunione erano in dodici più i padroni di casa, Maria Bellonci e suo marito Goffredo. All’inizio del 1946 erano centocinquanta, nel 1955 trecentoquaranta e dal suo cahier la Bellonci è in grado di ricavare anche la data della prima volta al premio per ognuno di loro.
Chi c’era? Chi erano gli Amici della domenica?
Erano il meglio che l’Italia poteva esprimere in quel momento. Gadda, Longhi, Banti, Flaiano, Palazzeschi, Pratolini, Moravia, Morante, Aleramo, Silone, Praz, Bassani, de Céspedes, Ungaretti, Levi, Guttuso, Ortese, solo per fare alcuni nomi. Un laboratorio di futuro e di pensieri lunghi.
In quel contesto, con l’appoggio incondizionato del marito e la generosità di un giovane industriale di Benevento, Guido Alberti, la Bellonci pensò e organizzò il Premio Strega. Lo fece con intenzioni democratiche e nobili perché «gli uomini esistono gli uni per gli altri».
Un racconto avvolgente che descrive ogni anno del premio e individua la ragion d’essere di ogni singola edizione. Il racconto appassionato di un cenacolo coeso il cui fine ultimo e comune era la letteratura. Paradigmatiche, in questo senso, le pagine dedicate all’edizione del 1950, vinta da Cesare Pavese, che pochi mesi dopo si tolse la vita, «sembrava che il doloroso sacrificio di Pavese avesse rafforzato la nostra narrativa». Una comunità, appunto.
L’edizione del 1951 segna una svolta per il cambio di regolamento e del luogo dove si incontravano gli Amici della Domenica, da Viale Liegi a via Fratelli Ruspoli, oggi casa museo e sede della Fondazione Mara e Goffredo Bellonci. Edizione che sarà ricordata anche per la grande cinquina finalista, Corrado Alvaro, Mario Soldati, Carlo Levi, Alberto Moravia, Domenico Rea.
E poi ancora l’anno di Alberto Moravia i cui libri «erano stati messi all’indice dal Santo Uffizio», quello di Elsa Morante, la prima donna a vincere lo Strega con L’isola di Arturo. Il 1959 è l’anno de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ed è anche la prima volta che il premio viene trasmesso dalla televisione italiana e perciò seguito da milioni di italiani.
La considerazione del premio Strega da parte degli italiani la si evince dai dati di vendita dei libri. Il Gattopardo che aveva già venduto sessantamila copie, dopo la vittoria supera le centocinquantamila copie, ma anche Cassola, Arpino, Ginzburg superano le centomila copie.
«Penso che di una lunga impresa deve essere valutato solo il risultato finale…» scrive Maria Bellonci: lunga vita al premio Strega.









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