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Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni

Questa articolo è pubblicato su Gariwo Mag

Mi sono spesso chiesto, e immagino non di essere il solo, se, leggendo un romanzo tradotto in italiano da un’altra lingua, stia leggendo il traduttore o l’autore.

Questo dubbio, apparentemente banale e forse inevitabile, assume un peso diverso quando chi legge ignora del tutto la lingua dell’autore.

Già dalle prime pagine di questo libro quella domanda ha iniziato a perdere importanza.

Elena Kostioukovitch, l’autrice di Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni (La nave di Teseo), non risponde direttamente alla mia domanda. Ed è proprio per questo che la sua risposta risulta così convincente.

Show, don’t tell, è un caposaldo della tecnica narrativa, e significa coinvolgere emotivamente il lettore nella storia che si sta raccontando piuttosto che farlo partecipare passivamente. È esattamente ciò che ha fatto la Kostioukovitch nei miei confronti.

Racconta dell’incipit de Il nome della rosa e della travagliata vicenda dell’omissione di quella stessa frase nelle prime traduzioni nei Paesi dell’Est. Scrive di eurocomunismo e di via italiana al socialismo, di Alberto Ronchey. Nel giro di poche pagine emerge la sua profonda conoscenza della società italiana ed europea. Ed è in quel momento che capisco che, leggendo una sua traduzione, posso fidarmi: arriverà al lettore ciò che l’autore voleva davvero dire.

Andando avanti nella lettura mi sono chiesto se fosse stato giusto pormi quella domanda. La risposta definitiva a questa seconda domanda è a pagina 25. Il traduttore non è un intermediario invisibile, ma un lettore privilegiato che entra nell’opera in profondità.

Se a tutto ciò si aggiunge un rapporto diretto del traduttore con l’autore, fatto di frequentazioni, di viaggi insieme, tutte le domande e le perplessità precedenti svaniscono.

E proprio leggendo di uno di questi viaggi insieme, di Elena Kostioukovitch con Umberto Eco e Mario Andreose (oggi presidente della casa editrice La nave di Teseo) in Russia nel 1998, ci si confronta con un altro caposaldo della traduzione: la lettura di letteratura straniera per introdurre nel paese una cultura più democratica.

La scrittura della Kostioukovitch è avvolgente e trasferisce al lettore nozioni e tecniche del tradurre, notizie sulla vita letteraria di Umberto Eco e sulle relazioni con altri traduttori. Per queste ragioni è difficile da incasellare e ascrivere a un genere specifico, ma oggi questo non è più importante o determinante come un tempo.

Un passaggio epocale fu l’introduzione del computer, che trasformò non solo il modo di scrivere, ma anche quello di tradurre. Con una leggerezza fuori dal comune, Kostioukovitch racconta questa transizione come un romanzo.

In questa ricostruzione storica, oltre a raccontare come cambia il lavoro di traduzione con il passare del tempo e delle innovazioni tecnologiche, ripercorre un periodo non breve in cui il computer era considerato un produttore di magie.

Ovviamente, non era così, ma ai giornalisti piaceva questa narrazione. E su questo Umberto Eco si è divertito molto e ha scritto parole che leggendole oggi, ci dicono, ancor più chiaramente, della grandezza del semiologo di Alessandria.

La capacità della Kostioukovitch sta nel dosare le regole della traduzione con la storia del suo rapporto con Eco e con la pubblicistica che accompagnava l’uscita dei suoi libri. Ne nasce un racconto romanzato, piacevole da leggere e di notevole fattura letteraria. Il tutto attraversato da una curiosa erudizione tecnologica sui programmi di scrittura e da piccole, affascinanti lezioni di tipografia: come si stampa un libro, come si piegano i fogli, perché si stampa in sedicesimi.

Evoluzioni che l’autrice fa vivere anche rapportandole al modo di lavorare di Umberto Eco. Con quali computer sono stati scritti i suoi romanzi, con quali programmi di scrittura. Qui il racconto della Kostioukovitch si intreccia con l’ironia e il sarcasmo di Eco, «Il fatto è che ormai il mondo si divide tra utenti del computer Macintosh e utenti dei computer compatibili col sistema operativo Ms-Dos. È mia profonda persuasione che il Macintosh sia cattolico e il Dos protestante. Anzi il Macintosh è cattolico controriformista e risente della ratio studiorium dei gesuiti. È festoso, amichevole, conciliante, dice al fedele come deve procedere passo dopo passo […] Il Dos è protestante, addirittura calvinista».

Chi ha vissuto quegli anni sa che è così, e il professor Eco, come la Kostioukovitch continua a chiamarlo in questo libro, non avrebbe potuto spiegarlo meglio.

Un passaggio interessante, pieno di notizie, è quello dedicato alla passione di Eco per i libri antichi e per le prime edizioni, in particolare quelle del Settecento. Il primo di questi 1332 libri della sua collezione lo compra nel 1984, l’ultimo nel 2015, ultimo anno della sua vita. Non è bulimia, ma volontà, necessità di irrorare la sua creatività «tenendo a portata di mano le prime edizioni».

Un amore profondo per i libri che gli derivava, a detta dell’autrice, dalla passione trasmessa da uno zio tipografo, «il libro come oggetto d’arte, come ornamento della vita». E dunque la passione per la carta che costruisce un libro. Per come accoglie il segno della penna o della matita. E, ancora, il gusto di disegnare prima di scrivere. Di vedere ciò che si deve scrivere, in una valorizzazione totale dell’immagine a scapito anche della scrittura o dell’idea di progetto.

«In seguito, mi sono accorto che i miei romanzi non sono mai cominciati da un progetto, ma da un’immagine. E l’immagine che mi appariva era il ricordo di me stesso nell’abbazia di Santa Scolastica, davanti a un leggio enorme che leggevo gli Acta Sanctorum e mi divertivo come un pazzo. Da qui l’idea di immaginare un benedettino in un monastero che mentre legge la collezione rilegata del “manifesto” muore fulminato».

Elena Kostioukovitch si sofferma molto sul rapporto tra ciò che si legge e ciò che si vede nella propria mente e lo fa raccontando della restituzione cinematografica de Il nome della rosa. Delle reazioni di Eco, dei suoi amici e di sé stessa. Del rifiuto di Eco di fare un film anche de Il pendolo di Foucault, anche se la richiesta proveniva da Stanley Kubrick. Disse no.

Appassionante è il lavoro che la traduttrice dedica alla toponomastica e ai punti di osservazione scelti dall’autore per descrivere una scena. È forse qui che si comprende fino in fondo cosa significhi tradurre: non trasferire semplicemente parole da una lingua all’altra, ma verificare luoghi, prospettive, dettagli, fino a entrare nell’opera con l’attenzione di chi la abita. Più la Kostioukovitch spiega le tecniche di traduzione, il modo in cui entra nel romanzo per comprenderlo fino in fondo, più mi imbarazza la domanda iniziale.

Leggendola ho scoperto un mondo, quello della traduzione, come non mi era mai capitato prima. Sono stato sempre affezionato alle traduttrici e ai traduttori dei grandi autori stranieri che leggo. Da oggi lo sono un po’ di più.

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