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Theodoros

Questa articolo è pubblicato su Gariwo Mag

Una gestazione lunga quarant’anni presuppone una familiarità con la storia in nuce da farne, quasi, la ragione stessa di una vita. Una vita letteraria, ovviamente. Theodoros nasce e cresce con Mircea Cartarescu, riempie il suo diario, accompagna, presumo, molte delle notti dello scrittore di Bucarest.

Mentre leggo questa storia fantastica penso a tutto ciò che non leggerò di Tudor, Theodoros, Tewodros. A tutto ciò che è rimasto, inespresso, per sempre nel diario di Cartarescu o nei ricordi delle sue notti, ma mi dico, nello stesso momento, che 706 pagine sono abbastanza per contenere la moltitudine che abita il protagonista di questa storia e l’immaginazione del suo autore. Per raccontare la necessità di questa storia.

Natura, cultura, religiosità e religione, filosofia, geografia, tutto nel breve volgere di poche pagine e con una prosa che mira alla sostanza delle cose: è chiaro fin da subito la complessità che attende il lettore. Complessità di contenuti e di concetti la cui comprensione è però agevolata da una scrittura ispirata e felice che dettaglia minuziosamente per descrivere al lettore luoghi, oggetti, spazi reali o immaginati, cibo, vestiti, modi di fare delle persone e degli accadimenti che prenderanno forma davanti ai suoi occhi.

Una scrittura che fonde storia e mito e genera un universo narrativo che si svolge nel XIX secolo. L’opera è organizzata in tre parti e in ognuna di esse il protagonista assume una forma e una vita diverse pur essendo epicamente la stessa persona. Nasce Tudor, diventa Theodoros e si trasforma in Tewodros. Garzone in principio, poi pirata e infine si autoproclama imperatore di Etiopia. Un’avventura piena di storie che a loro volta contengono altre storie con rimandi e citazioni colte che richiedono un’attenzione costante.

Un uso attento e parco della punteggiatura, soprattutto del punto fermo, consente di avere periodi lunghi che svolgono una doppia funzione: contenere descrizioni molto articolate e rendere il testo simile a un racconto orale. Periodi lunghi che si leggono con una grande facilità senza perdere il ritmo della lettura o il suo significato perché, appunto, leggendo diventano racconti orali. E sono lunghi quando il narrare diventa fiaba e perciò per loro natura intrinseca racconto orale o invenzione: un ritorno alle origini della narrazione.

La storia di Tudor, Theodoros, Tewodros, figlio di «una terra fatta molto più di leggenda e di sogno che non di geografia», non poteva che essere raccontata con una lingua ubertosa. Una lingua letteraria che alla metafora preferisce contenuti aderenti alla realtà, descritti con vocaboli ricercati e arricchenti.

Storia che attraversa il tempo. «Così il parlamento, dopo interminabili deliberazioni, aveva deciso che un corpo d’armata di trentaduemila uomini sotto il comando di Robert Napier entrasse in Etiopia attraverso il Mar Rosso e si aprisse un cammino verso Magdala per liberare gli ostaggi», un passaggio che ricorda come la storia di quelle terre sia stata a lungo segnata da conflitti, interventi esterni e instabilità.

Adesione alla realtà che non riguarda solo la guerra o accadimenti negativi o cruenti. Riguarda, anche, come nella vita reale, l’amore e la passione dalla quale sono attratti donne e uomini nelle notti primaverili, quando tutto il Creato si risveglia. E proprio in una di quelle notti, più precisamente nella prima notte in cui Gligorie e Sofiana si accoppiano concepiscono Tudor, Theodoros, Tewodros che nasce alle dieci di mattina del 4 febbraio del 1818 nel villaggio di Ghergani in Valacchia.

«Si trovavano molte volte al giorno l’uno accanto all’altra dentro stanze vuote, correndo l’uno verso il padrone, l’altra verso la padrona, passavano oltre e si voltavano a guardare indietro, e allora si vergognavano vedendo che anche l’altro si era girato, si sfioravano come per sbaglio e bisbigliavano qualche scusa, troppo a bassa voce per poter distinguere una parola […]Per un’ora intera si erano dimenati, sospirando appassionatamente e spargendo le festuche per tutto il soppalco, fino a che erano rimasti così, con le vesti raccolte fino in vita e le pance nude, come pure le gambe…».

Un romanzo, anche, raffinatamente erotico in cui il non detto fa correre la fantasia del lettore al pari del detto di scene cruente e di grandi battaglie che si accumulano nel corso delle pagine.

Theodoros non è un romanzo che si concede alla lettura distratta. La sua ricchezza di riferimenti, la proliferazione delle storie e l’ampiezza della materia narrativa richiedono una partecipazione continua. È il prezzo da pagare per entrare in un universo letterario che rifiuta ogni semplificazione.

Più un mondo narrativo è immaginario, più deve affondare le proprie radici nel reale. Per descrivere un mondo immaginario bisogna essere totalmente immersi nel mondo reale, conoscere le sue origini, le culture che ha elaborato, le dinamiche sociali che ha sviluppato. Theodoros è un’opera immaginifica che trae spunto dalla realtà e si spinge su un terreno che reale non è. Visionario nella sua dimensione ascensionale come la Commedia di Dante Alighieri, riferimento e punto di confronto per chiunque voglia cimentarsi con la descrizione di mondi altri, è un viaggio letterario che lascia nel lettore la sensazione di trovarsi davanti a una di quelle opere che continuano a risuonare ben oltre l’ultima pagina.

Mircea Cartarescu, Theodoros, Il Saggiatore (traduzione Bruno Mazzoni)

 

 

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