Questo articolo è pubblicato sul quotidiano Roma, il giornale di Napoli
Ho iniziato la lettura di questo libro partendo dalle 49 fotografie che lo accompagnano e che, in qualche misura, lo definiscono. E ho fatto bene. Lo dico perché proprio attraverso quelle immagini ho cominciato a conoscere l’autore di Un’educazione veneziana (La nave di Teseo), Mario Andreose.
La scelta delle fotografie, la loro sequenza e, soprattutto, le didascalie, raccontano molto dell’autore, del tempo che attraversa e della sua Venezia. Raccontano anche quanto sia importante nascere in un luogo piuttosto che in un altro, come nessuno regali niente a nessuno e come il punto di partenza condizioni inevitabilmente il cammino di ciascuno.
Osservando quelle 49 fotografie si intuisce già il mondo che il libro racconterà. Si colgono le qualità dell’autore, le competenze maturate negli anni, l’ironia e la curiosità: caratteristiche che rendono una persona interessante prima ancora che autorevole.
Con questa premessa e con questo stato d’animo ho iniziato la lettura di Un’educazione veneziana.
Prima dell’avvento dei social la relazione tra le persone era più autentica; il passaparola svolgeva la funzione che oggi hanno le condivisioni sulle piattaforme digitali, mentre l’esultanza collettiva e le bandiere al vento equivalevano ai nostri like. Quelle stesse bandiere che sventolavano alle Zattere e a Campo Sant’Agnese nel 1940, in segno di giubilo per l’entrata in guerra dell’Italia, come leggiamo nell’incipit del libro.
È una storia che, all’inizio, parla di stenti. Non c’era da mangiare. Si moriva da bambini per malattie che pochi anni più tardi sarebbero diventate facilmente curabili.
È una storia di rinascita, del ritorno alla vita che torna a sorridere alla vita. «Umberto Eco, che aveva due anni più di me, ha raccontato che l’effetto più significativo della Liberazione l’aveva colto nelle edicole che improvvisamente si erano riempite di giornali e pubblicazioni di ogni tipo». Anche a Venezia il mondo riparte: riapre la Mostra del Cinema al Lido e, lentamente, prende forma una nuova stagione.
È una storia di riscatto sociale, comune a molti italiani. Al Nord come al Sud. Nei centri storici come nelle periferie.
È una storia di riconoscenza, sentimento tanto prezioso quanto raro. «Nove anni scolastici qui trascorsi, al di là delle forti implicazioni religiose, mi hanno lasciato un senso di privilegio, una traccia di rigore educativo a contenere in parte l’istinto anarcoide delle tappe successive».
Il capitolo emotivamente più coinvolgente si apre con queste parole: «La vita di relazione nell’habitat delle Zattere dispone di almeno tre caffè nel breve tratto tra il Ponte Lungo, alla fine del rio di San Trovaso, e il Ponte della Calcina, ognuno con elementi di attrazione ambientale e di listino consumatori diversi».
La descrizione di quei tre caffè è in realtà il modo scelto da Andreose per raccontare ciò che gli sta più a cuore. Sono forse le pagine più felici del libro, attraversate da una felicità insieme intellettuale e fisica. Vi si racconta l’epifania di un ragazzo veneziano che vive in una casa popolare alle Zattere e che si affaccia alla vita da una finestra privilegiata. È il luogo dell’educazione sentimentale e culturale di Mario che diventerà Mario Andreose, «e che dire del mio ritorno alla Serenissima, in veste di direttore editoriale della Bompiani…».
Quelle strade e quei caffè sono frequentati da Giorgio De Chirico, Emilio Vedova, Peggy Guggenheim, Gae Aulenti e molti altri protagonisti della cultura del Novecento.
Da questo punto in poi cambia il registro del racconto e l’autobiografia lascia progressivamente spazio alla biografia culturale di una città e, in parte, di una nazione. Arte, cinema, letteratura e teatro: il meglio che quegli anni riuscivano a esprimere si ritrova in Laguna. Uno spirito che attraversa il tempo e si alimenta di tutto ciò che arriva dall’Europa, dall’America e dall’Unione Sovietica, portando idee, linguaggi e visioni nuove.
Le fotografie mi avevano già rivelato l’intelligenza curiosa, l’ironia e la capacità di osservazione dell’autore. Terminata la lettura, e tornato a quelle immagini ora incastonate nel racconto, non posso che confermare quell’impressione iniziale. E, in sintonia con il protagonista, posso dire che la mia educazione veneziana continua.









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