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Qual è la lingua giusta per scrivere di violenza? Non scrivere di me

In tre pagine, Veronica Raimo ha la capacità di far entrare il lettore direttamente nella storia che sta raccontando. Bastano le prime tre pagine di “Non scrivere di me”, il suo ultimo romanzo, per far sentire chiunque emotivamente vicino alla cameriera che sta servendo «due ragazzi che si stanno lasciando davanti a una fetta di cheesecake».

Ci riesce attraverso una descrizione minuziosa del carattere e della personalità di una donna di cui non conosciamo nemmeno il nome. È la dimostrazione della maestria con cui Raimo mette in relazione due estranei attraverso la conoscenza reciproca di quello che sembra essere il possibile protagonista del romanzo: Dennis May.

Le prime pagine scorrono veloci, grazie anche a una leggerezza che nasce da un uso sapiente dell’ironia, presente tanto nelle battute quanto nell’impianto stesso della narrazione.

Dopo venti pagine, la cameriera studentessa universitaria e Dennis May si sono incontrati. Non è stato un incontro memorabile, ma tant’è: a un cuore innamorato basta e avanza. Le pagine successive raccontano un rapporto che fin dall’inizio è fisico, carnale, pur conservando ancora qualcosa del primo appuntamento: lei con le ballerine ai piedi e lui che gliele fa notare.


Tutto questo accade in un tempo breve, lo spazio di un paio di giorni. Il filo della narrazione è tenuto saldamente dall’ordinaria giornata di lavoro della protagonista e dai suoi gesti sempre uguali. In quella ripetizione si acquietano ansie e demoni: «Sono felice di vedere i clienti abituali, mi danno un senso di ordine. Il giorno della marmotta mi placa». Un lavoro in cui «non resta spazio per l’indefinito».

In questa reiterazione c’è una grandezza letteraria che credo sarà riconosciuta da molti. Trasformare l’ordinario in qualcosa di straordinario e irripetibile non è cosa da poco. Non è cosa da tutti.
Poi, d’improvviso, l’ordinario non è più l’archè di tutte le cose e «l’amor che move il sole e l’altre stelle» diventa il peggior alleato della cameriera studentessa universitaria. Il tempo si dilata e si contrae insieme: i mesi scorrono più velocemente dei due giorni iniziali, ma pesano infinitamente di più.

Da questo momento, e fino alla fine del romanzo, si instaura un dialogo tra il lettore e la protagonista. Almeno, io ho vissuto così questa lettura. Le ho posto delle domande, mentalmente. E Veronica Raimo ha risposto con una precisione sorprendente, come se le avesse conosciute prima ancora che prendessero forma.
Attesa e ossessione sono i due pilastri su cui si costruisce il romanzo. Giovinezza e attesa sono la sostanza stessa di quel Sabato del villaggio in cui tutti, prima o poi, ci ritroviamo: «Potrebbero succedere altre cose, non succedono. Una promessa di futuro, gli eventi in stallo».

L’ossessione, invece, mi ha fatto ripensare ai limiti della conoscenza umana e alle sue debolezze. Mi ha fatto tornare alla mente Ismaele, il narratore di Moby Dick, che decide di salpare per sfuggire alla malinconia e ritrovare un equilibrio. Perché ogni ossessione è anche un tentativo disperato di dare una forma al caos.

Potrebbe finire qui questa recensione e non sarebbe affatto sbagliato. Ma c’è un’ultima cosa che voglio scrivere.
Ricordate le domande che, leggendo il romanzo, ho rivolto mentalmente a Veronica Raimo? Quando ho chiuso Non scrivere di me mi sono reso conto che la domanda più importante era già nel libro, quasi alla fine.

«Qual è la lingua migliore per raccontare la violenza?», si chiede tra sé e sé la cameriera studentessa universitaria.

Questa volta la risposta ce l’ho io per Veronica Raimo: è la lingua di “Non scrivere di me”.

 

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